Giurisprudenza, svolta a rischio
di Anotonio Padoa Schioppa
(Articolo pubblicato su "Il Sole 24 ORE" del 25 gennaio 2006)
Le facoltà di Giurisprudenza sono impegnate in queste settimane in una corsa affannata contro il tempo per adeguare i programmi didattici alle prescrizioni del decreto ministeriale 293 del 25 novembre 2005 che istituisce la laurea quinquennale. La nuova tabella contiene una serie di vincoli in forza dei quali su 300 crediti complessivi, quelli vincolati ai gruppi disciplinari principali sono 216.
Ciò può essere giustificato, anche perchè all'interno di ogni settore le discipline attivabili sono diverse, il che consente di articolare con una certa flessibilità la parte avanzata del corso di studi. Ad esempio tutti gli studenti dovranno sostenere l'esame di Diritto costituzionale al primo anno (corso base), ma potranno al quarto anno – se le facoltà lo vorranno – utilizzare i crediti residui del settore per scegliere tra Giustizia costituzionale, Diritto regionale, Diritto costituzionale europeo e così via.
Il decreto non precisa su quale anno dovranno cadere i crediti assegnati, a eccezione di quelli destinati al primo anno. Sicché sta alle facoltà fissare l'articolazione dei quattro anni successivi al primo. E qui si apre un bivio, che in effetti sta divaricando il cammino delle facoltà. Da una parte vi e chi intende privilegiare la riduzione del numero degli esami. Per ottenere questo, la via è attribuire a una sola disciplina l'intero monte crediti prescritto dalla tabella: a Diritto penale 15 crediti, alle procedure 14 crediti e così via. L'esame è unico, anche se l'insegnamento può distendersi su due semestri. In sostanza, si spalmerebbe su cinque anni la vecchia laurea quadriennale.
D'altra parte vi e chi sostiene la necessità di ripartire una serie di insegnamenti fondamentali su due livelli: il livello formativo di base e il livello avanzato. Il primo livello (che in sostanza corrisponde al primo triennio) impartisce criticamente e sinteticamente le nozioni essenziali della disciplina, il secondo livello approfondisce aspetti particolari e soprattutto addestra il futuro giurista a impiegare correttamente le norme in vista dell'impostazione dei casi: un obiettivo che la vecchia laurea quadriennale non perseguiva in misura adeguata, come fu denunciato ripetutamente in termini chiarissimi da giuristi illustri, da Vittorio Scialoja a Pie ro Calamandrei, da Mauro Cappelletti a Gino Gorla. Fino a ieri invano.
La soluzione articolata sui due livelli serve appunto per garantire questo risultato. E in effetti per Giurisprudenza le cose stanno gia cambiando in meglio. Non solo la suddivisione in semestri ha dimostrato di accorciare i tempi di laurea senza sacrificare la preparazione, ma la laurea specialistica sta cominciando a dispiegare i suoi effetti formativi. Naturalmente questo richiede anni.
Riteniamo perciò che la seconda via sia di gran lunga preferibile alla prima, anche se comporta un numero di esami un poco superiore. Ma il vantaggio in termini formativi è enorme. Inoltre, la seconda via consente agli studenti che non possano o non vogliano proseguire gli studi di conseguire un titolo di laurea triennale sufficientemente solido e coerente, che a sua volta può articolarsi in forme diverse, più o meno direttamente professionalizzanti.
Un rischio della divaricazione tra le facoltà giuridiche (che fino a oggi avevano meritoriamente saputo mantenere una linea formativa unitaria) è che la moneta cattiva scacci la buona. Tutte le università mirano oggi ad avere più studenti e perciò più contributi. A parità di valore legate del titolo, gli studenti potrebbero essere tentati di iscriversi alle facoltà “facili”, con un numero inferiore di esame, formalmente carichi di crediti ma in realtà non proporzionalmente pesanti.
Sarebbe, questo, un esito davvero negativo per la formazione dei futuri giuristi. |