Giurisprudenza, iter troppo rigido
di Alessandro Monti
(Articolo pubblicato su "Il Sole 24 ORE" del 28 gennaio 2006)

I limiti della nuova laurea magistrale in giurisprudenza (si veda «Il Sole-24 Ore» del 26 novembre 2005) - in parte ripresi da Vincenzo Ferrari, presidente della Conferenza dei presidi di giurisprudenza, il 17 gennaio - sono ignorati nella lettera del sottosegretario all'Istruzione, Maria Grazia Siliquini, che sostiene le parti della riforma («Il Sole-24 Ore» del 19 gennaio).
Anche se alcuni sembrano rimpiangere l'articolazione su due livelli (si veda l'articolo di Antonio Padoa Schioppa sul Sole-24 Ore del 25 gennaio), è apprezzabile il ritorno all'unitarietà degli studi giuridici rispetto alla frantumazione del «3+2». Tuttavia, non si possono sottovalutare le incongruenze con le quali questo ritorno si sta realizzando. È singolare, infatti, non accorgersi delle rigidità del nuovo ordinamento didattico e delle distorsioni che possono scaturire dalla squilibrata distribuzione di crediti formativi (Cfu), che opera una duplice discriminazione. L'attribuzione di pesi assai diversi agli ambiti e ai settori disciplinari - che risente della composizione nella commissione ministeriale incaricata di predisporre la «Tabella» - si risolve in un'immotivata graduatoria di importanza di discipline. Ciascuna, invece, è in grado di fornire apporti necessari alla piena formazione del giurista moderno.
Si configurano, cosi, otto settori di primo rango, con rilevanti crediti minimi individuati e obbligatori a livello nazionale, che assorbono oltre la meta dei crediti vincolati: diritto privato 25 Cfu; diritto amministrativo 18 Cfu; filosofia del diritto, diritto penale, diritto commerciale 15 Cfu ciascuno; diritto processuale civile e diritto processuale penale 14 Cfu ciascuno; diritto del lavoro 12 Cfu. Vi sono poi 14 settori di secondo rango, con pochi crediti collettivi da dividere con altri.
Il nodo non è solo nell'ambito economico che, con appena 15 Cfu, comprende sei settori, incluso il diritto tributario, né solo nell'ambito pubblicistico (18 crediti per tre settori). Problema essenziale è anche l'inopinata assenza di importanti settori (diritto dell'economia, diritto agrario, diritto della navigazione) nei confronti dei quali alcuni docenti ricorreranno al Tar. L'incerto insegnamento di discipline giuridiche ed economiche, consolidate e innovative, lasciate alla discrezionalità delle facoltà e ai modesti margini di manovra loro riservati (tre quarti dei 300 Cfu sono vincolati) finisce per riflettersi negativamente sull'efficacia del corso e dunque sulla valutazione degli studenti e del mercato. Per esempio, non è prevista economia della giustizia, mentre per deontologia professionale, informatica giuridica, logica e argomentazione giuridica e sociologia giuridica sono riservati complessivamente sei crediti che faranno riferimento a filosofia del diritto.
In questo quadro si inserisce anche la mancata previsione di discipline integrative che, non assicurando un'adeguata formazione interdisciplinare, rende problematica un'elevata qualificazione professionale e culturale. Tuttavia, l'annunciata possibilità di attivare altri corsi di laurea in giurisprudenza per la preparazione di professionalità diverse da quelle legali (notaio, avvocato o magistrato sono appena il 15% dei laureati complessivi) sembra impedita da un'ambigua formulazione al singolare del Dm 293/2005.
Appare opportuno, dunque, snellire il decreto, limitandosi all'indicazione complessiva dei crediti degli ambiti e dei settori disciplinari ritenuti essenziali per le attività formative di base, caratterizzanti e integrative, senza imporre vincoli specifici se non l'obbligo di attivarne l'insegnamento. Il tutto lasciando a facoltà e studenti la libertà di mettere a punto piani di studio coerenti ai relativi sbocchi professionali.