| Sostenibilità come campo di confronto conflittuale o come categoria flessibile?
di L. Strianese
Ignacy Sachs, al quale la sociologa Paola Gisfredi dedica un intero capitolo del libro di cui è autrice : “Ambiente e Sviluppo”, presente nella Biblioteca della Sezione Finanza Pubblica di questo Dipartimento, e Wolfang Sachs, autore di innumerevoli lavori tra cui “Ambiente e Giustizia sociale”, presente anch’esso nella Biblioteca di cui sopra, sono due economisti che oltre ad essere accomunati dal nome, hanno condotto entrambi autorevoli studi sulle tematiche più scottanti legate alle politiche ambientali e dello sviluppo ma con argomentazioni e considerazioni sensibilmente divergenti.
In “Ambiente e Sviluppo” l’Autrice, nell’intento di ricostruire un dibattito a più voci su alcuni temi cruciali intorno allo sviluppo, come quelli della sostenibilità, della globalizzazione,dei conflitti sociali ed ambientali, mette in luce la complessità e le diverse implicazioni del cambiamento che stiamo vivendo, evidenziando con particolare attenzione gli aspetti e le linee fondamentali del pensiero di I. Sachs. Nel primo capitolo, tratta le diverse concezioni dello sviluppo, prendendo le mosse dallo sviluppo convenzionale degli anni cinquanta e sessanta, giungendo poi alla concezione di uno sviluppo diverso che pone l’accento sul rapporto uomo-ambiente e sul riconoscimento della diversità culturale, evolutosi poi in “sviluppo integrato”e “sviluppo centrato sull’uomo”. Tali ultime definizioni elaborate negli anni ottanta, in seguito alla crisi ed allo smantellamento dell’apparato concettuale dello sviluppo convenzionale avutosi negli anni settanta. Crisi, quest’ultima, che è posta al centro delle riflessioni e della letteratura di questo decennio che ne descrive la globalità e la pervasività in ogni sfera dell’esistenza umana. Tutti gli approcci allo sviluppo alternativo elaborati a partire dagli anni settanta, tra i quali emergono le strategie dei basic-needs, della self-reliance e dell’ecosviluppo, sono accomunati dall’orientamento normativo ed ulteriormente unificati dal riferimento alla dimensione endogena. L’esigenza di un prospettiva globale, maturata già nel corso degli anni settanta insieme alla valorizzazione delle dimensioni endogene e locali dello sviluppo, emerge dalla consapevolezza dell’interdipendenza planetaria, intesa sia come comune appartenenza di tutti i popoli ad un unico pianeta che come reciproca dipendenza fra uomini. La prospettiva dello sviluppo non deve però essere confusa con la teoria della globalizzazione, pur esistendo un rapporto di continuità fra di esse. Quest’ultima corrisponde ad un insieme di trasformazioni economiche, culturali e politiche ed è concepita in termini di internazionalizzazione del capitale finanziario e di transnazionalizzazione dell’economia. La prospettiva dello sviluppo globale invece, presuppone l’idea di un ordine mondiale ed il perseguimento di un progetto universale a differenza della globalizzazione che rimanda al carattere ingovernabile ed autopropulsivo degli affari mondiali, risultando pertanto, un concetto sfuggente e polimorfo. Essa è una sorta di “descrizione prescrittiva” dei mutamenti strutturali e culturali in atto, mentre la prospettiva dello sviluppo globale si colloca su un piano normativo e nasce dalla profonda esigenza di trasformazione dell’assetto economico e politico internazionale, che trova la sua legittimazione proprio nel verificarsi di problemi di natura globale. L’idea di una gestione mondiale dell’ambiente, infatti, si impone in seguito al manifestarsi di forme di degrado ecologico di portata planetaria. L’Autrice sottolinea con abilità e chiarezza le diverse matrici etiche ed ecologiche che supportano le divergenti opinioni in merito proprio allo sviluppo globale. Tra i sostenitori dell’eco-sviluppo, il più celebre è stato, senza ombra di dubbio, proprio I. Sachs che ha arricchito tale concezione, di una particolare sensibilità socio-antropologica e configurandolo come una prospettiva globale volta d unificare i due emisferi del pianeta nella realizzazione di uno sviluppo in armonia con la natura. L’ecosviluppo è presentato come un concetto di grande valore euristico, indispensabile per comprendere la complessità dei processi di sviluppo in ogni parte del mondo e, pur collocandosi nel versante normativo della teoria dello sviluppo, non è assolutamente inteso come una dottrina, né, tanto meno, come un modello applicabile meccanicisticamente. Al contrario, esso si caratterizza per la sensibilità alle diverse situazioni reali, la capacità di tradursi in una pluralità di strategie e di fornire indicazioni diversificate in rapporto alla soluzione di problemi specifici. Sviluppo o “malsviluppo” rappresentano due possibili esiti della crescita economica considerata da Sachs, come una componente essenziale del processo di sviluppo, il cui fine è comunque la realizzazione dell’uomo nella sua totalità. Ecosviluppo, pertanto, significa conciliazione tra gli obiettivi socio-economici ed ecologici, ma anche integrazione tra i vari livelli di progettazione (da quella locale a quella globale) e di azione (coinvolgimento di tutti gli attori sociali) dello sviluppo. Sachs ritiene, inoltre, rilevante comunque e sempre, il ruolo dello stato, perché ad esso spetta il compito di sostenere le iniziative della società civile e di attuare una politica redistributiva per eliminare le sperequazioni sociali. Ma, contemporaneamente, Sachs confida anche nella realizzazione di un’autorità sopranazionale capace di tutelare l’ambiente e di garantire un equo accesso alle risorse comuni del pianeta. Individua, inoltre, la figura dell’ecopianificatore che avrebbe un ruolo cruciale nella formulazione dei progetti di sviluppo di un pese. Infatti quest’ultimo avrebbe il compito di agire come intermediario e negoziatore tra il livello locale e quello superiore. L’Autore in parola, è convinto che la crescita economica resti una condizione necessaria, anche se non sufficiente, a garantire lo sviluppo. Il vero problema consiste, invece, nel porre fine alla crescita economica fondata sulla esternalizzazione dei costi sociali ed ambientali e nell’intraprendere uno sviluppo durevole. Le soluzioni formulate per l’internalizzazione dei costi ambientali, elaborate nell’ambito dell’economia neoclassica(come l’imposizione di tasse ecologiche alle industrie inquinanti), risultano spesso, non del tutto efficaci a causa della difficoltà d individuare gli inquinatori. Inoltre, permettendo di svolgere attività dannose alla collettività ed all’ambiente contro il pagamento, si ripropongono i rapporti di dominazione esistenti all’interno del sistema sociale. Per consentire la riproduzione ecologica a lungo termine, Sachs propone di intervenire sulla domanda e sull’offerta di beni e di servizi, cercando di modificare radicalmente il nostro modo di vivere e di produrre, ma puntando anche sulla scelta di tecnologie intermedie ed appropriate, collegate al pluralismo tecnologico, giudicate ecologicamente compatibili. Si propone così una radicale riforma fondata sul decentramento di potere tra stato. Mercato e società civile a favore di quest’ultima. Difesa della biodiversità e della diversità culturale, sostenibilità ambientale e giustizia sociale sono fattori strettamente interconnessi nella prospettiva dell’ecosviluppio di Sachs, che ha avuto li merito di coniugare la cultura umanistica alla prospettiva ecologica, sebbene gli siano state mosse alcune critiche da autori di segno opposto, che lo hanno accusato di essersi limitato alla enunciazione di principi normativi difficilmente realizzabili, di non essersi discostato molto dal paradigma dominante dello sviluppo a causa della grande importanza attribuita alla crescita economica ed alla innovazione tecnologica, infine anche per la fiducia riposta nella istituzione Stato e nella politica internazionale. Ma d’altra parte il particolarismo che poi si manifesta nei sanguinosi processi di frantumazione politica, potrebbe essere altrettanto pericoloso dell’universalismo occidentale. Infatti potrebbe condurre alla chiusura entro la propria specificità culturale e precludere il dialogo ed il confronto tra i popoli. L’Autrice dedica riferimenti incisivi, nella sua trattazione, anche a studiosi considerati detrattori dello sviluppo, tra cui Wolfang Sachs le cui considerazioni in merito a tali problematiche, sono ben delineate nel suo libro”Ambiente e giustizia sociale. Laddove si sospetta che la sostenibilità si riferisca alla sopravvivenza del modello economico-industriale, piuttosto che a quella del pianeta, e si afferma che la mondializzazione dello sviluppo potrebbe rivelarsi un ulteriore espediente per imporre un unico modello e condurre alla scomparsa delle culture e delle tradizioni scampate alla forza distruttiva ed omologatrice della modernizzazione. La stessa proposta di istituire un’Autorità mondiale per la tutela dell’Ambiente e la gestione delle risorse naturali, raccomandata dalla Conferenza ambiente e Sviluppo di Rio de Janeiro è stata accolta da quest’ultimo con diffidenza. L’Autore, teme infatti, che le nazioni si avvalgano della superiorità sul piano tecnologico scientifico per imporre un proprio governo mondiale e per mantenere la loro posizione egemonica, volgendo a proprio vantaggio eventuali decisioni prese in nome del benessere dell’intera umanità e della salute del pianeta. Wolfang Sachs, nel suo libro, ricorda un racconto di Montaine, nel quale, si riconosce il concetto classico di sicurezza, intesa come spazio sicuro all’interno delle mura di Augusta, nel XVII secolo, contrapposto al senso di incertezza e di pericolo esterno alla città stessa. La sicurezza esterna era affidata all’esercito, mentre quella interna alla polizia. Tutti e due gli aspetti hanno le loro radici nel diritto di sovranità dello stato; verso l’esterno vale il principio della non interferenza verso l’interno, il principio del monopolio della forza. Questo concetto di sicurezza è diventato il concetto chiave del sistema degli stati in Europa disegnato nella pace di Westfalia a Munster nel 1648. Si trattava di un modello meccanicistico secondo il quale gli stati bastavano a se stessi come”monadi” ed erano chiusi in sé. La concezione classica della sicurezza aveva l’obiettivo di rafforzare questo contenitore verso l’esterno e verso l’interno, essendo dipendente da un concetto territoriale di società. Questo modello della realtà non è sopravvissuto all’11 Settembre 2001. Una guerra senza stato, senza frontiere, con i nemici dappertutto e da nessuna parte. Con l’11 Settembre la violenza è diventata transnazionale veramente. Non c’è più alcuna distinzione tra dentro e fuori, nessun territorio può più proteggere, sia gli aggressori sia i difensori agiscono in tutto il mondo grazie a tecnologie informatiche e di trasporto in tempo reale. La violenza si è deterritorializzata. Sembra proprio che la globalizzazione abbia definitivamente raggiunto anche la violenza. Si sostiene, quindi, che l’era della globalizzazione trionfante si è chiusa in un certo senso con l’attacco alle due torri gemelle. Quest’era sarebbe durata 12 anni, da quando il capitalismo è entrato nell’ebbrezza della vittoria. Oggi il dubbio si è insinuato persino nei templi della globalizzazione neoliberista come il WTO o il FMI; ormai nessuno può cantare l’inno del libero commercio senza doversi giustificare nei confronti dei senza diritti e dei poveri. Nell’800 si riteneva che la crescita economica fosse in grado di produrre continuamente cose utili e nuove, ma l’ottimismo per la crescita ha assunto, in seguito, tratti patologici. La crisi ambientale ha dimostrato che il valore aggiunto si basa, in parte, sul valore sottratto sia ai beni comuni sociali sia ai beni comuni naturali.Queste sottrazioni non sono messe in bilancio perché non sono quantificabili,quindi il valore aggiunto è sempre parzialmente legato ad un aumento di disvalore. La giustizia non può essere raggiunta con la diffusione di una illimitata crescita economica; giustizia e limiti devono essere ripensati come unicum. Senza ecologia non esiste giustizia in questo mondo, perché altrimenti la biosfera perderebbe il suo equilibrio. Il summit di Rio del 1992, attraverso le sue Convenzioni ha posto alcune pietre miliari nel campo della politica ambientale internazionale, ma è anche vero, secondo Sachs, che gli accordi di Rio sono bifronti: da un lato proclamano la riconversione ecologica e dall’altro sottolineano il valore della crescita economica e del libero commercio. I governi del mondo hanno, pertanto, riconosciuto la crisi dell’ambiente, ma allo stesso momento hanno spinto in avanti lo sviluppo. Il fossato più profondo sembra esistere tra i ricchi globalizzati ed i poveri localizzati: la divisione Nord - Sud non separa più intere nazioni, ma divide ogni singola società. Nel contesto, dunque, di un sistema commerciale globale indifferente alla natura, la richiesta di una maggiore giustizia comporta automaticamente una riduzione della sostenibilità, che quindi rimarrà “per strada” se il Nord non riuscirà a raggiungere accordi ambientali che il Sud troverà equi. Anche Johannesburg viene considerato dall’Autore un vertice per lo sviluppo e non per l’ambiente. Il “contratto”di Rio che impegnava i paesi ricchi ad aiutare i paesi più poveri per una transizione verso la sostenibilità con soldi e tecnologie è rimasto, in larga parte, disatteso. A Johannesburg si constaterà amaramente che più o meno gli stessi governi che sul grande palcoscenico di Rio si sono dichiarati favorevoli ad uno sviluppo sostenibile, sono stati gli stessi che, non appena i documenti di Rio sono stati riposti negli archivi, hanno rimosso questo obiettivo. Il principio di “precauzione”, principio guida degli accordi multilaterali di Rio, dovrebbe diventare la pietra angolare dell’architettura del WTO, favorendo così la crescita di un protezionismo a favore dell’ambiente. Nella parte conclusiva del proprio lavoro, l’Autore, nell’indagare sui nuovi modelli del benessere, pone l’accento sulla frugalità quale chiave del benessere stesso, aderendo così al principio di vivere la vita con semplicità. Il benessere ha aspetti materiali ed immateriali, ed avere troppe cose rende limitato il tempo per il piacere immateriale di godersele tutte; una sovrabbondanza di opzioni può facilmente far diminuire la soddisfazione. L’arte del vivere, dunque, richiede un limitato, ma sapiente uso di oggetti materiali. Bisogna diventare consumatori selettivi, saper dire di “no”. Coltivare coscientemente una scarsità di interesse verso i consumi eccessivi è la vera attitudine del futuro per ciascuno di noi ed è una chance per il mondo. Al di là delle diverse opinioni e delle discordanti correnti di pensiero, è necessario ricordare che la sfida che si presenta all’umanità, attualmente, consiste nel superare le rigide dicotomie concettuali (globale/locale-tradizione/modernità-universalismo/particolarismo) che informano il nostro pensiero e si ripercuotono sulle nostre azioni. La sfida non è unica ma si articola su diversi versanti: epistemologico, ecologico, economico e sociale. La ricomposizione sociale, la valorizzazione della diversità culturale, il ricongiungimento del pensiero dualistico, sono alcune delle vie attualmente delineate per superare la crisi contemporanea. Hegel sosteneva che la nottola di Minerva, che reca la sapienza, prende a volare sul far della sera: sia questo un buon auspicio perché si aggiri intorno a coloro che sono significativamente impegnati nella ricerca di soluzioni a favore dell’umanità.
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