| Le nuove vie alla cattedra, più problemi che soluzioni
Lo stato giuridico dei docenti universitari
di D. Antiseri
(Articolo pubblicato su "Il Sole 24 ORE" del 12 novembre 2005)
Se fosse vero che le "nuove disposizioni concernenti i professori e i ricercatori universitari" rappresentano una "riforma meravigliosa", ne conseguirebbe che tutti quei rettori, presidi e docenti che hanno dato vita a una protesta senza precedenti sono o incompetenti o disonesti. O tutt'e due le cose insieme. Non credo affatto che le cose stiano così e ciò, innanzitutto, per la ragione che l'attuale riforma della docenza ha volutamente ignorato la proposta più ragionevole, meno macchinosa e più trasparente: quella della lista aperta di idonei per professore ordinario e professore associato. In cosa consiste? A scadenza prefissata, le diverse commissioni elette dai colleghi dei rispettivi raggruppamenti scientifico-disciplinari dichiarano idonei a occupare cattedre di prima e seconda fascia ( da ordinario o da associato) candidati che hanno dato buona prova nella ricerca scientifica. Saranno poi le diverse Facoltà a chiamare gli idonei considerati più adatti sia per gli sviluppi della ricerca che per le necessità didattiche. In questo modo, le commissioni non si vedrebbero costrette ad arzigogolare cavilli per escludere candidati degni almeno tanto quanto quelli dichiarati idonei per ogni posto messo a concorso (prima tre, poi due e oggi, in base alla nuova normativa, il doppio dei posti messi a concorso nelle prime due tornate di idoneità per professori ordinari e nelle prime quattro tornate per professori associati e, a regime, con l'aumento di un massimo del 40% dei posti messi a concorso).
Per il momento, pertanto, siamo rimasti al sistema della "bina". E l'idea della lista aperta è stata scartata. Eppure, una simile misura inizialmente avanzata dal ministro Berlinguer, appoggiata al.Senato dall'opposizione di allora sotto le indicazioni e le argomentazioni del senatore Pera, fatta propria da moltissimi illustri docenti, a cominciare da Umberto Eco venne successivamente stravolta alla Camera dove si fissò per tre anni il numero di tre idonei per ogni posto messo a concorso, e di due idonei per ogni posto messo a concorso nelle tornate successive. Dunque: la lista aperta fu bocciata dalla sinistra ed è stata ignorata dalla destra.
Che senso ha mettere un limite alle idoneità? Che ne sa il legislatore di quanti sono gli studiosi validi in questo o quel settore? Se in un settore scientifico-disciplinare ci sono, su cento candidati, venti studiosi degni di idoneità, perché mai una commissione dovrebbe essere costretta a promuoverne solo sei, qualora, per esempio, i posti a concorso fossero tre? E, allora, in base a quali ragioni si è avallato un sistema che costringe a umiliare, magari per anni e anni, studiosi ben preparati?
La grande stampa ha esaltato il concorso nazionale, finalmente nazionale! Chiedo: e la proposta della lista aperta che cosa è se non la forma più chiara e trasparente di concorso nazionale? In ogni caso, la reiterata obiezione contro la proposta della lista aperta di idonei è stata ed è che le liste aperte si sarebbero dilatate in maniera tale da inglobare bravi e meno bravi. Qui, però, non si vede la ragione per cui i membri delle commissioni giudicatrici sarebbero irresponsabili se estensori di liste aperte e responsabili, invece, se estensori di liste chiuse. Chi ci dice che nella lista chiusa passerebbero soltanto i migliori, e non anche i meno bravi o addirittura soltanto i meno bravi? E la cosa di maggior rilievo, purtroppo sempre sottovalutata, è che proprio con la lista aperta i bravi non verrebbero esclusi, con la conseguenza di un'ampia libertà da parte delle Facoltà all'atto delle chiamate. Con le «nuove disposizioni» si è inteso ergere una diga contro il "localismo", vale a dire contro i concorsi banditi dai singoli atenei con l'auspicio della riuscita del candidato locale. Ebbene, a parte il fatto che si sono avuti concorsi con bocciature di candidati locali, e a parte il fatto che se una Facoltà bandisce un posto pensando a un candidato locale, lo fa perché, in linea generale, quel candidato ha dato buona prova di sé, le «nuove disposizioni» comportano, quale conseguenza inintenzionale, non l'eliminazione del localismo quanto piuttosto il suo irrigidimento.
Supponiamo, infatti, che un professore associato si senta pronto per il passaggio a ordinario, va da sé che costui, prima di chiedere alla Facoltà di bandire il posto, s'informerà, per quanto possibile, sull'eventuale consenso di cui gode presso i docenti di ruolo del suo settore scientifico-disciplinare e sul consenso della Facoltà per l'eventuale chiamata, e se non avrà ragionevoli assicurazioni, quel posto, con ogni verosimiglianza non sarà messo al bando. Quindi: il prevedibilissimo esito del tanto sbandierato «nuovo concorso nazionale» sarà il localismo più ferreo o la sostanziale paralisi dei concorsi. Esiti, questi, la cui prevedibilità è rafforzata dalla proposta per cui i commissari non saranno più eletti dai membri dei vari settori scientifico-disciplinari ma pescati a sorte.
Quasi che le commissioni sorteggiate — proprio perché sorteggiate e non elette sarebbero immuni dalle reiterate, anzi eterne, bassezze di cui si sarebbero mostrate capaci le commissioni elette dai colleghi. Disoneste per definizione le commissioni elette; trasparenti e probe, per decreto legislativo, le commissioni con membri sorteggiati ! E qui più d'uno, nei giorni trascorsi, ha reclamato la par condicio: quel che vien fatto valere per gli universitari dovrebbe valere pure per i nostri parlamentari: si aboliscano i sistemi elettorali e si sorteggino, tra le elettrici e gli elettori, i nostri parlamentari...
Non è da oggi che i nostri ricercatori sono sotto tiro. Quel che si è voluto e si vuole far credere è che gran parte dei guai, se non tutti, dell'Università dipendono dai ricercatori. Ecco il ritornello: è un male che il posto da ricercatore sia un posto di ruolo: il posto di ruolo alimenta la fannulloneria; occorrono, quindi, anni di precariato per stimolare lo spirito di ricerca, eccetera eccetera. Va qui subito detto che questi non sono argomenti, ma autentiche sciocchezze, purtroppo cariche di conseguenze nefaste. Ma poi: questi ricercatori di chi sono allievi? Chi li ha guidati? Chi li ha promossi? Se un ricercatore ha smesso di fare ricerca, la colpa è sempre sua? E da quali pulpiti viene spesso la predica! Non esistono ordinari che da anni non fanno ricerca, più intenti a far soldi nei loro studi privati o indaffarati a fungere da strofinacci nella cucina di questo o quel partito? Ed è di una gravità enorme che a migliaia di ricercatori siano stati affidati, all'interno dei vari corsi di laurea, insegnamenti anche fondamentali, e che la nuova legge non abbia riconosciuto la terza fascia dì docenza. Sa di ridicolo il titolo di professore "aggregato" per gli attuali ricercatori con un triennio di insegnamento e per i nuovi ricercatori reclutati da qui al 2013 a tempo indeterminato, escludendo da questo titolo gli attuali ricercatori con meno di tre anni di insegnamento. Ed è illiberale, perché in contraddizione con i più elementari principi meritocratici, aver stabilito quote riservate sia per i concorsi da ordinario che da associato. Un Paese privo di un buon sistema formativo non ha molte speranze per il futuro. E non basta dire di aver fatto una riforma perché la riforma sia ipso facto anche una buona riforma. E questa del reclutamento della docenza universitaria è stata un'occasione perduta, al pari della riforma dell'esame di maturità, ormai ridotto a una sostanziale farsa.
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