Tre misure urgenti per il rilancio dell’università
del prof. Guido Trombetti - Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Napoli Federico II
(Articolo pubblicato su "Il Sole 24 ORE" del 26 maggio 2006)

Il sistema universitario italiano è un sistema pubblico, che prevede anche adeguati spazi per iniziative private d'eccellenza. E questo il dato di fatto da cui partire. L'università produce beni pubblici. Essa stessa è un bene pubblico e tale deve restare. Ciò non significa sottovalutare le esigenze della società e del mercato. Tutt'altro. Proprio perché è un bene pubblico l'Università deve perseguire l'interesse pubblico. Il punto sta nel distinguere azioni e ruoli.
Lo sviluppo della conoscenza sarebbe a forte rischio se subordinato esclusivamente a logiche di mercato. Si avrebbe il declino di aree di grande rilevanza culturale poco appetite dal mercato. E il loro declino anticiperebbe quello di tutta la ricerca. E quindi dell'intero Paese. Sia chiaro, però, che non possono esistere zone franche. In cui chiedere risorse senza mai esser valutati. Questo è un lusso che non si può più consentire a nessuno. Ma il mercato non è l'unico supremo "valutatore".
Occorre pertanto sostenere una politica di finanziamenti pubblici che preveda certezze e trasparenza. E la valutazione come elemento fondante delle scelte. La politica delle risorse deve essere indirizzata su due piani. Uno strategico. L'altro di breve periodo. Sul primo fronte l'obiettivo è ottenere un adeguamento agli standard europei. L'Università italiana è sottofinanziata da molto tempo. Lo sappiamo tutti. Lo ha ribadito anche il ministro Mussi. A tal fine è necessario che il Governo elabori un piano pluriennale di incremento dei finanziamenti agli atenei (almeno il 10% all'anno di incremento del Ffo per 5 anni) per raggiungere la media europea. Per portare ai livelli europei la qualità dei servizi nella didattica e nella ricerca. Per affrontare il problema vitale dell'ingresso dei giovani nel mondo della ricerca. Per adeguare le retribuzioni del personale amministrativo e tecnico, attualmente ai livelli minimi di tutto il pubblico impiego.
Avviare un piano del genere richiede risorse. E scelte conseguenti. Difficile che possano intervenire prima della prossima legge finanziaria. Nel frattempo s'impone l'esigenza di alcuni provvedimenti immediati. Il primo: porre a carico dello Stato gli incrementi stipendiali del personale, che cresco-no automaticamente senza una parallela copertura finanziaria. Il secondo: sgravare il ministero dell'Università e gli atenei dei costi per l'attività assistenziale svolta dal personale universitario di area sanitaria. Il terzo e più importante: consentire agli atenei di "incassare" in anticipo le disponibilità future liberate dal notevole flusso di pensionamenti che si avrà tra il 2012 e il 2017. Spalmando l'utilizzazione di tali risorse su tutto l'arco temporale. A cominciare da oggi.
Ciò eviterebbe un effetto distorsivo sulla qualità della docenza universitaria. In quegli anni, dopo aver bruciato almeno un paio di generazioni, sarà necessario immettere frettolosamente nell'Università un gran numero di giovani. Magari non opportunamente formati. Tale possibilità naturalmente non deve essere interpretata come un'elargizione fine a se stessa. Bensì come l'espressione della capacità programmatoria degli atenei, tradotta in specifici atti sottoposti a monitoraggio e controllo. Insomma, c'è molto da fare. E il metodo è il dialogo tra le istituzioni, che il ministro Mussi sono certo vorrà utilizzare.