Università: così il Nord batte il Sud
del prof. Guido Trombetti - Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Napoli Federico II
Parliamo di Università. Senza, però, parole e frasi ad effetto. Niente “interdisciplinarietà”, “rapporti col territorio”, “valutazione”, “non c'è sviluppo senza ricerca ed alta formazione”, “hi-tech”… espressioni che generalmente condiscono i discorsi sugli studi universitari. Lasciamole alle tavole rotonde, ai talk-show, ai programmi elettorali. Questa volta facciamo i conti della serva. Senza lamenti. Senza commenti. Ci affidiamo a numeri e ragionamenti. Le conclusioni le affidiamo allo studioso lettore.
Nel 2005 l'Ateneo ha registrato una crescita dei fondi che il Ministero trasferisce all'Università (FFO) di 12 milioni di euro (contro i 26 ragionevolmente attesi). La spiegazione di ciò più avanti. Sul versante delle uscite l'università ha pagato circa 7 milioni di euro per incrementi stipendiali dei docenti. Decisi per legge a Roma. E scaricati sui bilanci degli atenei. Sempre a carico dei bilanci gli scatti di anzianità che ammontano a circa 3 milioni. Ancora, a 17 milioni ammontano le spese relative ad un triennio di contratto del personale amministrativo e tecnico. Detto per inciso, si tratta del personale peggio pagato di tutta la pubblica amministrazione. A tali cifre vanno aggiunti gli aumenti di costo incomprimibili legati all'inflazione e alla crescita delle tariffe dei servizi: abbonamenti alle riviste per le biblioteche, energia, pulizie, guardiania… il tutto dà un incremento di spese di 29 milioni.
Basta saper fare addizioni e sottrazioni per capire gli effetti di tutto ciò. La Finanziaria 2006 non prevede incrementi. Anzi, vi saranno aumenti di uscite obbligatorie per gli atenei italiani di oltre 400 milioni di euro. Sul nostro bilancio ne deriva un incremento di spesa di oltre 20 milioni di euro.
Quali sono le fonti cui attingono gli atenei sul versante delle entrate? Sostanzialmente tre: FFO, tasse degli studenti, contributi esterni. Partiamo da questi ultimi. Si tratta in sostanza dei proventi di convenzioni o di contratti di ricerca che l'università (più precisamente particolari settori dell'università) riceve per specifiche finalità. Queste entrate (nel 2003 circa 49 milioni) contribuiscono molto alla crescita dell'attività in determinate aree disciplinari. Cosa ovviamente molto rilevante. E che va a merito dei gruppi che tali entrate producono. Il beneficio che ne deriva alle spese di gestione è, invece, estremamente ridotto. In parole povere il committente ti assegna la cifra x in cambio di un'attività. Questa attività ha dei costi che assorbono quasi interamente la cifra x. Chiunque capisce, inoltre, che filosofi, storici, fisici teorici, matematici… non hanno quasi nessun accesso a tale tipo di risorse. Cosa fare? Sospendere gli studi di filosofia e di matematica?
Il secondo fronte è quello delle tasse studentesche. La legge stabilisce che la tassazione non può superare il 20% dell'FFO. Nel Mezzogiorno siamo tra l'11 e il 13%. A Bologna al 20%. Le università meridionali sono nelle mani di benefattori scialacquoni? O forse fattori socioeconomici incidono in maniera rilevante?
E veniamo all'FFO. Quest'anno, 2005, il ministero dell'Istruzione ha ricevuto un incremento in Finanziaria di oltre 400 milioni di euro. Di questi, 274 sono stati destinati agli incrementi di FFO. La differenza utilizzata per altre necessità. I 274 sono stati divisi in due tranche, una di 150, l'altra di 124. Quella di 150 è stata ripartita secondo un meccanismo automatico (da ora denominato modello). Introdotti i dati di ogni singolo ateneo nel modello vengono fuori le cifre da assegnare a ciascuno. La tranche di 124 milioni è stata ripartita di nuovo utilizzando il modello nel modo che segue. Si calcola quanto toccherebbe (secondo il modello) ad ogni ateneo della cifra complessiva (circa 6,9 miliardi di euro) destinata al finanziamento delle università. Si confronta questa cifra con quanto ricevuto da un ateneo nel 2004. Se risulta (come nel caso della Federico II) che la cifra ricevuta nel 2004 è superiore a quella derivante dal modello, l'ateneo viene ritenuto sovrafinanziato. E non gli tocca niente dei 124 milioni.
Il risultato concreto della ripartizione dei 124 milioni è stato il seguente: 74,6% alle università del Nord (dico 74,6%), 20,9% alle università del Centro, 4,5% alle università del Sud (dico 4,5%). In altri termini quasi tutte le università del Mezzogiorno sono risultate soprafinanziate. Hanno (più che giustamente) ricevuto risorse soltanto Benevento e Cosenza.
Non possiamo qui discutere il modello. I suoi pregi. Le sue, a mio avviso notevoli, distorsioni. Essso non tiene in alcun conto fattori strutturali, socioeconomici (ad esempio il Pil provinciale o quello regionale). Mette a confronto politecnici di aree fortemente sviluppate con atenei tematici di area umanistica. Megatenei con microatenei. Università con i policlinici con università senza policlinici.
Quali conclusioni? Da un lato è evidente che il modello è penalizzante per gli atenei del Mezzogiorno. Dall'altro gli atenei del Mezzogiorno non sono privi di responsabilità (magari storiche). Mi sembra chiaro, comunque, che la conseguenza di tutto è il ridimensionamento della quantità e qualità dei servizi.
Accidenti! Avevo promesso di non trarre le conseguenze lasciandole allo studioso lettore.
|