Riflessioni sul problema della proprietÓ temporanea
di Salvatore Tolone

L’analisi della proprietà temporanea condotta nella dottrina italiana rende immediatamente percepibili al lettore la densità e l’ampiezza dei suoi contenuti, lungo confini che questo breve intervento non è in grado in alcun modo di padroneggiare, quanto segue è dunque una breve riflessione concernente solo alcuni aspetti di tale tematica teorica,(1) concernente più precisamente gli studi sulla proprietà temporanea più recenti o che hanno attribuito al problema teorico una speciale attenzione analitica, pur fra i tanti altri interventi che nell’ambito della scienza giuscivilistica italiana si sono occupati dell’istituto dominicale temporaneo.
A focalizzare ulteriormente l’oggetto delle riflessioni che seguono, si cercherà di mettere in luce taluni aspetti di tale teoria che sostiene sia dato all’autonomia privata, nell’ambito del codice civile, di trasferire un diritto di proprietà limitato nel tempo dall’apposizione di un termine finale; tale termine finale, una volta scaduto, estingue il diritto di proprietà in capo all’avente causa ad tempus e lo ricostituisce automaticamente entro la sfera giuridico-economica dell’alienante.
Sembra asseribile che tale problema teorico, pur nella diversità delle elaborazioni e conclusioni ‘definitorie’ cui ha condotto gli illustri Maestri di diritto civile che se ne sono occupati lungo un considerevole arco di tempo, affermando ovvero negando la plausibilità e la conformità al nostro ordinamento dell’istituto, ha grandemente contribuito a mettere in luce una vasta serie di problematiche che percorrono l’ordine giusprivatistico attuale entro molti ordinamenti statuali, fra Rechtsstaat e Sozialstaat,(2) sia direttamente sia quanto ad una serie di tematiche ancillari che pur rientrano nello stesso campo d’analisi, a volte anche antivedendo l’estremo rilievo di determinati caratteri ontologici e concettuali.(3)
Esse si diramano – anche solo a voler restringere il novero alle problematiche giusrealistiche– dai problemi concernenti le regole di un sistema dei diritti reali che appare ad oggi rinnovato rispetto al nucleo racchiuso al momento della codificazione (si pensi, per limitarsi a meri richiami, alle riflessioni suscitate dai fenomeni dei patrimoni destinati, dalla multiproprietà e dal trust nel diritto italiano) fino alle derivazioni metodologiche che vengono sollecitate dai rilievi in punto di storia del diritto e dalle influenze mutuabili in tema di teoria del diritto.(4)
Non si può quindi non ascrivere a tale Dottrina il merito di aver in un certo senso condotto la scienza privatistica, anche se dissenziente in ordine alla configurabilità della proprietà temporanea, dovendosi misurare con una struttura dogmatica così risalente, multiforme nonché comune a diversi ordinamenti,(5) a rivisitare una relazione cruciale quale quella intercorrente, anche nei termini più generali fra l’elemento cronologico e la situazione giuridica dominicale dell’individuo, e basti in tal senso pensare alla critica ai caratteri, tradizionalmente individuati nella struttura dominicale, della imprescrittibilità e della immanenza ovvero alle anticipatrici valutazioni critiche concernenti la ‘totale oggettivazione della proprietà’ giustapposte alle argomentazioni a sostegno della proprietà temporanea.
Gli argomenti che si intende in questa sede evidenziare non hanno alcuna pretesa, sono perlopiù degli spunti problematici, una nota di studio minima con dei rilievi di dubbio concernenti esclusivamente taluni aspetti della elaborazione teorica, dubbi che chi scrive fino ad ora non è stato, per propri limiti, in grado di risolvere da solo.        
§.1 Tentativo di composizione di alcuni degli argomenti dedotti a sostegno della proprietà temporanea.

Sebbene articolate con diversa sensibilità quanto al quadro metodologico e giustificativo, si può tentare di circoscrivere un nucleo teorico, derivabile dalle dottrine in tema di proprietà temporanea, muovendo dalla precitata asserzione teorica: a giudizio della Dottrina che sostiene l’ammissibilità della proprietà temporanea, nel campo dei diritti reali l’autonomia privata(6) dei soggetti può stabilire che un diritto di proprietà sia trasferito temporaneamente in capo all’avente causa; allo spirare del termine finale il riacquisto del diritto in capo al dante causa opererà automaticamente.
L’atto di trasferimento ad tempus implica un distacco netto del diritto dalla sfera del dante causa, e di conseguenza la vicenda che è racchiusa dal riacquisto automatico allo spirare del termine non è configurabile alla medesima stregua di una normale vicenda intercorrente fra proprietà e diritto reale minore, ovvero come una peculiare manifestazione della c.d. elasticità del dominio presupposto come perpetuo ovvero ‘catalizzatore di ultima istanza’ (manifestazione mediata altresì dalla natura dispositiva delle regole giuridiche in materia di proprietà),(7) bensì come una sezione dell’intera vicenda giuridica che vede un trasferimento a termine ed un ri-trasferimento automatico del diritto in favore del proprietario a termine iniziale, per attuare il quale, di conseguenza, non è richiesto alcun negozio successivo.
La nozione attuale di proprietà temporanea si configura di conseguenza, quanto meno presso taluni interpreti, con vasti margini di differenziazione dalla tesi originaria dovuta all’Allara,(8) ed alla concezione di una proprietà temporanea che individuerebbe ‘un frazionamento del diritto di proprietà con riguardo alla sua efficacia nel tempo’, risolvendosi in ‘una reciproca compressione […] tra due proprietà’.(9)
Fulcro essenziale di tale demarcazione appaiono essere la natura giuridica del negozio che introduce la vicenda, nonché i consequenziali lineamenti quanto alle situazioni giuridiche soggettive che verrebbero a prodursi dall’apposizione di un termine di efficacia al diritto reale “pieno” della proprietà.
Sono in particolare sottoposti a critica elementi risalenti alla precedente teoria quali l’inerenza del termine finale al diritto trasferito, con il riconoscimento consequenziale di un limite nel diritto acquisito concernente l’oggetto dello stesso e l’altrettanto consequenziale proposizione di una posizione giuridica derivata indebolita nello schema traslativo ad tempus che diverrebbe una “alienazione costitutiva”.(10)
I margini di soggezione giuridica rispetto alla posizione del dante causa (futuro proprietario a termine iniziale) farebbero refluire l’analisi verso una configurazione di altri elementi della vicenda che in pari tempo invece vengono respinti.
Tali sono, ad esempio, la natura giuridica degli effetti prodotti dallo spirare del termine finale nella sfera giuridica del dante causa, da qualificarsi come vicenda traslativa direttamente conseguente dal dispositivo iniziale e non come arricchimento che consegue in via indiretta all’aspettativa insistente sulla relativa posizione dominicale, causa elasticità del dominio.(11)
Provando dunque a cogliere un momento teorico più generale, rispetto ad un variegato catalogo di elaborazioni dottrinali concernenti l’analisi della problematica de qua,(12) sembrano ipostatizzabili le seguenti asserzioni.
La Dottrina respinge quelle ipotesi diverse da una piena successive Eigentum nelle quali la connessione fra termine e contratto e/o fra termine e rapporto giuridico in qualche modo preludano ad una lettura della proprietà temporanea come riconducibile a forme di coesistenza di due proprietà, di ‘smembramento del diritto’, di c.d. ‘sdoppiamento del diritto’ o di c.d. ‘doppia proprietà’ (seppur intesa come ‘quiescente’ quella del dominus a termine iniziale) racchiuse nel medesimo arco temporale.
Ciò per quanto queste ipotesi siano diversamente orientate quanto all’equilibrio ed alla graduazione dei poteri inerenti alle due posizioni dominicali contigue,(13) le quali comunque necessitano di una reciproca composizione (lungo un limite minimo, come si vedrà dai brevi cenni che qui seguono, mediante riconoscimento di limiti ed obblighi in capo al proprietario ad tempus) in ordine al termine finale apposto al negozio traslativo di proprietà,(14) pena, ovviamente, l’emergere di una mera variante del fenomeno “compressione-elasticità”, quale modalità di configurazione teorica dei rapporti fra la proprietà ed un diritto reale c.d. minore.(15)
Quale la figura rappresentata dalla proprietà temporanea, nell’analisi dei sostenitori della sua configurabilità, non può essere considerata.          
La Dottrina deve dunque sviluppare, ai fini di una sua compiuta articolazione, una critica radicale alla coessenzialità del requisito di perpetuità della posizione giuridica individuale dominicale; deve, in altri termini, scindere la necessarietà della connessione fra tale carattere e gli elementi della pienezza ed esclusività esplicitamente previsti dall’articolo 832 c.c.(16)
Quanto dunque a tale settore dell’elaborazione, le argomentazioni muovono lungo due momenti complementari, ovvero la critica verso il «dogma» tradizionale della perpetuitas ed il sostegno all’ipotesi, da cui muoveva l’Allara seppur con le opportune rivisitazioni, in virtù della quale, estensivamente, ‘…nulla esclude che questa «pienezza» […] continui a sussistere quando sia preventivamente stabilito che il diritto è destinato ad estinguersi dopo un certo tempo più o meno lungo. Questa determinazione riguarda, infatti, la vita del diritto, non il suo contenuto, o comunque il modo in cui può essere esercitato’.(17)
Appare sostenibile dunque alla Dottrina che quanto alla “pienezza”, nel silenzio del legislatore a riguardo della perpetuitas, in un atto di autonomia che trasferisca il diritto di proprietà a termine finale possa valere una formula che reciti tempus non deminuit jus.
La critica relativa alla mancata previsione del requisito della perpetuitas nell’art. 832 c. c. assume quindi una prospettiva cardinale nell’elaborazione teorica de qua; la pienezza della proprietà, da intendersi come il modo caratterizzante l’esercizio della proprietà ad opera del suo titolare, espressa nella sua ampiezza in quanto corrispondente all’‘indefinito complesso delle facoltà comprese nella proprietà’,(18) non trova impedimenti nel limite della durata apposta al diritto, al netto ovviamente di quei limiti ed obblighi – e solo di questi – gravanti sul proprietario ad tempus in quanto funzionalizzati alla tutela del riacquisto del proprietario a termine iniziale, originario dante causa.
La presenza di essi limiti ed obblighi, del resto, sebbene dettati in via supplementare in quanto connaturati alla posizione giuridica assunta ad tempus che impone il rispetto verso la posizione del soggetto che è acquirente a termine iniziale, non può di per sé condurre ad alcuna rivisitazione ontologica circa la natura del diritto trasferito in via temporanea, posto che essi sono ritenuti del tutto compatibili con la coesistenza di limitazioni di natura generale che la pienezza ex art. 832 c.c. è astrattamente votata a ricevere stando allo stesso dettato della medesima norma.(19)
La configurazione della proprietà temporanea è dunque, in prima istanza, delineata in base a tali momenti teorici, tempus non deminuit jus e contemporanea coerenza con la previsione generale dell’art. 832 c.c. dei limiti ed obblighi necessari, nella configurazione strutturale dell’esercizio del diritto dominicale temporaneo, in quanto ancillari al riacquisto a termine iniziale.
In base al tempus non deminuit jus la Dottrina circoscrive inoltre un cruciale argomento ontologico, in virtù del quale vengono respinte le ricorrenti obiezioni in ordine alla diversa posizione giusrealistica che si deriverebbe dall’atto di trasferimento e che assumerebbe il proprietario ad tempus.
Tale formula cioè vale a respingere talune critiche avanzate verso la Dottrina, in quanto, spostandosi l’accento dell’analisi dall’assenza di dati testuali concernenti la perpetuitas al profilo funzionale dell’istituto proprietario, rilevando la sostanziale, relativa indifferenza quanto agli effetti dell’apposizione del termine finale sulla struttura dominicale o quantomeno l’astratta compatibilità di essa con la nozione “piena” ex art. 832 c.c., essa vale a demarcare la differente posizione derivativa del proprietario temporaneo da quella del titolare di un diritto reale c.d. minore quale può essere, ad esempio, il titolare del diritto di usufrutto.(20)
Come conseguenza, non si profila una posizione dell’avente causa ad tempus refluente, per ipotesi, verso diritti reali minori ma una normale posizione dominicale; quanto all’oggetto del contratto di trasferimento della proprietà l’apposizione del termine finale può avvenire ‘senza perdere la propria identità giuridica’, si ribadisce infatti che ‘solamente se alla limitazione della durata si accompagna una limitazione del contenuto che sia specificamente tipica di un diritto diverso dalla proprietà, solamente allora è da escludere trattarsi di proprietà’.(21)
L’argomento semantico è dunque riconducibile alla inalterata permanenza della totalità dei poteri dominicali riconducibili alla posizione del proprietario ad tempus, non si rilevano cioè poteri dominicali che la limitazione del termine finale possa impedire strutturalmente quanto al relativo esercizio, quei limiti ed obblighi naturalmente ancillari alla tutela della posizione proprietaria cronologicamente successiva, pur costituendo un proprium della vicenda delle successive Eigentum, si intendono come refluenti nella coessenzialità della nozione generale della figura proprietaria ex art. 832 c.c.(22)
Nel caso della costituzione di un diritto di proprietà ad tempus non siamo dunque a fronte di una proprietà specifica né quanto ai profili ontologici né, ancor di meno, quanto ai profili funzionali inerenti eventuali sacrifici dei poteri dominicali; l’asserzione della Dottrina è, in tal senso, netta: tempus non deminuit jus, la perpetuitas non è un elemento essenziale della posizione dominicale.
Si consideri specialmente laddove, con riferimento alla tesi del Pescatore, si argomenta: «Si può, dunque, considerare più che giustificata l’affermazione, secondo cui la ‘perpetuità del dominio è un elemento che non rientra in modo tassativo né nella definizione della proprietà contenuta nel codice, né nella disciplina positiva dallo stesso posta’. Sicché ‘la nota, sulla quale bisogna insistere nel delinearne la fisionomia, è quella del complesso dei poteri spettanti al titolare’, anche se, da questo punto di vista, occorre in ogni caso guardarsi da affermazioni troppo drastiche soprattutto in ordine a quella “pienezza” del diritto di godere e di disporre, che come si è detto, ha valore assai relativo e, in pratica, potrebbe apparire ridotta considerevolmente dall’incidenza di limiti (esterni) diversi dalla determinazione che sancisce il carattere temporaneo della situazione. Già si è rilevato come questa temporaneità non tocchi di per sé la suddetta “pienezza”».(23)

§.2 Tempus (si ex ante certum) non deminuit jus e la demarcazione della proprietà temporanea da figure (para) dominicali ‘provvisorie’, ‘transitorie’, ‘interinali’, ‘strumentali’, ‘contingenti’. L’elemento teorico dell’automaticità del riacquisto come manifestazione di un Klassenbegriff.

Ciò che ad avviso della Dottrina, grazie all’apposizione di un termine finale alla posizione dominicale, ci aiuta a delimitare e circoscrivere la figura proprietaria ad tempus da situazioni non sovrapponibili ad essa è l’essenziale certezza che l’apposizione di un termine nella struttura contrattuale che trasferisce il diritto demarca rispetto a situazioni erroneamente ritenute affini, sicché, emendando la formula qui proposta, occorre affermare dies ex ante certus non deminuit jus, ovvero ‘…porre l’accento sul termine inerente al contratto significa riconoscere che i poteri dell’acquirente a termine non sono diversi da quelli del proprietario senza limiti di tempo’.(24)
Il riferimento alla certezza favorita dal termine dedotto ex ante nella stipulazione fra le parti, ad esempio, vale a demarcare la proprietà ad tempus affermata dalla dottrina dalle ipotesi di proprietà su cui grava una condizione risolutiva seppur con annesso patto di non retroattività ex art. 1360 c.c.(25)
A fortiori, ove tale patto non sia aggiunto, possono essere escluse dal novero della proprietà temporanea le fattispecie di situazioni soggettive delineate dalla donazione con patto di riversibilità (di cui agli artt. 791-792 c.c.), e di vendita con patto di riscatto (art. 1500 ss. c.c.).(26)
Sono esse ipotesi nelle quali la qualifica di temporaneità della situazione dominicale potrebbe essere conferita solo ex post, essendo essa subordinata ad un accadimento eventuale ex ante incerto.
Tale qualifica, in altri termini, passerebbe ad assumere una valenza meramente descrittiva, successiva rispetto ad una situazione di fatto di già esauritasi; il fattore cronologico-disciplinare apposto alla  convenzione, causa l’operare della retroattività reale conseguente all’avveramento della condizione (artt. 1357 e 1360; 792, 1504 e 1501 c.c.) non consente di rilevare posizioni giuridiche comparabili rispetto a quelle di un proprietario ad tempus; da cui la critica esplicita alla teoria della proprietà risolubile.(27)
La ‘provvisorietà’ della situazione giuridica ovvero l’‘instabilità’ della stessa (categorie estese anche alla fattispecie di cui all’art. 1556 ss. c.c.) non possono essere confuse con la temporaneità, sicché la Dottrina non può che discriminare rispetto alla figura principale tutte le circostanze nelle quali avvenga un trasferimento della proprietà sottoposto a condizione risolutiva nonché (come ad es. nell’art. 1523 ss. c.c.) si verifichi la situazione di alienazione sottoposta a condizione sospensive per quanto attiene alla posizione giuridica dell’alienante.
Del pari, la discriminazione fra proprietà temporanea e figure solitamente (erroneamente) assimilate può fondarsi su un criterio che contrappone i caratteri ed i contenuti della situazione dominicale temporanea con diverse figure nelle quali è prevista la realizzazione di uno scopo ulteriore (situazioni ‘strumentali’ ovvero ‘transitorie’) rispetto alla posizione dominicale attualmente insistente in capo al soggetto pro tempore proprietario, ovvero, rectius, reso tributario di ‘determinati poteri sul bene’.(28)
La discriminazione dunque sembra trovare un primo dato giustificativo su un carattere esterno alla posizione giuridica soggettiva, ovvero cogliendo come essa posizione debba collocarsi all’interno di più ampie vicende giuridiche, che possono scaturire sia dalla legge che da un atto di autonomia privata, discriminazione che consequenzialmente conduce ad un più solido elemento euristico non appena venga focalizzata nell’analisi il diverso ruolo, per qualità e profondità di connotazione disciplinare, dell’elemento funzionale.
Infatti, come si evidenzia: «L’obbligo di restituzione, anche sottoposto ad un termine, non attiene all’efficacia reale del contratto, non è proprio della titolarità sulla quale solo indirettamente si ripercuote: la pretesa restitutoria entra a far parte delle posizioni soggettive previste in contratto, in quanto il suo esercizio non è destinato a realizzare la causa ma a porre fine al rapporto».(29)
Il nucleo giuridico di tali situazioni-scopo ovvero di tali figure di ‘proprietà-funzione’(30) è l’esistenza di uno scopo esterno che, osservato nella sua attitudine concreta a strumentalizzare la situazione di dominio interinale, concorre alla determinazione della fattispecie dominicale quanto alla sua genesi e ne giustifica funzionalmente la stessa esistenza.(31)
Fra gli esempi assume valenza precipua la figura delineata dagli artt. 1705 e 1706, comma 2, c.c., nella valutazione offerta dalla Dottrina circa la situazione del mandatario senza rappresentanza, per l’ipotesi di beni immobili o mobili registrati, nel periodo intercorrente fra l’avvenuto acquisto di tali beni ed il ritrasferimento che egli deve compiere in favore del mandante o di terzi.(32)
La valenza euristica del dies certus, quanto alle proprietà di demarcazione delle ipotesi di proprietà temporanea da altre e solo erroneamente assimilabili figure di posizioni dominicali, viene affiancata dall’elemento enucleabile dalla ratio che intende sorreggere la peculiare modulazione che l’apposizione del termine stesso produce in capo alla vicenda, ovvero: ‘il termine finale, apposto al diritto di proprietà, ha pertanto un duplice rilievo: è elemento del negozio ad efficacia reale ed incide sull’interesse ad acquistare la titolarità del bene; ma non esaurisce in questa fase la sua funzione, perché risalta come modalità del diritto costituito dal negozio e quindi commisura l’interesse del titolare nella fase del godimento’.(33)
Sembra cioè che l’elemento spesso sintetizzato negli studi inerenti a tale tematica come automaticità del riacquisto sia dotato di un carattere connotativo sulla Dottrina di rilievo semantico e la cui ratio sembra conducibile a rivisitazioni più radicali concernenti diversi concetti giuridici stratificati nel diritto civile.(34)
Superando e criticando una visione dell’elemento accidentale che sovente ne appiattisce la rilevanza entro il negozio ad effetti obbligatori,(35) nel ‘carattere ultrattivo’ dell’elemento cronologico finale certo la Dottrina vede una manifestazione dell’autonomia dei soggetti in tale peculiare sede di espressione che è la proprietà temporanea, idonea ad abbracciare non solo il momento traslativo del diritto ma anche, nella continuità della vicenda, un assetto giuridico ed economico del rapporto che vedrà l’esercizio temporaneo della posizione dominicale ed il ritrasferimento automatico del diritto in capo al proprietario futuro, inteso quindi non come ritrattazione posteriore all’alienazione ma come momento del programma negoziale ex ante divisato dalle parti.
Il dies certus permea dunque non solo una mera autoregolazione inerente all’efficacia del negozio, bensì diviene la ratio fondamentale della disciplina dell’esercizio dei poteri dominicali ad tempus; quindi il fondamentale criterio di conformazione, come parte integrante del contratto, cui pattiziamente le due posizioni dominicali in ordine di successività hanno inteso uniformarsi, quanto meno – nei rapporti fra esse – lungo quei limiti ed obblighi ancillari (species intesa compatibile con la nozione generale ex art. 832 c.c.) che trovano la loro ratio giustificativa, quanto alla loro connotazione di una situazione dominicale, proprio nell’esistenza del termine finale connesso ad essa posizione.
Ma, come può rilevarsi, è proprio la ratio cui sottintende la c.d. automaticità del riacquisto ad assumere una pregnante densità di contenuti giuridici.
Come sembra potersi desumere riveste carattere semantico la possibilità di accedere ad una lettura del dies certus che, muovendo dall’analisi che esso può assumere nella sfera degli interessi delle parti coinvolte nella vicenda proprietaria temporanea, deve necessariamente proiettarsi, fronteggiando il principio di simultaneità, lungo la demarcazione fra esercizio ed esistenza della posizione giuridica, nel nostro caso della posizione giuridica dominicale.(36)
Sullo sfondo, come appare evidente, si delinea la possibilità di ricondurre tale figura ad un terreno regolativo compatibile in pari tempo sia con la posizione asserita di aspettativa del dominus a termine iniziale sia con la configurazione distinta che la Dottrina riserva all’ipotesi de qua, nell’elemento paradigmatico dell’automaticità del ritrasferimento, rispetto ad una qualunque ipostasi di una qualunque vicenda riespansiva che risulterebbe incompatibile con i canoni della proprietà temporanea.   
Approfondendo tale momento teorico si rinviene come il termine finale apposto al contratto sia una modulazione che la volontà dei soggetti intende riferire, in maniera unitaria ed inscindibile, al titolo costitutivo dell’intera operazione negoziale nel quale esso si appalesa.
La vicenda dunque non conosce di supposte scissioni concernenti elementi volontari relativi al momento traslativo diversi seppur collegati ad altre volontà aventi ad oggetto l’elemento accidentale di un termine finale che esaurisce la sua prospettiva regolativa nel solo momento dell’efficacia.
Il riferimento costante è ad un atto di volontà unitario, il contenuto si sostanzia in un diritto di proprietà voluto dai soggetti con una limitazione di durata che rispecchia una connotazione essenziale dello stesso diritto.
Un accordo fra le parti che anche sia intervenuto sulla minima unità effettuale del negozio traslativo non può pretermettere la rilevanza ed il riflesso del dies certus sulla modulazione dell’esercizio – inclusiva del suo pattuito esaurimento – del diritto da parte dell’acquirente a termine.
Seppure cioè tale ultima posizione giuridica, quanto all’interesse che vi insiste, sia generalmente irrilevante nel medesimo tipo di contratti, la presenza del termine finale di efficacia costituisce parte del programma negoziale e riflette in maniera decisiva la sua valenza disciplinare sull’intera vicenda.(37)
Mercè l’apposizione di un termine finale il contratto traslativo ergo ‘risalta sempre più come regolamento derivante da un complesso di fonti e nella realtà economica attuale programma il trasferimento della proprietà tra soggetti in maniera complessa, non isolatamente ma nel quadro di una operazione economica più vasta. Il termine finale importa la estinzione dell’effetto traslativo del contratto ed il ritorno della proprietà all’alienante senza l’intermediazione della dell’attività delle parti. L’effetto del termine finale è però anche costitutivo perché riproduce nei riflessi della titolarità del diritto la situazione preesistente alla stipulazione del contratto. Tale effetto ulteriore potrebbe apparire inconciliabile con la caratteristica fondamentale del termine finale come clausola risolutiva: in realtà ai diversi momenti della programmazione dell’assetto economico predisposto dai soggetti corrispondono le diverse fasi della esecuzione del contratto traslativo, la quale attrae tutele giuridiche diverse’.(38)
È la rilettura teorica cui è sottoposta l’incidenza operativa del termine finale sul contratto, sul rapporto e sulla natura del diritto di proprietà oggetto di trasferimento e, prima ancora, la sua stessa natura giuridica a costituire un paradigma fondamentale nell’elaborazione della figura della proprietà temporanea, quanto segue sul piano teorico in termini di automaticità del ritrasferimento ne è la conseguenza.
La ratio che induce a fornire valenza euristica e discriminatoria a tale elemento non può che scaturire, in nuce, dalla valutazione del rapporto fra gli artt. 1376, 1470 e 832 c.c., specie per quanto attiene ad una figura assunta in via paradigmatica e convenzionale (la proprietà) sebbene destinataria, di già al momento dell’instaurarsi del meccanismo traslativo che la riguarda, di molteplici – generalmente intese – conformazioni di diversa fonte, e rispetto alla quale non può mancare nella fattispecie convenzionale una deduzione dell’autonomia delle parti che ne integri il minimum, il ‘contenuto minimo o normale’ ovvero l’‘interesse dell’acquirente a conseguire il godimento esclusivo del bene’(39) che quindi rappresenta quel presupposto che giustifica il legame intercorrente fra le norme precitate. 
Consegue che quanto va a ricondursi in capo alla valenza operativa del termine finale nel momento inteso unitariamente del contratto/rapporto (automaticità del ritrasferimento) deve corroborarsi delineando la conformità della vicenda costitutiva della proprietà temporanea ai margini di autonomia che l’autonomia privata detiene in calce a tale, più ampio, legame sistematico esistente, posto quel minimum contenutistico che il legame stesso sorregge seppure fra norme che rispecchiano una valutazione paradigmatica del legislatore estremamente generica, come il 1470 che rappresenta ‘una normativa volta a regolare il trasferimento del diritto, elastica, in gran parte suppletiva in senso proprio, idonea a delineare uno schema generico e a formulare figure negoziali tipiche’.(40)
Quanto viene radicato problematicamente lungo il profilo dell’accordo (la volontà dei soggetti) amplia ed approfondisce il terreno di incidenza e di analisi (sia essa o meno adesiva rispetto ai postulati della teoria) rispetto a quanto rilevabile in prima istanza, problematicamente, circa dati edittali relativi all’esistenza o meno del requisito della perpetuitas ovvero rispetto all’elemento oggettivo concernente la natura del diritto (del resto, come ammesso dalla Dottrina, il dies certus partecipa alla natura del diritto trasferito(41)), in quanto perlomeno pari rilevanza paradigmatica assume il momento di elaborazione concernente il dies certus nella valutazione dell’elemento funzionale.
Sembra cioè chiaramente manifestarsi una ‘forma di proprietà’ che ‘non significa scomparsa o quanto meno obsolescenza del principio del numerus clausus e della tipicità delle situazioni reali, ma [è] sintomo semplicemente di una tendenza alla estensione degli schemi legislativi [nel nostro caso, autonomica] dei rapporti reali’.
Il percorso si radica mediante la convocazione degli art. 1322 c.c. e l’adesione teorica alla lettura del 2° comma dell’art. 1465 c.c. a guisa di principio più generale, che consente di articolare una relazione in termini di compatibilità fra principio del consenso traslativo e suo asserito correttivo in suddetto comma, in virtù del quale le principe du trasfert istantanè non è un necessario conseguente al principio di cui al 1376.
Deduttivamente derivano nel rapporto dei confini dell’autonomia delle parti di statuizione non solo quanto alla modulazione degli interessi che integrano il dispositivo convenzionale ma anche – in via di determinazione quantitativa – alla connessione temporale (differita) fra interesse soggettivo all’acquisto del diritto e rilevazione diacronica anticipata nel dispositivo della genesi dello stesso,(42) ed anche –in via qualitativa – quanto ‘analizzare il modo di operare del termine significa esaminarne l’incidenza rispetto a tutti i diritti soggettivi che possono essere costituiti dal negozio’.(43)
Appare evidente che quanto viene espresso in termini di automaticità del riacquisto implica, alla radice,  non solo una diversa configurazione che le norme precitate, secondo la Dottrina, autorizzerebbero in capo all’autonomia privata in ordine alla creazione di posizioni giusrealistiche, sebbene non in contrasto con il principio del numerus clausus,(44) ma anche una precipua rielaborazione di un principio, l’ultrattività della disposizione di diritto, che ‘è qualcosa in più rispetto alla normale efficacia dell’autonomia privata in quanto regola le sorti del diritto al di là del suo acquisto’.(45)
Vale la pena stigmatizzare, in pari tempo, il ruolo metodico che assumono quei fattori euristici cui tradizionalmente, come la Dottrina stessa rileva, non è stata conferito adeguato spazio d’indagine nel campo del diritto della proprietà e che, al contrario, costituiscono capitoli fondamentali per l’elaborazione della figura del dominio temporale, quali l’interesse soggettivo all’acquisto del bene e gli ampi margini riconoscibili in tale sede all’autonomia privata come testé rilevato.(46)
Rivedendo quanto una lettura teorica assunta in ordine alla valenza disciplinare del termine sia dunque fondamentale nell’elaborazione, lungo praticamente tutti i momenti costitutivi della teoria (relazione teorica negozio/rapporto; demarcazione e chiarificazione dell’ambito operativo del dies certus nel contratto ad efficacia reale rispetto al contratto ad efficacia obbligatoria; oggetto del negozio; natura del diritto; disciplina delle posizioni giuridiche individuali, sia quanto ai momenti genetici che funzionali e sia intese autonomamente che in virtù della loro necessaria contiguità), sembra lecito concludere che si possa parlare, aderendo a quanto recepito come influenza del termine finale sulla natura del diritto trasferito, di un diritto di proprietà temporanea che integralmente si risolve nella valutazione che l’autonomia delle parti forniscono degli interessi soggettivi e che, sebbene compatibile in toto (tempus ex ante certum non deminuit jus) con il dato generale ex art. 832 c.c., mantiene una sua specificità data dall’elemento che il dies certus ‘...ha efficacia non meramente obbligatoria ma reale ed oggettiva, pur attuando, come elemento del contenuto del contratto, il collegamento tra la regola dettata con il contratto ed una situazione ad esso esterna’(47).
Del tutto consequenziale trarne la idoneità di demarcazione rispetto alle suddette figure erroneamente qualificate come proprietà.(48)
Così in base ai canoni paradigmatici individuati, fra le diverse ipotesi discusse, viene ribadita anche di recente l’esclusione dal novero di conformità oltre alle già viste ipotesi della vendita con patto di riscatto (art. 1500 c.c. e ss.) e della donazione con annesso patto di riversibilità (artt. 791-792 c.c.), nonchè, come già visto, della posizione strumentale rinvenibile in capo al mandatario, sia nel caso di mandato ad alienare che nell’ipotesi di mandato ad acquistare. 
Ad esse si aggiunge anche la posizione del soggetto immesso nei beni per l’ipotesi di morte presunta (art. 58 ss. cod. civ., cui si riconduce anche il dettato normativo dell’art. 50 c.c.); nonchè il fedecommesso nelle ipotesi oggi ammesse di sostituzione fedecommissaria (art. 692 c.c. e ss.);(49) la vendita con riserva di proprietà (art. 1523 c.c. e ss.); il negozio fiduciario, la multiproprietà ed il trust; la proprietà letteraria e la posizione del prenditore o giratario rispetto al titolo di credito.(50)
Al contrario, fattispecie paradigmatiche di proprietà temporanea fra le normative previste dal codice si rinvengono nel diritto di superficie quanto alla c.d. proprietà superficiaria a termine finale (art. 952 ss.. c.c.) ed in ordine alla successione a titolo particolare, ove sussista l’apposizione di un termine (art. 636, comma 2, e specialmente art. 640, c.c.).
L’ipotesi di un legato a termine iniziale, nel differire il momento della titolarità allo spirare di un dies certus costituisce una posizione dominicale temporanea in capo all’onerato; simmetricamente il legato a termine finale, costituisce analoga posizione giuridica in capo al successore a titolo particolare.

§.3 Tempus (dies certus) non deminuit utraque jura: una (mera) ipotesi sulla tutela delle posizioni dominicali temporanee rispetto al criterio di contiguità introdotto nel rapporto dal termine finale.

Se la costellazione teorica della fattispecie di dominio temporaneo si configura secondo tali elementi, qualche spunto di studio ed approfondimento ulteriore sembrano suscitati dai percorsi giuridici individuati quanto alla tutela delle posizioni dominicali che il termine finale apposto al negozio di trasferimento vede succedersi in ordine di contiguità.
Allo stato della produzione giuridica su tale tema sembra evidenziabile un solo, approfondito, contributo teorico nelle elaborazioni più recenti,(51) per quanto ovviamente tracce analitiche non manchino in capo ai precitati studi dedicati alla tematica.(52)
Il problema cruciale entro cui sembra doversi focalizzare l’attenzione è chiaramente dato all’interno della situazione creatasi a seguito della stipula del negozio traslativo della proprietà temporanea.
In particolare esso si colloca e dipende dalla qualità e dai caratteri che i limiti ed obblighi insistenti sulla posizione del dominus ad tempus, apposti nella prospettiva della perdita del potere in favore del riacquisto del proprietario a termine iniziale, siano tali da rendersi compatibili, al netto della specificità qualitativa dettata dal fattore cronologico della situazione temporanea, con i limiti ed obblighi previsti generalmente ex art. 832 c.c.
In pari tempo dovendosi mantenere la nozione di inalterata “pienezza” rispetto al fattore cronologico, carattere sul quale, come visto, la Dottrina ha investito totalmente le sorti della propria teoria, nonché integre le facoltà conservative inerenti al diritto reale di acquisto configuratosi in capo al dominus a termine iniziale.(53)
All’interno di un ‘complesso gioco di regole contrattuali e regole proprietarie’, il momento di elaborazione teorica, quanto al contenuto del diritto, sembra agevolato da uno dei caratteri di fondo del diritto di proprietà, ovvero quello di essere una still developing notion,(54) manifestantesi secondo la celebre raffigurazione datane dalla autorevolissima lezione del prof. Pugliatti, laddove si delineò quanto sia sfuggente se non del tutto latente nel sistema giuridico, in ordine alla sua relativa idoneità euristica, quel che può essere desunto dal termine ‘proprietà’: ‘…non ha oggi, se mai ha avuto, un significato univoco. Anzi troppe cose essa designa, perché possa essere adoperata con la pretesa di essere facilmente intesi. In ogni caso l’uso di essa, con le cautele e i chiarimenti necessari, anche se si protrarrà ancora nel prossimo futuro, non può ormai mantenere l’illusione che all’unicità del termine corrisponda la reale unità di un saldo e compatto istituto’.(55)
Ulteriormente, e soprattutto lungo la problematica de qua, come visto, si può porre risalto alla prospettiva teorica già esaminata che viene legata all’autonomia privata e contrattuale in particolare, come del resto più generalmente rilevabile presso fenomeni parallelamente analizzabili se non del tutto analoghi alla proprietà temporanea.(56)
Tale momento teorico, come si è cercato di delineare, si manifesta secondo il carattere di automaticità del riacquisto della proprietà in capo al dominus a termine iniziale, ed assume un ruolo semantico ai fini della stessa delineabilità del dominio temporaneo mercè un passaggio teorico ineludibile che implica la rivisitazione del ruolo operativo e funzionale svolto dal termine nell’intero background della teoria de qua
In tal senso sembra evidenziabile come essa prospettiva, in siffatto ‘complesso gioco’, fondandosi in nuce riconoscendo margini ampi all’autonomia contrattuale anche nei confronti della rigidità del principio di tipicità dei diritti reali,(57) imponga una specifica linea di coerenza logico-giuridica da cui dipende la configurabilità stessa, in toto, della teoria della proprietà temporanea, nella sede precipua della tutela delle situazioni dominicali contigue.
Una coerenza logico-giuridica che sembra dover necessariamente conseguire all’evidenziato ampio ruolo  della portata regolativa assegnata all’autonomia delle parti.
L’argomento su di essa, mercè la delineata complessa connessione fra norme come l’art. 1322 e l’art. 832, così come dell’art. 1470 c.c. (specie laddove si individua una portata soggettiva ineludibile della causa della traditio radicata nella ‘concretezza’ dell’operazione giuridico-economica voluta dai soggetti in ordine alla situazione dominicale temporanea), sembra condurre a travalicare i limiti tradizionali della sua relazione esclusiva con gli Schuldvertrag,(58) e a profilare un ruolo della inhaltliche Vertragsfreiheit, peraltro con contenuti che appaiono assai prossimi alla Freiheit der inhaltlichen Gestaltung,(59) anche nel campo dei diritti reali.
Sembra arduo, per altra via, nella deduzione argomentativa concernente l’operatività del termine finale, porre il problema teorico dell’esistenza di una titolarità soggettiva radicata non solamente nel campo obbligatorio ma anche nel versante gius-realistico ai margini della tipicità, quale quella rinvenuta in capo all’aspettativa.(60)
A seguire i contorni più profondamente radicati nel carattere che, come qui si è cercato sinteticamente di evidenziare, la Dottrina ha individuato in capo alla c.d. automaticità del ritrasferimento (come corollario ineludibile della teoria) ed alla caratterizzazione ultrattiva del dies certus finale, non sembra possibile scindere il mezzo (contrattuale) dalla situazione-scopo prevista dall’autonomia privata (proprietà temporanea) entro una prospettiva della funzionalizzazione e differenziazione che investe entrambi i due momenti giuridici, imprimendo una logica di autonomia privata alle diverse tutele giuridiche pur attratte.(61)
Ed è proprio seguendo tale iter giuridico che il radicamento in objective facts nella connessione mezzo/scopo che l’impresa scientifica concernente la proprietà temporanea supera le connotazioni, pur paventate nelle tesi critiche, di una mera operazione logica, e diviene un terreno d’analisi scientifico più che attuale quanto ai moderni lineamenti dell’ordine giuridico privatistico.(62)
Del resto non si potrebbe essere più espliciti che con le medesime parole della Dottrina, la quale, quando discute dell’autonomia contrattuale delle parti in ordine alla convenienza economica quanto al trasferimento della proprietà, rilevando – come si è evidenziato – che ‘la funzione tipica che la legge assegna alla proprietà non costituisca un ostacolo insuperabile’ ha modo di precisare: ‘il contenuto del contratto traslativo di proprietà è collegato all’interesse del soggetto, sulle cui dimensioni non può incidere l’esigenza della tipicità che non concerne il modo di godimento e di utilizzazione del bene. Tale esigenza inoltre non costituisce ostacolo all’autonomia dei soggetti che nell’ambito segnato dall’attribuzione del tipo di tutela possono sempre specificare in concreto moduli di condotta la possibilità generica di azione caratteristica del contenuto della proprietà’.(63)
Inoltre sembra pletorico passare ad evidenziare le molteplici tracce disseminate nell’intera formulazione teorica, e che in particolare conducono l’attenzione – quanto al negozio costitutivo – alla ‘operazione economica concreta’ o che evidenziano – quanto al contenuto – il problema connesso di ‘interessi concreti’ divisati dalle parti(64) contrapposti all’astrattezza della definizione di proprietà, rectius alla sua generalità, evidenziandone la precipua istanza correlata, ovvero che ‘la generalità in tal senso si risolve nell’ampiezza ed autonomia dell’esercizio del diritto, qualificato in riferimento al potere di disposizione e di godimento che non sono qualcosa di indefinito, di vago, o quanto meno di cangiante, a seconda dei soggetti che ne sono titolari, ma che hanno una estensione ampia, sempre oggettivamente definibile. Tali poteri si risolvono in facoltà che determinano l’estensione dell’uno o dell’altro, la quale non è illimitata’.(65)
Dunque, nel ‘gioco complesso’, la Dottrina sembra chiarire che a fornire il quadro di riferimento primario, quanto ai lineamenti di responsabilità e di definizione dei limiti ed obblighi, è l’atto di autonomia privata volto a predisporre l’intera vicenda dominicale temporanea, e che sia in calce alla medesima convenzione autonomica che debbano rintracciarsi i contenuti di essi, ed il bilanciamento che l’autonomia dei soggetti ha ritenuto di mantenere fra limiti al potere del dominus ad tempus ed interessi di entrambe le parti, fermo restando ovviamente il ricorso sussidiario alla disciplina codicistica e legislativa generale.(66)
Sembra quindi emergere un’ipotesi, che alla luce di queste brevi considerazioni può intendersi come meramente di studio, ma che tuttavia pare degna di approfondimento come conseguente all’attenzione in virtù di quanto testé considerato, ovvero la possibilità che si rinvengano meccanismi di tutela (potrebbe ad esempio riflettersi sulla estensibilità e su una eventuale portata anche nel campo dei diritti reali dell’art. 1456 c.c.) che dalla autoregolazione presente nel dispositivo si proiettino nell’ambito della disciplina dei rapporti fra le posizioni dominicali contigue, avendo in speciale considerazione l’effetto che il carattere ultrattivo del termine produce sull’elemento funzionale.
Stando alle premesse riconducibili alla posizione che la Dottrina assume in ordine al ruolo operativo del termine, la c.d. ultrattività, come evidenziato, ha la capacità di condurre e governare la disciplina del diritto (acquisito e/o trasferito) anche al di là del momento del suo trasferimento; essa inoltre, quanto all’autonomia dei soggetti, ‘risalta in riferimento al contratto traslativo-reale che involge […] il duplice profilo dell’atto traslativo e della programmazione di un effetto economico’.
Il termine dunque ben può intendersi, nell’ambito dei diritti reali, come un criterio di commisurazione della loro ampiezza ‘concreta’ e dei limiti che, di converso, concorrono a restringere la portata del relativo esercizio, specie, nel nostro caso, nel rapporto che tale esercizio deve mantenere con il riacquisto conseguente allo spirare del dies certus.
Come si è visto, inoltre, si è potuto desumere dalla critica alla tesi dell’Allara (laddove si rileva che tale dottrina ‘ha infranto l’unità della categoria prospettando un termine inerente al contenuto del rapporto al quale il negozio si riferisce, distinto dal termine che non tocca il contenuto del rapporto e si riferisce soltanto al negozio o alla vicenda’) ovvero all’eccesso di schematismo contestato all’elaborazione dell’efficacia reale del contratto,(67) il dies certus penetra nel momento funzionale concreto del negozio dispositivo: ‘il contratto traslativo della proprietà concerne il contenuto normale del diritto trasferito all’acquirente e postula la determinazione dell’ambito delle facoltà che devono essere trasmesse sulla base di un atto traslativo idoneo. Nel contratto di compravendita il passaggio all’acquirente della proprietà costituisce l’effetto reale che è situazione legale determinata dal mero verificarsi del fatto contrattuale. Il carattere inderogabile della disciplina normativa concerne soltanto la trasmissione della tutela legislativa ma non impedisce di ritenere che l’acquisto del diritto trovi la sua fonte esclusiva nell’autoregolamento fissato dalle parti. Il contratto ad efficacia reale per quanto concerne l’utilizzazione del bene dà vita ad un rapporto non tra l’alienante e l’acquirente, ma tra questi e (la res, cioè) i terzi. L’esercizio del diritto, tuttavia, attiene alla fase successiva (di sviluppo) del rapporto convenzionale; nella compravendita risalta la progressione necessaria del rapporto inter partes alla relazione con il bene e l’evoluzione del rapporto inter partes si esaurisce per il raggiungimento di una certa situazione finale. La misura di tale rapporto è precisata dal regolamento dei soggetti che configurano il contenuto materiale della situazione giuridica reale. Nella compravendita risalta propriamente il trasferimento della res in proprietà: l’unica costante è l’assoggettamento del bene; «tutto il resto – composizione di sfera, esercizio di poteri e di diritti – è elemento variabile». L’accordo di sostituzione dei soggetti concerne i poteri dell’autonomia privata in astratto configurabili in riferimento al bene, perché la proprietà è status rei sottoposta a quei poteri’.
Stando a prime, sommarie considerazioni, sembra plausibile che la natura dei limiti ed obblighi contrattualmente assunti, posta la necessità di conciliarsi con un ‘indefinito complesso delle facoltà comprese nella proprietà’(68) che permangono a costituire la sfera proprietaria ad tempus, e quindi con i limiti epistemologici che ne derivano in ordine alla relazione fra posizioni dominicali contigue, potrebbero essere connotate dalla prevalenza di obbligazioni negative, posta la loro compatibilità teorica ad ordinare fenomeni di tale tipo.(69)
Non sembra inoltre ostativa rispetto all’ipotesi di tutela prospettata alcuna delle considerazioni relative al numerus clausus dei diritti reali, quanto meno che non siano state già affrontate e superate in relazione al – già esaminato – non sequitur concernente il rapporto fra tipicità dei diritti reali e relativa tutela petitoria invocabile e (asserita) tipicità dei negozi ad effetto reale ovvero tipicità delle idonee cause traslative, quanto ai problemi insiti nella loro opponibilità.(70)
Come prima riflessione, non sembra cioè che la genesi in sede di autonomia contrattuale di eventuali obblighi di natura reale, cui ricondurre il meccanismo tutorio dell’art. 1456 c.c., comporti percorsi e problemi giuridici di già non analizzati in dottrina.(71)
Spunto di analisi può essere che ad agevolare la soluzione del problema di non ‘far gravare l’obbligazione sui successivi proprietari del fondo’, o quanto meno di collocare il problema teorico entro un’orbita differente rispetto al tradizionale terreno d’analisi che nega all’autonomia privata il potere di creare obbligazioni reali, siano alcuni elementi connotativi della successive Eigentum
L’eadem res è termine di riferimento oggettivo di una programmazione disciplinare – anche obbligatoria – opponibile dei dominî successivi; la presenza di un dies ad quem che esaurisce, in tal senso, anche la posizione obbligatoria relativa del dominus, esaurendo altresì qualunque altra legittimazione passiva data da alcuna inerenza, posto che il limite ontologico ai poteri dispositivi del dominus ad tempus è dalla Dottrina ravvisato nella latitudine anche cronologica del principio ‘nemo plus iuris…’; il riacquisto automatico, già prestabilito al momento dell’instaurazione del rapporto ed opponibile ai terzi, del dominio in capo al soggetto interessato all’osservanza dei limiti ed obblighi, e che sembra fornire lo spazio teorico (a prima vista praticabile) per l’applicazione in prospettiva più generale del principio di cui agli artt. 1014, n. 2), 1072 e 1253 del codice civile.(72)
Se quindi il capitolo concernente l’apparato protettivo posto a tutela delle situazioni dominicali successive è un momento ineludibile ai fini della realizzazione sostanziale della posizione proprietaria,(73) sembrerebbe che l’ipotesi di studio che qui si è ritenuto di prospettare merita, quanto meno prima facie, di non essere scartata se non a seguito di qualche ulteriore grado di approfondimento.

§.4 Tempus (dies certus) non deminuit jus? La Dottrina della proprietà temporanea di fronte agli articoli 957 e 958, del codice civile.(74)

Sembra necessario premettere che le considerazioni che seguono, seppur per una parte dello spettro problematico che si intende sollecitare, permangono all’interno delle note di studio che questo breve intervento intende evidenziare, e che quindi, tecnicamente, esse devono intendersi per una parte subordinate all’ipotesi, che non appare pacifica in dottrina,(75) della permanenza in vigore di quanto derivabile dal combinato disposto degli artt. 957 e 958 c.c. in materia di enfiteusi, ovvero che ‘…la durata dell’enfiteusi[…] può essere perpetua o temporanea (art. 958, 1° comma). Non è consentita peraltro alcuna deroga (secondo quanto dispone l’art. 957, 2° comma) alla norma che vieta di dar vita a un rapporto enfiteutico di durata inferiore ai venti anni (art. 958, 2° comma)’.(76)
In altri termini le perplessità maggiori sorgono proprio allorquando, nel ‘gioco complesso’ fra schemi giusrealistici ed autonomia privata questa deve fronteggiare delle norme inderogabili che ne restringono in misura maggiore i margini operazionali.
Se, come sembra, nelle due ipotesi di enfiteusi distinte dalla temporaneità minima ventennale o dalla perpetuità, il dato cronologico richiesto in via inderogabile dalle citate norme costituisce un elemento essenziale ai fini della costituzione in capo all’enfiteuta del correlativo diritto, sembra evidente desumere che la “pienezza” cui i diversi contributi in tema di proprietà temporanea, secondo la formula riassuntiva qui proposta tempus non deminuit jus, necessiti di una rivisitazione quantomeno rispetto al termine di riferimento oggettivo, laddove il bene su cui si instaura la vicenda dominicale ad tempus sia un fondo rustico o un fondo urbano.
Molte e dense, quando non radicali, sembrano essere le conseguenze che in ordine all’intero plafond della teoria della proprietà temporanea potrebbero derivare dall’evidenziazione del limite cronologico essenziale testé evidenziato, in quanto è evidente come il problema si radichi nel cuore della teoria lungo gli elementi che ne costituiscono la struttura fondamentale, di come sembri, in altri termini, che tempus deminuit jus.
La pienezza proprietaria in ordine ai fondi rustici e urbani include, come non sembra possibile confutare, anche il relativo potere in ordine alla concessione dell’enfiteusi, e necessita della perpetuitas in quanto questa è il presupposto, nell’ipotesi come la nostra di un negozio traslativo, perché anche nella posizione dominicale derivativa insista pienamente la facoltà di concedere l’enfiteusi, secondo entrambe le forme previste dall’art. 958 e differenziate in base al criterio cronologico. 
Quanto alla relazione perpetuitas/pienezza, come sembrerebbe potersi derivare quantomeno in ordine ai beni che possono formare oggetto di rapporto enfiteutico,(77) sebbene constatando l’assenza di riferimenti normativi in calce all’art. 832 c.c. o alla più ampia normativa sulla proprietà, la perpetuitas non sembra degradare la propria valenza regolativa a carattere ‘normale’ o altro.
Tale assenza non impedisce che si possa coglierne la valenza di presupposto ineludibile in un rapporto dominicale in ordine a tali beni, in quanto la perpetuitas del dominio, nel suo relazionarsi alla facoltà di concedere l’enfiteusi, manifesta un carattere funzionale imprescindibile della posizione proprietaria ai fini del mantenimento della pienezza, cui invece la Dottrina, nei propri postulati teorici, intenderebbe condurre rinunciando ad essa.
Sempre stando alla premessa iniziale di non sopravvenuta abrogazione della norma citata,(78) che investe la parte del ragionamento relativo all’enfiteusi a tempo, osservata nella posizione del dominus ad tempus, tale pienezza sembra chiaramente essere vulnerata dall’apposizione di un termine finale quanto alla facoltà di costituire un’enfiteusi perpetua.
Ove, ad esempio, il dies ad quem commisurasse un arco di tempo inferiore ai venti anni il negozio costitutivo di una proprietà temporanea inerente ai suddetti beni trasferirebbe in capo al dominus ad tempus una posizione giuridica che non è compatibile neanche con la facoltà di concedere enfiteusi temporanea.(79)
Del resto, la Dottrina, interrogandosi sui limiti del potere dominicale temporaneo, scaturenti non tanto dalla posizione contigua del dominus a termine iniziale bensì dai confini al potere di godere e disporre che possono scaturire dall’apposizione del limite cronologico al diritto, ha più volte chiarito che tali limiti fossero da rinvenirsi nella regola nemo plus iuris in alium trasferre potest quam ipse habet, e non sembrano ravvisabili percorsi ermeneutici che permettano di rendere compatibile, ai fini della pienezza, il limite del termine finale con la regola inderogabile derivabile ex artt. 957-958.
Sull’esistenza di limiti alla perpetuitas, si registra paradossalmente una particolare inversione della costruzione teorica, che vede in questo caso l’incertezza del momento del dies nonché la sua precarietà quanto all’an, favorita in ordine alla genesi di un rapporto rispetto alla certezza dello stesso che però ricada entro uno spatium temporis infraventennale.
Infatti, quanto all’enfiteusi temporanea, rispetto all’ipotesi di un rapporto sottoposto a condizione risolutiva (che quindi nasce con un’incertezza riguardo all’avveramento del dies che potrebbe protrarsi oltre il limite minimo essenziale) in cui l’evento però si verifichi prima del trascorrere di un ventennio, la dottrina concernente l’istituto sostiene si debba procedere ad una riqualificazione ex post del rapporto appena intercorso fra le parti, cui sia venuto meno l’elemento cronologico essenziale della durata ventennale: ‘è evidente che, in tal caso, si dovrà considerare risolto, a tutti gli effetti, un rapporto di locazione, di anticresi ecc., ma non mai di enfiteusi’.(80)
Quanto all’operatività di un’eventuale accordo secondo limiti cronologici inferiori al ventennio (‘dal momento che, allo stato dell’attuale legislazione, il miglioramento fondiario non rappresenta più la finalità tipica dell’istituto, è ora possibile configurare un contratto di enfiteusi in cui sia pattuita una durata inferiore al ventennio’) si avverte che la natura inderogabile delle disposizioni renderebbe ad essi limiti applicabile il principio di nullità parziale (art. 1419 c.c.) e la sostituzione di diritto con il maggior termine di venti anni prescritto dalla norma ‘imperativa’.(81)
In ordine invece ad un accordo ove non vi sia traccia relativa al limite cronologico del rapporto enfiteutico, vige una presunzione di perpetuità, infatti si avverte che ‘in mancanza di notizie o di prove od anche nel silenzio del contratto o di altro titolo, l’enfiteusi si presume perpetua. Perché la perpetuità, come s’è sempre ritenuto, risponde meglio alla natura del rapporto’.(82)
Non è ovviamente questa la sede per approfondire eventuali emendamenti che una tesi sulla proprietà temporanea sembrerebbe dover assumere, in calce alla propria formula teorica, per rendersi compatibile con le disposizioni testé citate, né è la sede per sperimentare – per altra via – con sufficiente grado di approfondimento eventuali percorsi metodologici che consentano di ovviare a quello che sembra, allo stato delle cose, un dato di confutazione verso la teoria apparentemente non secondario.
A tale dato, commisurato alla datazione degli studi sul dominio temporaneo, è solo sembrato doveroso a questa breve e sommaria analisi fornire opportuno rilievo.         
Laddove tali brevi rilievi in tema di enfiteusi non sembrino privi di fondamento, non può non evidenziarsi come il carattere della perpetuitas in ordine alla pienezza della posizione dominicale, quanto meno se inerente a beni quali un fondo rustico od urbano, propaghi la sua valenza problematica, anche nelle fattispecie di dominio temporale che, come visto, appaiono presenti nel codice civile e che tali sono riconosciute più ampiamente anche fra studiosi non riconducibili alla Dottrina sulla proprietà temporanea, ovvero che qualificano talune fattispecie positive come forme dominicali temporanee seppur non estendendo la possibilità dell’istituto anche alla libera determinazione dell’autonomia privata.(83)
L’insistenza su una ristretta classe di beni della posizione enfiteutica discrimina dal novero di indagine la fattispecie di cui all’art. 953 c.c., mentre in ordine all’art. 640 c.c. sembra permanere la valenza problematica della regola desumibile dagli artt. 957-958 c.c., per quanto attiene all’ipotesi di un legato a termine finale, presso la posizione del legatario, e quanto ad un legato a termine iniziale, presso la posizione dell’onerato, laddove il bene oggetto della disposizione mortis causa sia uno dei due fondi cui è limitato il riferimento del diritto enfiteutico.
Un’articolazione dei problemi che, prima facie, sembrano rilevabili sembrerebbe dover prendere le mosse, ovviamente, rimeditando una tematica che già in ordine alla proprietà temporanea aveva suscitato discussione, ovvero la posizione giuridica dei soggetti primi subentranti a titolo di onerato o come successore a titolo particolare.
Costoro, laddove qualificabili come proprietari ad tempus, vedono tuttavia l’asserita pienezza insistente sulla loro situazione giuridica, vulnerata dalla perpetuitas richiesta dagli artt. 957-958 c.c.
Un successivo passaggio necessiterebbe quindi della verifica di senso opposto, concernente l’idoneità dell’apposizione di un termine nell’attribuzione prevista mediante negozio successorio a mutare la natura del diritto trasmesso in relazione al bene, quanto alla posizione del primo beneficiario in ordine di tempo, e quindi eventualmente a ridurre una asserita posizione dominicale ad una posizione giusrealistica “minore” quale l’usufrutto.(84)
Ove gli argomenti inerenti a tale posizione giuridica, insistente sul primo titolare temporaneo, dovessero condurre a ribadire una posizione dominicale “piena”, allorquando i beni legati ad tempus siano fondi agricoli o fondi urbani, parrebbe necessario che la tesi così elaborata debba fronteggiare teoricamente una diagnosi che pare difficilmente evitabile, ovvero quella inerente la possibilità della sussistenza di un’antinomia fra l’art. 640 c.c. e la regola di cui agli artt. 957-958 c.c.

§.5 Considerazioni di conclusione e di rinvio. Tracce di ordine metodologico sulla tematica proprietaria contemporanea.
Come rilevabile, la discussione inerente alla proprietà temporanea ha messo in luce problemi attualissimi concernenti una serie di principi fondamentali del sistema codicistico, anche solo a riflettere sulle fisionomie delle soluzioni approntate per superare i contrasti fra autonomia privata e principio del numerus clausus sembra evidenziabile quanto lucido ed attuale sia il contributo della Dottrina nell’enucleazione di regole risolutive che ne hanno caratterizzato il background ed il percorso di formulazione teorica.
Sia che la tesi finale dei diversi studiosi del tema abbia collimato con i fautori della Dottrina, sia che l’adesione sia stata parziale, rifiutando esclusivamente l’ipotesi di una proprietà temporanea di creazione autonomica ammettendo invece l’esistenza di proprietà temporanee codicistiche, sia che il risultato delle indagini abbia ritenuto di rigettarne i contenuti teorici, il merito indiscutibile della Dottrina sembra essere evidente.
Ove si provi ad elencare i capitoli teorici che necessitano quantomeno di un passaggio di analisi onde pervenire ad una qualunque conclusione individuale sul problema de quo si intravede una vasta serie di tematiche che connotano la discussione privatistica attuale, come si accennava all’inizio di questa nota di studio.
Un’ipotesi di rinvio metodologico, quale queste conclusioni intendono essere, può muovere parimenti dal rilievo che i maestri hanno inteso fornire ad un dato di metodo essenziale, laddove cioè si è rilevato, criticamente, che ‘per la proprietà il carattere della perpetuità è consacrato nella storia delle idee prima che nella disciplina positiva. La durata indefinita è considerata espressione tipica dell’assolutezza ed intensità del diritto: la perpetuità è l’assolutezza vista sotto il profilo temporale’; così come laddove si ponevano le premesse dell’analisi argomentando che ‘se la sfera di autonomia del soggetto titolare deve determinarsi in concreto, non può escludersi la considerazione dell’attività privata, in senso costitutivo, modificativo ed estintivo. In tal senso la conformazione della proprietà viene rimessa continuamente all’intero ordinamento e per questo inserimento l’istituto si piega alle esigenze che storicamente il tempo impone e tende a corrispondere agli interessi della collettività che è «rafforzata, rassicurante espressione dell’individualità»’.(85)
Laddove si intenda prendere le mosse da tali premesse, sembrano in questa sede isolabili due dati normativi, forniti della valenza di principî,(86) che paiono costituire altrettanti formanti essenziali del dibattito contemporaneo sul diritto proprietario; il primo sembra recare una valenza metodologica decisiva, specie ove posto in controluce rispetto a quanto appena riportato circa la attualissima critica verso la ‘storia delle idee’, poiché indurrebbe a rivedere molti tradizionali approcci alla relazione fra ‘storia’ e diritto, il secondo invece, più direttamente legato al momento di ontologia giuridica, manifesta la sua densità problematica nell’ambito del diritto positivo.(87)
Non sfugge, altrettanto, quanto fondamentale sia il rinvio a ‘l’intero ordinamento’, ovvero, come si cercherà qui di suggerire, all’ordine giuridico di una Private Law Society.(88)
L’importanza del formante – maggiormente – legato al diritto positivo pare rilevabile immediatamente.
Il campo dell’analisi privatistica contemporanea è caratterizzato grandemente da un passaggio concettuale di primaria importanza, che deriva dall’approvazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, datata 7 dicembre 2000 ed in quanto in essa Carta, a seguito del capo I recante titolo ‘Dignità’, di evidente parallelo con il Grundgesetz, si caratterizza per un Capo II, dal titolo ‘Libertà’, che all’articolo 17, include nel novero il ‘Diritto di proprietà’.(89)
Sembra dunque comparire il concetto del diritto di proprietà individuale come libertà fondamentale nei sistemi civilistici contemporanei, laddove era d’uso constatare o lamentare, negli incipit delle analisi precedenti, che la proprietà non fosse un diritto fondamentale dell’uomo.
In prospettiva, il formante dell’art. 17 menzionato non esplica dal punto di vista sistematico valenza costitutiva diretta sul piano positivo, in quanto la Carta non è ‘un trattato internazionale, né un atto comunitario vincolante, costituisce solo una pronuncia autorevole di principi, destinati peraltro fin da ora quanto meno a far parte integrante del diritto comunitario in quanto principi generali di esso, valevoli sia dinanzi alla Corte di giustizia che come criterio preventivo di compatibilità per le proposte legislative della Commissione’;(90) non si tralasciano tuttavia le conseguenze che sul medesimo piano essa è già capace di produrre, ad esempio mediante il formante giurisprudenziale, ovvero mediante la sua invocabilità diretta.(91)
Ancor di più non si trascura un risvolto cui, comprensibilmente, si riconduce valenza decisiva: la proprietà viene concepita come libertà dell’individuo non come diritto, l’alveo nel quale si colloca non è quindi tra i rapporti economici ma tra i diritti civili,(92) ovvero tra i fundamental rights dell’individuo.
Il terreno d’analisi concernente tale istituto giuridico, che per antica abitudine è prevalentemente declinato nella sua specificazione inerente ai beni immobili sebbene da riferirsi to cufflinks and castles, necessita svilupparsi, quanto al profilo concernente più da vicino la tradizione italiana e l’art. 42 della Costituzione cui si è soliti attrarre, non senza gli opportuni distinguo, anche l’art. 41 della Costituzione stessa, lungo la necessità di comporre la complessità assiologica che viene a definirsi negli spazi giuridici nazionali e sovranazionali.(93)
Sembrano in tale direzione difficilmente eludibili, al netto di una certa comprensibile riluttanza iniziale, i criteri euristici enucleati in calce alla Carta, tanto nelle prospettive che sembrano attendersi sul piano istituzionale nel formante legislativo sovrananzionale tanto lungo le connessioni che dalla proprietà come categoria ordinante del diritto privato(94) – come illustre dottrina ha avuto modo di ricordare – si diramano verso un amplissimo circuito giuridico ad essa necessariamente complementare, ed appare evidente e consequenziale che la collocazione fra le libertà individuali piuttosto che fra i rapporti economici sembra concorrere ad ampliare non solo quantitativamente, ma principalmente in ragione qualitativa tale circuito.
Il passaggio di studio sulla complessità assiologica contemporanea sembra necessariamente, a sua volta, arricchirsi mercè il successivo articolo I-2 del Trattato Costituzionale unico, rubricato ‘Valori dell’Unione’, approvato dal Consiglio Europeo il 18 giugno 2004.
In tale articolo si richiama il pluralismo e si rievoca lo Stato di diritto, collocando entrambi come valori fondamentali dell’Unione e della sua Società.
I termini sembrano inequivocabili: «L’Unione si fonda sui valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a una minoranza. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società fondata sul pluralismo, sulla non discriminazione, sulla tolleranza, sulla giustizia, sulla solidarietà e sulla parità tra donne e uomini».(95)
Anche senza voler enfatizzare eccessivamente il termine ‘Trattato Costituzionale’ speso entro siffatta vicenda istituzionale, pare asseribile che un modello metodologico di analisi giuridica contemporanea non possa prescindere dai contenuti che essa suggerisce.(96)
A voler in estrema sintesi focalizzare alcuni dei criteri euristici che sembrano enuclearsi, taluni caratteri concernenti la potestà normativa del valore nel diritto sembrano indefettibili.
La società fondata sul pluralismo non può che presupporre la vigenza del pluralismo dei valori come carattere connotativo, ovvero una società dove i fini esistenziali dell’individuo (termini)(97) sono plurali (innanzitutto proprio una moltitudine), eterogenei e parimenti tutelati; essi sono altresì di ardua compatibilità, quanto alla loro capacità regolativa, rispetto a sintesi che li assumano arbitrariamente in collectiva cui assegnare idoneità euristica (ad esempio in via consequenzialista) nel campo del diritto privato, specie se seguendo la connotazione ‘economica’, che in limine può solo – parzialmente – comporre categorie di mezzi, non di termini.(98)
A sua volta il pluralismo dei valori implica il riconoscimento in sede regolativa di determinati caratteri ontologici dell’elemento regolante “valore” che sono indipendenti da belief transeunti in qualunque modo interferenti nel campo giuridico:(99) oltre alla moltitudine di valori rispettivamente autonomi uno dall’altro, sono caratteri ontologici possibili la loro reciproca incompatibilità ed incomparabilità, la loro possibile inintelligibilità, la loro integrazione.
Fra tali caratteri, in particolar luogo, emerge inoltre l’Incommensurability, cui conseguono nell’ambito della disciplina giuridica prospettive metodiche tutto sommato non molto esplorate fino ad ora ed una serie di criteri di confutazione verso i tradizionali modelli di risoluzione dei conflitti fra valori nel campo del diritto privato.(100)
Laddove si riconosca dunque che lo studio attuale della proprietà, una volta postosi il problema assiologico brevemente richiamato, necessiti preliminarmente delle dovute rivisitazioni ontologiche rispetto ai dettami tradizionali, quanto alla sua collocazione attuale in termini di libertà nella complessità dei valori giuridici individuali, sembra difficile altresì eludere il momento teorico della stessa nozione di individuo cui tale libertà si giustappone.(101)
Sul punto sembra rievocabile in sintesi quanto dichiarò la Supreme Court(102) mediante il Justice Potter Stewart, ovvero che ‘the dichotomy between personal liberties and property rights is a false one. Property does not have rights. People have rights […] In fact, a fundamental interdependence exists between the personal right to liberty and the personal right in property. Neither could have meaning without the other. That rights in property are basic civil rights has long been recognized’.
Esplicitamente l’asserzione di metodo proposta è corroborata dalla necessità di fornire criteri euristici compatibili con le istanze attuali, laddove la dicotomia che informava le discussioni inerenti al diritto di proprietà ovvero la nota dialettica fra Homo œconomicus e Res Publica œconomica, counterpart ultima che operava pur sempre sul terreno economico per quanto introdotta dalla mediazione di aggettivi od attributi come ‘sociale’ o ‘solidale’,(103) non sembra manifestare compatibilità rispetto ad esse, come del resto la stessa Dottrina sulla proprietà temporanea,(104) al pari di altri autori, aveva inteso lucidamente rimarcare.
Implicitamente essa è necessitata dalla portata dell’art. 54 della Carta, rubricato ‘divieto dell’abuso del diritto’.
In esso sembra sancirsi non solo, tanto evidenti, i limiti ai poteri ermeneutici nonché la fissazione del minimum invalicabile quanto a restrizioni in ordine a ‘diritti e libertà’, ma, nel riconoscimento del tipo di conflitto endogeno che esso recepisce, sembra altresì delinearsi un modello di ordine giuridico sottinteso del quale è necessario analizzare la compatibilità con la metodica ‘cartesiana’ del diritto e della sua analisi.(105)
Il problema dei conflitti fra valori e dei conflitti nel valore radicati nella dimensione privatistica individuale(106) pongono l’istanza dell’elaborazione di metodi idonei e di un processo katapoietico,(107) che quanto al diritto individuale di proprietà paiono necessitare della valutazione critica del passaggio from title to entitlement,(108) e quanto all’elaborazione della regola e dell’analisi, governando la miriade delle istanze epistemologiche che in tali conflitti si radicano, conducano alla formulazioni regolative che trovino nel carattere di universalizability il relativo, precipuo giudizio di conformità alla Rule of Law.(109)
La sollecitazione di metodo che emerge dall’intera impronta scientifica della proprietà temporanea sembra a chi scrive permanere intatta nella sua valenza, sebbene il terreno problematico corrente sembri imporre il rinvenimento di criteri di differenziazione e di identificazione ontologica che verifichi ovvero, rectius, provi a falsificare il passaggio dalla disciplina ideografica ‘storia’ (qualunque risultato i suoi cultori siano riusciti farle conquistare) alle istanze nomotetiche invarianti(110) di natura giuridica.(111)
Permane intatta la lezione laddove cioè, or sono quasi tre decenni, si è ritenuto possibile intravedere un ruolo dell’analisi giuridica che si compie, anche a dispetto delle conclusioni che si riteneva tradizionalmente di trarre dalla ‘storia delle idee’, come si è ulteriormente magistralmente insegnato,(112) tramite ‘spiegazione’ ed ‘intendimento’, ovvero tramite gli antichi e sempre attuali passaggi dell’Erklären e del Verstehen.
Se la complessità concernente i valori è un problema giuridico attuale, il passaggio analitico ulteriore che, strettamente legato ai primi, sembra sollecitarsi, è dato dal compito di completamento analitico nella Beweis.(113)
Il problema dunque del diritto di proprietà individuale nell’ordine giuridico, connotato dalla complessità assiologica come momento connotativo di una più ampia complessità dell’ordine giuridico, di cui la accennata posizione di tale diritto fra le libertà fondamentali dell’individuo è verosimilmente solo un riflesso, sembra porre all’elaborazione giuridica conforme alla Rule of Law il compito ineludibile di evitare una frattura che configurerebbe in capo al Supreme Maker(114) quanto la miglior dottrina ha stigmatizzato come un Pouvoir sans l’autorité(115).

Note
(1)
Per una prima bibliografia d’insieme, cfr. AA. VV., Les notions a contenu variable en droit, a cura di PERELMAN e VANDER ELST, Bruxelles, 1984; AA. VV., Property Rights and the Limits of Democracy, a cura di ROWLEY, Cheltenham, 1993; ALLARA, La proprietà temporanea, in Il Circolo giuridico, Palermo, 1930, pp. 69 ss.; ALPA, BESSONE e FUSARO, Poteri dei privati e statuto della proprietà, vol. II, Codice civile e leggi speciali, Roma, 2001, p. 301 ss.; BARASSI, Proprietà e comproprietà, Milano, 1951; BETTI, Teoria generale del negozio giuridico, Ristampa corretta della II edizione, Napoli, 2002; BIGLIAZZI GERI, Usufrutto, uso e abitazione, in Trattato di diritto civile e commerciale diretto da A. CICU e F. MESSINEO continuato da L. MENGONI, vol. XI, t. 1, Milano, 1979, p. 21 ss.; CATERINA, I diritti sulle cose limitati nel tempo, Milano, 2000; COMPORTI, La proprietà, in AA. VV., Istituzioni di diritto privato a cura di BESSONE, Torino, 2001, p. 354 ss.; IDEM, Diritti reali in generale, in Trattato di diritto civile e commerciale diretto da A. CICU e F. MESSINEO continuato da L. MENGONI, VIII, t. 1, Milano, 1980; CONFORTINI, Il tempo e i confini delle cose, in Giust. Civ., 1984, II, pp. 327 ss.; COSTANZA, Numerus clausus dei diritti reali e autonomia contrattuale, in Studi in onore di C. Grassetti, I, Milano, 1980, p. 421 ss.; DE CUPIS, Pienezza e perpetuità della proprietà, in Riv. dir. civ., 1982, I, p. 165 ss.; DE MARTINO, Proprietà, in Commentario del codice civile a cura di SCIALOJA e BRANCA, Libro terzo. Della proprietà (Art. 810-1172), Bologna-Roma, 1976; DI PRISCO, La proprietà temporanea, Napoli, 1979; DONISI, Il problema dei negozi giuridici unilaterali, Napoli, 1972; MATTEI, I diritti reali. 1. La proprietà, in Tr. dir. civ., diretto da SACCO, Torino, 2001; NATOLI, La proprietà. Appunti delle lezioni, II ed., Milano, 1976; PELOSI, La proprietà risolubile nella teoria del negozio condizionato, Milano, 1975; PERLINGIERI, Introduzione alla problematica della «proprietà», Napoli, 1971; PESCATORE, Della proprietà, in Commentario del codice civile, II ed., Torino, 1968, I; PUGLIATTI, La proprietà nel nuovo diritto, Milano, 1964; RODOTÀ, “Proprietà (diritto vigente)”, in Nov. Dig. it., XIV, Torino, 1967, pp. 125 ss.; RIPERT, Le décline du droit. Études sur la législation contemporaine, Paris, 1949; SCACCHI, La proprietà temporanea, Milano, 2005; TERRÉ, L’influence de la volonté individuelle sur les qualifications, Paris, 1957; WALDRON, The Right to Private Property, Oxford, 1988.
(2) ALEXANDER, The Global Debate over Constitutional Property. Lessons for American Takings Jurisprudence, Chicago-London, 2006, p. 97 ss.
(3) ALPA, BESSONE e FUSARO, cit., p. 305 ss. con citazione estesa del CONFORTINI. 
(4) DI PRISCO, cit., p. 11, con particolare riguardo alla nota 13, e p. 15, nota 21. La sensibilità dell’A. verso tale opzione metodologica sembra essere un tratto evidente nel corso di tutta la Sua opera.
(5) Si pensi a come LÉVY, Histoire de la propriété, Paris, 1972, p. 85, parlando di propriété come di un droit perpétuelle riecheggi quasi alla lettera argomenti espressi diverse volte nel dibattito italiano: «Si tous ou presque tous les autres droits sont temporaires, la propriété est perpétuelle. Le Code ne le dit pas, et il n’eût pas été bien original de le dire». 
(6) Per un’analisi d’insieme del tema cfr. COMPORTI, Diritti reali in generale, cit., p. 149 ss.
(7) GAMBARO, Il diritto di proprietà, in Tr. dir. civ. comm., diretto da Cicu e Messineo e continuato da MENGONI, VIII, t. 2, Milano, 1995, pp. 222-223.
(8) ALLARA, op. cit., p. 75. Cfr. DI PRISCO, cit., p. 138 ss. e nota 221. In particolare la demarcazione e la critica fra la fattispecie teorica de qua e la concezione di alienazione costitutiva rinvenibile nell’opera di Allara che manterrebbe la sua continuità in NATOLI, cit., p. 205.
(9) ALLARA, cit., p. 69.
(10) Il rinvio operato è a MENGONI, Gli acquisti a non domino, Milano, 1968, p. 11.
(11) DI PRISCO, cit., p. 138 ss., in generale cfr. l’intero § 15 in questione. L’ipotesi implicherebbe una riproposizione fra i dominî individuati dal termine (finale per l’avente causa, iniziale per il precedente dante causa, futuro proprietario) della struttura sottostante l’elasticità del dominio quanto alla differente ampiezza delle situazioni giusrealistiche, laddove la Dottrina intende dimostrare che la fenomenologia giuridica in questione si connota, al contrario, per due situazioni soggettive dominicali – quantomeno – assimilabili quanto a pienezza dei poteri e connotate solo da titolarità individuali successive rispetto alla data del termine. 
(12) Cfr., seppur alla data di riferimento, PELOSI, cit., p. 435 ss., sub § 2.
(13) DI PRISCO, cit., p. 139.
(14) IDEM, cit., p. 140; SCACCHI, cit., p. 14, rilevando quanto NATOLI, cit., p. 240, ricostruisca la figura dominicale a termine iniziale solo come aspettativa. La stessa A. (ivi, p. 132 ss.) propugna una elaborazione della posizione giuridica del proprietario a termine iniziale in termini di aspettativa di futura proprietà. Sulla scorta della elaborazione della dottrina italiana in ordine all’aspettativa giuridica (per i riferimenti bibliografici cfr. ivi, note 3, 4, 5, 6), se ne delinea una disciplina relativa all’ipotesi de qua, che contempli l’estensione analogica della tutela del titolare di un diritto sottoposto a condizione sospensiva, sebbene la netta demarcazione fra certezza del termine ed incertezza della condizione nonché la mancanza di effetti ex tunc riscontrabili nel compimento del termine nella proprietà temporanea inducano alla non sovrapponibilità delle due figure se non per quanto attiene ai momenti disciplinari della pendenza e dell’avveramento. La tesi intende dunque che a tale ‘posizione giuridica d’attesa’ strumentalmente connessa alla realizzazione – per di più certa – del successivo diritto di proprietà, siano estese le tutele di cui agli att. 1356-1358 c.c., incompatibili invece le discipline previste dagli artt. 1359 e 1360.  
(15) BIGLIAZZI GERI, cit., p. 23.
(16) DE CUPIS, cit., p. 166. Presso SCACCHI, cit., passim, la perpetuitas è intesa come carattere ‘normale’ ma non essenziale ed imprescindibile della proprietà. Per la critica alla perpetuitas, lungo una molteplicità di prospettive di natura storica e sistematica, cfr. DI PRISCO, cit., p. 16 ss. 
(17) NATOLI, cit., p. 205. Inoltre v. SCACCHI, cit., p. 19.
(18) DE CUPIS, cit., p. 166.
(19) Sul punto l’argomentazione in dottrina è chiara; si rinvia per tutti all’autorevole posizione rinvenibile in PERLINGIERI, cit., Napoli, 1971, p. 22 ss., nonché in COSTANTINO, Contributo alla teoria della proprietà, Napoli, 1967. Cfr. inoltre la recente sistemazione, nella logica evolutiva della legislazione di varia fonte concernente l’istituto dominicale in GRISI, Gli istituti del diritto privato, 1, Napoli, 2005, p. 155 ss.
(20) DE CUPIS, cit., p. 167: «Limitazione tipica dell’usufrutto è la mancanza del potere di mutare la destinazione economica della cosa (art. 981, comma 1°): nel difetto di questa tipica limitazione, altre limitazioni del contenuto del diritto, aggiunte alla limitazione della durata, sono insufficienti a far ritenere trattarsi di usufrutto anziché di proprietà». 
(21) Ibidem.
(22) NATOLI, cit., p. 240.
(23) Ibidem., p. 207.
(24) DI PRISCO, cit., p. 154.
(25) SCACCHI, cit., p. 21: «Tutto ciò, porta a riconoscere – ma soltanto a posteriori – lo stesso meccanismo che è tipico della proprietà temporanea. Collocandosi ex ante rispetto al successivo verificarsi della condizione risolutiva si individua, invece, una proprietà per la quale non è dato preventivamente sapere se essa in futuro sia destinata a cessare ovvero a consolidarsi, divenendo definitiva, in capo all’attuale titolare “provvisorio”». NATOLI, cit., p. 213.
(26) IDEM, cit., p. 211 ss.
(27) Ivi. Cfr. inoltre PELOSI, cit., p. 445.
(28) DI PRISCO, cit., p. 150 laddove, con riferimento a PUGLIATTI, Strumenti tecnico-giuridici per la tutela dell’interesse pubblico nella proprietà, in op. cit., p. 107 ss., l’A. fissa i seguenti criteri per l’individuazione della titolarità interinale: «…quella spettante al soggetto che deve subire il compiersi di una fattispecie in forza della quale sarà spogliato della titolarità stessa: il contenuto di tale titolarità è sottoposto a limitazioni, derivanti soprattutto dal concorso del diritto al futuro acquisto della titolarità attuale e tali limitazioni si traducono in linea di principio nell’attribuire determinati poteri sul bene».
(29) Il profilo qualitativo di tale elemento teorico è, nelle diverse argomentazioni, diversamente curato. Spicca l’approfondimento dovuto a DI PRISCO, cit., pp. 148-149.
(30) COSTANZA, cit., p. 434, con riferimento al PUGLIATTI, cit., p. 107 ss.
(31) NATOLI, cit., p. 214 ss.
(32) DI PRISCO, cit., p. 151, nota 234; NATOLI, cit., p. 216 ss., che rinvia anche alla fattispecie di cui all’art. 1731 ss. c.c.; SCACCHI, cit., p. 55 ss., arricchendo gli spunti per l’analisi, amplia i termini di riferimento quanto ai beni del contratto, includendo anche la posizione del mandatario acquirente di beni mobili, e quanto alla funzione della fattispecie, con estensione della discriminazione anche all’ipotesi di mandato ad alienare. Tale ampliamento dei riferimenti analitici concernente i beni mobili implica quindi il superamento della disputa, della quale in questa sede non si può dare conto approfondito, circa la natura traslativa ovvero obbligatoria del contratto di mandato, in favore della seconda tesi (ivi, p. 56, e nota 63). Così non è invece in DI PRISCO, cit., p. 152.    
(33) DI PRISCO, cit., p. 164. SCACCHI, cit., p. 100. Si può rimarcare quanto le parole della Dottrina sembrino ricalcare, al netto delle dovute differenze, la nozione di Estate, ovvero ‘the quantum of interest in land’, su cui cfr. LAWSON, Common Law, in Structural variations in property law, Property and Trust, vol. VI, Chapter 2, International Encyclopedia of Comparative law, p. 33. Sulla nozione anfibologica della Estate cfr. GAMBARO, La proprietà nel common law anglo-americano, in CANDIAN-GAMBARO-POZZO, Property – Propriété –Eigentum. Corso di diritto privato comparato, Padova, 2002, p. 65 e nota 45.
(34) In tal senso sembra possibile fornire a tale più profondo discorso la nota qualificazione di Klassenbegriff, cfr. RADBRUCH, Klassenbegriffe und Ordnungsbegriffe im Rechtsdenchen, in Revue internazionale de la theorie du droit – Internationale Zeitschrift für Theorie des Rechts, 1 (1938), p. 46 ss.
(35) Il dato storico è rilevato inoltre dal BETTI, cit., p. 533 ss. A p. 534 si legge: «È possibile, però, che un termine sia apposto a un atto di disposizione, e allora esso assume la portata di circoscrivere entro un lasso di tempo la spettanza del diritto, reale o di credito, che ne forma oggetto. In tale ipotesi la posizione di chi aliena a termine sospensivo non differisce dalla posizione di chi acquista con termine risolutivo».
(36) DI PRISCO, cit., p. 174 ss.
(37) Ibidem, p. 163 ss., e in particolare nota 248.
(38) Ibidem, cit., p. 167.
(39) Ibidem, p. 132 nota 210.
(40) Ibidem, p. 157.
(41) Ibidem, p. 170.
(42) Ibidem, p. 176: «…il diritto sorgerà in questo secondo momento». Più in generale cfr. nella loro ampiezza gli argomenti sviluppati ivi e ss., con peculiare riferimento alle note 266 e 267, e retro a pp. 171-172.
(43) Ibidem, cit., p. 144.
(44) Del resto sul principio de quo la Dottrina prende le mosse dal GRASSETTI, Del negozio fiduciario e della sua ammissibilità nel nostro sistema giuridico, in Riv. dir. comm., 1936, I, p. 373, e IDEM, Rilevanza dell’intento giuridico in caso di divergenza dall’intento empirico, in Studi economico-giuridici della R. Università di Cagliari, 1936, p. 136, al fine di ribadire la delimitazione all’osservanza dovuta alle forme di pubblicità l’espressione del principio di tipicità dei diritti reali, e la sua non estensibilità alle ‘cause idonee alla traslazione’, ai negozi ad effetti reali, da sottoporre anch’essi al regime di tipicità. Cfr. DI PRISCO, cit., p. 128, e nota 206-207. 
(45) DI PRISCO, cit., p. 168.
(46) Ibidem, p. 155. Posta la densità tematica dell’argomento, si rinvia a COSTANZA, cit., passim, ed a DONISI, cit., p. 305 ss.
(47) Cfr. la pagina già citata in DI PRISCO, cit., p. 170.
(48) Oltre alle pagine dedicate dagli altri autori alle ipotesi di situazioni ‘strumentali’ ovvero ‘interinali’ individuate anche sulla bade della legislazione speciale,una lista, fra le figure più discusse, delle ipotesi ‘false’ e ‘vere’ di proprietà temporanea si ha in SCACCHI, cit., p. 23 ss.
(49) Il fondamento euristico del dies certus escluderebbe tale figura dal novero delle proprietà temporanee presenti nel codice civile; contra GANGI, La successione testamentaria, II, Milano, 1964, p. 218; PIRAS, La sostituzione fedecommissaria nel diritto civile italiano, Milano, 1952, p. 51; BIANCA, Diritto civile, 6, La proprietà, Milano, 1999, p. 155.
(50) SCACCHI, cit., pp. 61-65.
(51) Si fa carico di tale problematica IDEM, cit., p. 129 ss., che a p. 130 ribadisce fondatamente quanto essa ‘…non ha fino ad ora formato oggetto di uno specifico approfondimento da parte della dottrina’.
(52) Cfr. il riferimento all’art. 1465, comma 2, c.c., ed al diritto reale d’acquisto in DI PRISCO, cit., p. 180 e ss., nonché l’evocazione dell’assimilabilità ai future interests.
(53) Più ampiamente cfr. l’intera argomentazione in IDEM, cit., p. 171 ss.
(54) HAYEK, The Fatal Conceit. The Errors of Socialism, edited by W.W. Bartley III, Chicago, 1988, p. 36 ss.
(55) PUGLIATTI, La proprietà e le proprietà, in op. cit., p. 309.
(56) MATTEI, cit., p. 238.
(57) HECK, Grundriss des Schuldrechts, Tübingen, 1929, p. 10, ed IDEM, Grundriss des Sachenrechts, Tübingen, 1930, p. 96: «Der numerus clausus bestehet für die dinglichen Rechte. Eine gleiche Vorschrift für die dinglichen „Geschäfte“ bestehet nicht»; LARENZ, Lehrbuch des Schuldrechts, München-Berlin, 1967, II, p. 87; von THUR, Der All. Teil des Deutschen Bürgerlichen Rechts, München-Leipzig, 1914, II, p. 179.
(58) WOLF, Lehrbuch des Sachenrechts, Köln-Berlin-Bonn-München, 1971, p. 28; FLUME, Rechtsgeschäft und Privatautonomie, in Hundert Jahre Deutsche Rechtslehre, 1960, I, p. 136 ss.
(59) Sarebbe eccessivamente ampia la divagazione, pur necessaria, in ordine alla connessione fra diritto soggettivo e natura del bene, in relazione alla valenza svolta dal termine finale nella discussione teorica de qua, sia consentito un rinvio alla lezione del MESSINETTI, Oggettività giuridica delle cose incorporali, Milano, 1970, p. 65, ed un rinvio al TERRÉ, cit., passim, ma specie pp. 183 ss., e pp. 309 ss.
(60) RAISER, Dingliche Anwartschaften, Tübingen, 1961, p. 19 ss.
(61) DI PRISCO, cit., p. 168. Doveroso il rinvio a DE NOVA, Il tipo contrattuale, Padova, 1974. Nella peculiare sensibilità dell’A., cfr. BETTI, cit., p. 181 ss., specie p. 183. Inoltre GRASSETTI, Rilevanza dell’intento, cit., p. 109 ss.; MESSINEO, voce Contratto (diritto privato), in Enciclopedia del diritto, Milano, 1961, IX, p. 787; NICOLÒ, voce Diritto civile, in Enciclopedia del diritto, Milano, 1964, XII, p. 908.
(62) Quanto al problema di un diritto privato come mera branca della logica o come una proiezione, più o meno ragionata, delle ideologie di volta in volta in auge rispetto ad una prospettiva globale connotata al contrario dal pluralismo dei valori cfr. Karl MILFORD, In Pursuit of Rationality: a Note on Hayek’s The Counter Revolution of Science, in Jack BIRNER and Rudy VAN ZIJP (edited by), Hayek, Co–Ordination and Evolution. His legacy in philosophy, politics, economics and history of ideas, London–New York, 1994, p. 324. Sul punto HAYEK, New Studies in Philosophy, Politics, Economics and the History of Ideas, London-Henley, 1978, p. 73 «The same is in some measure true of the term ‘order’ itself. Though one of the oldest terms of political theory, it has been somewhat out of fashion for some time. But it is an indispensable term which, on the definition we have given it –a condition of affairs in which we can successfully form expectations and hypotheses about the future– refers to objective facts and not to values».
(63) DI PRISCO, cit., p. 133, con particolare riguardo alla nota 212.
(64) In via esemplificativa, cfr. Ibidem, p. 158, nota 240.
(65) Ibidem, p. 110 ss.
(66) Ibidem, p. 160: «[…] occorre chiedersi cosa non sia previsto nel sistema».
(67) Ibidem, p. 157 ss.
(68) DE CUPIS, cit., p. 166. cfr. altresì PALERMO, L’usufrutto, in Tr. dir. priv., diretto da RESCIGNO, VII, Torino, 1984, p. 101.
(69) HAYEK, Rules and Order, p. 106 ss., The Mirage of Social Justice, p. 36 ss., in Law, Legislation and Liberty. A new statement of the liberal principles of justice and political economy (one volume edition), London, 1982.
(70) DI PRISCO, cit., p. 128, e nota 206-207.
(71) Cfr., per tutti, l’autorevole dottrina del prof. BIANCA, Autonomia privata e obbligazioni reali, ora in C. Massimo BIANCA, Realtà sociale ed effettività della norma. Scritti giuridici, vol. I, t. II,, Milano, 2002, p. 1201 ss.
(72) Sembra in tal senso rilevante il rinvio all’autorevole dottrina di PERLINGIERI, Modi di estinzione delle obbligazioni diversi dall’adempimento, in Comm. Cod. civ., a cura di SCIALOJA e BRANCA, Bologna, 1975, pag.406. Cfr. inoltre DI PRISCO, I modi di estinzione delle obbligazioni diversi dall’adempimento, in Tr. Dir. priv., diretto da RESCIGNO, vol. 9, Torino, 1984, pag.342 ss.
(73) DI PRISCO, cit., p. 159, nota 241, con riferimento al Pugliatti.
(74) BIANCA, Diritto civile, 6, La proprietà, cit.; IDEM, Diritto civile, 2, La famiglia – Le successioni, Milano, 2005; BIGLIAZZI GERI, BRECCIA, BUSNELLI, NATOLI, Diritto civile, 2, Diritti reali, Torino, 1995; CARIOTA FERRARA, L’enfiteusi, in Tratt. dir. civ. it, IV, t. 4, Torino, 1950; ORLANDO CASCIO, voce Enfiteusi (diritto privato), in Enc. dir., XIV, p. 920 ss.; IDEM, Studi sull’enfiteusi, in Annali del Seminario giuridico della Università di Palermo, vol. XXII, Palermo, 1951; SANGIORGI, sub art. 957 ss., in Comm. cod. civ., diretto da CENDON, Torino, 1991, p. 277 ss.; TRIFONE, Dell’enfiteusi, in TRIFONE–DE MARTINO, Libro terzo. Della proprietà. Art. 957-1026, in Comm. cod. civ., a cura di Scialoja e Branca, Bologna-Roma, 1978, p. 1 ss. 
(75) Cfr. l’autorevole dottrina del prof. BIANCA, Diritto civile, 6, La proprietà, p. 570. Fra le tesi concernenti la proprietà temporanea, almeno a quanto sembra a chi scrive, l’unica rilevazione del problema è dovuta a SCACCHI, cit., p. 163, peraltro per confermare, pur in uno studio che ribadisce carattere ‘normale’ e non essenziale della perpetuitas proprietaria e la formula tempus non deminuit jus concernente il trasferimento ‘pieno’ del dominio a termine, che ‘Dubbia appare, invece, la possibilità di costituire un diritto di enfiteusi, per il quale la legge prevede una durata minima di venti anni, e un essenziale diritto di affrancazione, che potrebbe essere reso vano dalla preventiva scadenza del termine’.  
(76) BIGLIAZZI GERI et Alii, cit., p. 183.
(77) Quanto all’oggetto del rapporto enfiteutico cfr. la discussione in TRIFONE, cit., p. 15, e SANGIORGI, cit., p. 281. 
(78) V’è da rilevare, in favore della permanenza del dettato normativo derivabile dagli artt. 957 e 958 c.c., che di eventuali abrogazioni delle stesse non sembra esserci cenno esplicito in COSTATO, L’enfiteuta, in AA. VV., Trattato breve di diritto agrario italiano e comunitario, diretto da COSTATO, terza ed., Padova, 2003, p. 299 ss., (a p. 300 si accenna alla linea di politica del diritto volta a dar ‘sempre prevalenza all’affrancazione’) ed in Le leggi fondamentali del diritto agrario, a cura di BIVONA, Milano, 2003, p. 18, sub artt. 957 e 958 c.c. Qualora il problema dovesse sorgere in ordine all’art. 10 della legge 1138 del 1970, che ha riformulato radicalmente l’istituto enfiteutico abrogando l’art. 966 ed il primo, secondo e terzo comma dell’art. 971 c.c., esso sembra esaurirsi nell’ipotesi, non pacifica, di un’abrogazione implicita del solo secondo comma dell’art. 958 (enfiteusi a tempo), permanendo intatto, quanto alla questione in epigrafe, il limite derivabile dall’enfiteusi perpetua. Sul punto cfr. SANGIORGI, cit., p. 280, che, in ordine all’abrogazione del 1° comma dell’art. 971 c.c., così riassume le posizioni teoriche: «L’avvenuta abrogazione di tale comma (art. 10, l. 1138/1970), consentendo all’enfiteuta l’affrancazione in qualsiasi momento dalla costituzione del rapporto, in aderenza dell’accennata nuova fisionomia dell’istituto, potrebbe far ritenere tacitamente abrogata la disposizione in esame [2° comma, art. 958], se la sua ratio venisse appunto identificata nella necessità di limitare il potere di affrancazione al fine di assicurare l’esecuzione dei miglioramenti. Se si ritiene, invece, che il limite dei venti anni continua ad essere operante, dovrà riconoscersi la nullità dell’atto costitutivo che stabilisca un termine inferiore. Non essendo prevista per questa ipotesi l’automatico prolungamento del termine, rimane solo la possibilità del ricorso alla conversione che consentirà il sussistere, per il minor tempo stabilito, di un rapporto avente natura obbligatoria».     
(79) TRIFONE, cit., p. 19.
(80) Ivi.
(81) Ibidem, p. 19-20, con riferimento a IANNELLI, La nuova enfiteusi, Napoli, 1975. La rubrica ex art. 957 c.c. parla in verità di norme inderogabili, così come di inderogabilità si parla al secondo comma della medesima norma in ordine all’art. 958, c.c. La precisazione sembra importante in quanto uno spazio d’analisi potrebbe derivare all’interno del ‘gioco complesso’ da questa differenziazione. Cfr. l’autorevole dottrina di RUSSO, Norma imperativa, norma cogente, norma inderogabile, norma indisponibile, norma dispositiva, norma suppletiva, in Riv. dir. civ., 5, 2001, p. 573 ss.    
(82) TRIFONE, cit., p. 14.
(83) Cfr., per tutti, BIANCA, Diritto civile, 6, La proprietà, cit., p. 156.
(84) V’è da rilevare che in BIANCA, Diritto civile, 2, La famiglia –Le successioni, cit., p. 810, si legge: «Il termine è ammesso nelle disposizioni a titolo particolare. L’apposizione del termine conduce al risultato di rendere l’attribuzione al beneficiario a termine finale equivalente ad un diritto di usufrutto».
(85) DI PRISCO, cit., rispettivamente p. 11 e p. 15.
(86) IRTI, L’età della decodificazione, Milano, 1999, p. 51 ss.
(87) Per tutti, cfr. gli Atti del convegno di studi organizzato presso l’Università degli Studi di Siena il 18-19 ottobre 2002, in AA. VV., La proprietà nella carta europea dei diritti fondamentali, a cura di COMPORTI, Milano, 2005. Posta l’elevato interesse che suscitano i contenuti dei singoli contributi il rinvio è da intendersi ovviamente all’interezza dell’opera. 
(88) HAYEK, The Mirage of Social Justice, cit., p. 31.
(89) «1. Ogni individuo ha il diritto di godere della proprietà dei beni che ha acquistato legalmente, di usarli, di disporne e di lasciarli in eredità. Nessuno può essere privato della proprietà, se non per causa di pubblico interesse, nei casi e nei modi previsti dalla legge e contro il pagamento in tempo utile di una giusta indennità per la perdita della stessa. L’uso dei beni può essere regolato dalla legge nei limiti imposti dall’interesse generale. 2. La proprietà intellettuale è protetta».
(90) COMPORTI, Relazione introduttiva, in AA. VV., La proprietà nella carta europea dei diritti fondamentali, cit., p. 2.
(91) RODOTÀ, Il progetto della carta europea e l’art. 42 della costituzione, in AA. VV., La proprietà, cit., p. 155 ss.
(92) Ibidem, p. 159-160. Si rinvia sul punto inoltre a DELMAS-MARTY, Towards a Truly Common Law. Europe as a Laboratory for Legal Pluralism, Cambridge, 2002, p. 173 ss.; IDEM, Global law: a triple challenge, Ardsley, 2003, p. 27 ss.
(93) Cfr. RESCIGNO, Conclusioni, in AA. VV., La proprietà, cit., p. 177.
(94) TRIMARCHI, Proprietà e diritto europeo, in Europa e diritto privato, 2002, p. 707 ss.
(95) Cfr. ZILLER, La nuova Costituzione europea, Bologna, 2004.
(96) Per sensibilità verso la sintesi, volta ad evitare duplicazioni di argomenti, sia permesso a chi scrive di rinviare ai suoi L’ordine della Legge ed il mercato. La congruità nello scambio contrattuale, Torino, 2003, ed a Diritto privato globale, Objective Pluralism e libertà di religione, Cosenza, 2006, pubblicato nella collana Diritto e Religioni, diretta da Mario TEDESCHI.
(97) Il Fine quindi come Terminus (plurale Termini) così come si legge in HAYEK, The Confusion of Language in Political Thought, in New Studies in Philosophy, Politics, Economics and the History of Ideas, cit., p. 85 ss.
(98) IDEM, The Political Order of a Free People, in Law, Legislation and Liberty, cit., p. 168: «Strictly speaking, no final ends are economic, and the so – called economic goals which we pursue are at most intermediate goals which tell us how to serve others for ends which are ultimately non–economic. And it is the discipline of the market which forces us to calculate, that is, to be responsible for the means we use up in the pursuit of our ends».
(99) CROWDER, Liberalism and Value Pluralism, London–New York, 2002.
(100) Si rinvia per tutti a SUNSTEIN, Incommensurability and Valuation in Law, in Michigan Law Review, vol. 92, No. 4, 1994, p. 779 ss.
(101) Sulla connessione inscindibile fra valori e proprietà individuale le dottrine meno sbrigative sul tema individuano la stretta connessione nella riflessione di Locke concernente ‘morality and “justice issues”’, cfr. WEST, Property Rights in the History of Economic Thought: From Locke to J. S. Mill, e LUECK, First Possession as the Basis of Property, in AA. VV., Property Rights. Cooperation, Conflict, and Law, edited by ANDERSON & McCHESNEY, Princeton–Oxford, rispettivamente p. 23, e p. 200 ss. Cfr. altresì LASSALLE, Locke, liberalismo y propiedad, Madrid, 2003, p. 317 ss.; SIMMONS, The Lockean Theory of Rights, Princeton, 1992, p. 42 e specie nota 72, nonché le analisi presenti in John LOCKE, An Essay Concerning Human Understanding. In Focus, edited by FULLER, STECKER and WRIGHT, London–New York, 2000. Più ampiamente, cfr. AA. VV., Liberty, Property, & the Foundations of the American Constitution, edited by PAUL and DICKMAN, Albany, 1989; AA. VV., Property Rights, edited by PAUL, MILLER Jr., PAUL, Cambridge, 1994, con particolare riferimento, a MACEY, Property Rights, Innovation, and Constitutional Structure, p. 181 ss.         
(102) Lynch v. Household Finance Corporation, 405 U.S. 538, 552 (1972). Cfr. ELY, Jr., The Guardian of Every Other Right. A Constitutional History of Property Rights, Oxford, 1992. 
(103) RIPERT, Le déclin du droit, cit.; von WIESE, Der Liberalismus in Vergangenheit und Zukunft, Berlin, 1917; STARCK, L’égalité en tant que mesure du droit. Problèmes d’application du principe d’égalité, in AA. VV., Les notions a contenu variable en droit, a cura di PERELMAN e VANDER ELST, cit., p. 181 ss. Sulla ‘list of over one hundred and sixty nouns qualified by the adjective social’, cfr. HAYEK, The Fatal Conceit,cit., p. 115.
(104) NATOLI, cit., p. 113 ss.
(105) van CAENEGEM, An Historical Introduction to Private Law, Cambridge, 1992, tr. it. Introduzione storica al diritto privato, Bologna, 1995, p. 156; AA. VV., Théorie du droit et science, publié sous la direction de Paul AMSELEK, Paris, 1994; HAYEK, Rules and Order, cit., passim; IDEM, The Mirage of Social Justice, cit., passim; EPSTEIN, Skepticism and Freedom A Modern Case for Classical Liberalism, Chicago–London, 2003; BARNETT, The Structure of Liberty. Justice and the Rule of Law, Oxford, 1998.
(106) Posta l’estrema attenzione dell’A. verso il problema de quo, quanto al suo radicarsi fra valori individuali e property law, si rinvia a SINGER, Introduction to the Property, 2 nd edition, New York, 2005.
(107) HAYEK, The Mirage of Social Justice, cit., passim, ma specie p. 107 ss.
(108) Ialino il rinvio a SINGER, Entitlement. The Paradoxes of Property, New Haven–London, 2000. 
(109) HAYEK, The Constitution of Liberty, Chicago, 1960, specialmente il Chapter Fourteen, The Safeguards of Individual Liberty, p. 206: «The rule of law is therefore not a rule of the law, but a rule concerning what the law ought to be». In ordine a taluni elementi problematici, rilevabili ad esempio in WALDRON, The Right to Private Property, cit., p. 324 ss., cfr. altresì HAYEK, Liberty and Liberties, in The Constitution of Liberty, cit., p. 11 ss., ed IDEM, The Mirage of Social Justice, cit., p. 27 ss.
(110) NOZICK, Invariances. The Structure of the Objective World, Cambridge (Mass.) – London, 2001, p. 75 ss., quanto ai caratteri concernenti Invariance and Objectivity.
(111) Alfred KUHN, The Logic of Social Systems. A Unified, Deductive, System-Based Approach to Social Science, San Francisco-Washington-London, 1976; AA. VV., Centripetal Forces in the Sciences, Volume I, New York, 1987, e Volume 2, New York, 1988, entrambi a cura di Gerard RADNITZKY; von BERTALANFFY, General System Theory. Foundations, Development, Applications, New York, 1969. Ineludibile il rinvio a Sir Isaiah BERLIN, Historical Inevitability, London, 1955., ripubblicato in IDEM, Four Essays on Liberty, Oxford, 1969 ed in IDEM, The Proper Study of Mankind. An anthology of Essays, New York, 1998. Il medesimo saggio più di recente è stato ripubblicato in IDEM, Liberty, Incorporating Four Essays on Liberty, edited by Henry Hardy, Oxford, 2002, p. 94 ss. Cfr. inoltre ELTON, The Practice of History, New York, 1967; TREVOR-ROPER, History. Professional and Lay, Oxford, 1957.
(112) DONISI, cit., p. 467, nota 77.
(113) STRAUSS, Philosophie und Gesetz. Beiträge zum Verständnis Maimunis und seiner Vorläufer, ora in Gesammelte Schriften, Band 2, Philosophie und Gesetz – Frühe Schriften, Stuttgart – Weimar, 1997, p. 75: «Das Gesetz ruf also auf zum Verständnis und zum Beweis der von ihm mitgeteilten Wahrheiten». 
(114) Cfr. la critica, peraltro da un punto di vista talvolta riverente, al Descartes di aver ‘stripped away too much when he eliminated the spiritual and immaterial from the physical world and left only matter and motion’, in Isaac BARROW, In comitiis 1652. Cartesiana hypothesis de material et motu haud satisfacit praecipuis naturae phaenomenis, in The Works of the Learned Isaac Barrow, London, 1700, ix, 79-104: «He thinks unworthily of the Supreme Maker of things who supposes that he created just one homogeneous Matter, and extended it, blockish and inanimate, through the countless acres of immense space, and moreover, by the sole means of Motion directs those solemn games and the whole mundane comedy, like some carpenter or mechanic repeating and displaying ad nauseam his one marionettish feat».
(115) PERELMAN, Autorité, idéologie et violence, ora in Ethique et droit, Bruxelles, 1990, p. 396: «L’autorité se présent toujours avec un aspect normatif, c’est ce qui doit être suivi ou obéi, telle l’autorité de la chose jugée, l’autorité de la raison ou celle de l’expérience. En effet, celui qui possède le pouvoir, sans l’autorité, peut forcer la soumission, mais pas le respect».