P.JANNI, L’Occidente plurale. Gli Stati Uniti e l’Europa nel XXI secolo
di Leonardo Saviano
“L’Occidente esiste ancora, ma è tornato a essere plurale come era stato nel passato, salvo la parentesi 1941-1989. America ed Europa sono le due parti di uno stesso Occidente, ma in un rapporto ineguale, nel quale le ambizioni, gli interessi globali e la supremazia militare degli Stati Uniti contrastano con gli istinti postmoderni degli Europei”.
Questo è l’assunto del volume intitolato L’Occidente plurale. Gli Stati Uniti e l’Europa nel XXI secolo che Paolo Janni ha pubblicato presso l’editore Rubbettino di Soveria Mannelli nella Collana di Studi Diplomatici a cura del Circolo di Studi Diplomatici valendosi per la sua impostazione della propria duplice esperienza di diplomatico di carriera al servizio della Repubblica Italiana ora di docente alla Catholic University of America di Washington.
L’autore, nella stesura della sua opera, ricostruisce il cammino percorso dagli Stati Uniti nell’arco di tempo compreso fra la prima e la seconda guerra mondiale sino alla successiva crisi della società americana parallela alla differente esperienza vissuta dal vecchio Continente e illustra la parte avuta dall’America nel favorire con il piano Marshall il processo d’integrazione europea contemporaneo all’affermarsi della supremazia americana la quale ha finito con l’assumere caratteri imperiali.
Egli passa in rassegna le novità introdotte dalla conclusione della guerra fredda e dal manifestarsi degli imprevisti rischi non convenzionali con il conseguente riorientamento della tradizionale politica estera americana nei confronti degli alleati europei e di tutto il mondo e delinea la rinnovata scena europea contraddistinta dall’allargamento e dalla tentata costituzionalizzazione dell’Unione, dalla massiccia immigrazione e dall’antiamericanismo arrivando a esaminare i mutamenti profondi della società americana e la diversa valutazione americana ed europea delle nuove minacce e dei correlati rimedi.
L’esame prosegue con la disamina delle cause del clamoroso affermarsi del fattore religioso nelle relazioni internazionali grazie alla riscoperta di tale elemento essenziale all’origine delle rispettive culture così che lo scenario della politica mondiale si trova a essere dominato dal confronto tra Occidente e resto del mondo e dalla reazione delle altre civiltà alle implicazioni culturali e religiose di quella occidentale, una volta tenuto conto della diversa percezione del fenomeno religioso da una sponda all’altra dell’Atlantico e della maggiore familiarità americana con il multietnismo e il multiculturalismo.
Le incognite destinate a modificare l’ordine mondiale e l’equilibrio globale corrispondono per Paolo Janni all’emergenza dell’Asia e del Pacifico, allo sviluppo russo, alla situazione politica ed economica dell’Africa subsahariana, al non facile ammodernamento arabo, alle contraddizioni della globalizzazione e al problema del buongoverno giungendo fino alla diffusione delle armi nucleari.
L’autore avverte anche del grave pericolo che corre l’Unione Europea di trasformarsi in una “organizzazione quadro” anziché sforzarsi di mantenersi come un organismo coeso dal punto di vista economico e politico capace di imporsi con la propria azione efficace nella politica estera e in quella militare intesa quale estrema risorsa.
Dal suo complesso studio si evince, secondo il diplomatico e studioso italiano, la necessità della seguente presa d’atto: “Dopo la fine della guerra fredda, due correnti di pensiero continuano a dominare il dibattito sulla natura e sul contenuto che potrebbero avere le relazioni euroamericane nel futuro sconosciuto nel quale ci siamo inoltrati. La prima, proclama l’uguaglianza identitaria dell’Europa e dell’America. L’Occidente, in altre parole, non ha cessato di esistere. La seconda scuola sottolinea invece le differenze che separano le due sponde dell’Atlantico”.
Egli nota, in particolare, come Miles Kahlen neghi che l’elaborazione del mito della solidità dei legami transatlantici fosse dovuta, un tempo, alla necessità di affrontare le minacce provenienti dall’esterno ai comuni interessi e la imputi alla costante affinità culturale e ideologica e afferma: “Americani ed Europei sono le due varianti dell’occidentalismo. L’Occidente deve andare oltre l’Occidente e, nel farlo, deve anche mettere in questione se stesso. La crisi dell’Occidente nasce dal suo stesso successo. I valori occidentali hanno le loro radici nella filosofia greca, nell’antichità romana e in Gerusalemme”.
Noi dovremmo, come ha osservato Garton Ash, porci possibilmente a mezza strada tra le due posizioni estreme rappresentate dai “trionfanti fondamentalisti occidentali” e dai “relativisti culturali occidentali” grazie alla via mediana della libertà che è idea sfuggente e densa di pericolo ma che sta ben presente nella mente di coloro che si trovano a esserne privi donde sorge il quesito se gli Stati Uniti seguiteranno ad assecondare la loro propensione al ruolo di potenza egemone a costo di non curarsi di coloro che risultano privi di essa e se l’Europa seguiterà a illudersi di potere giungere a confrontarsi con l’America mettendo a repentaglio i suoi buoni propositi di superpotenza civile.
Per potere misurarsi e trionfare nei confronti delle sfide del nuovo millennio gli Stati Uniti dovrebbero forse permettere al loro sentimento di eccezionalismo di coesistere con la consapevolezza che ormai ciò che li unisce al resto del mondo è destinato a prevalere nettamente su quanto li separa da esso e che se vogliono essere in grado di garantire la propria libertà devono sentirsi meno eccezionali e pronti a svolgere un ruolo in una società internazionale da loro stessi inventata, come suggerisce Hirsh Michael.
L’Occidente ancora esiste, oppure siamo passati dalle due Europe e un solo Occidente di un tempo a un mondo con due Occidenti e una sola Europa? Janni, dopo essersi interrogato, così risponde: “Negli ultimi quattrocento anni, salvo la parentesi veramente unitaria e solidale degli anni 1941-1989, le due società erano andate sviluppandosi lungo sentieri diversi. Quella americana, virtualmente in contrapposizione alla società europea e quella europea modellata dalla lunga sequenza di cruente lacerazioni ideologiche che hanno accompagnato il percorso storico del vecchio Continente. L’Occidente esiste ancora, ma è tornato ad essere plurale, come era sempre stato”.
Messe in secondo piano oppure accantonate durante tutta la seconda parte del ‘900 per lasciare spazio sufficiente a una solida alleanza opposta all’Unione Sovietica, le diversità proprie del vecchio e del nuovo mondo sono riemerse con il dissolversi del pericolo rappresentato dal comunismo.
Occorre riconoscere che gli Europei e gli Americani non condividono più una visione comune del mondo né una comune prospettiva strategica giacché i primi, secondo la nota lettura di Robert Kagan, si sono rifugiati in una dimensione paradisiaca postmoderna di prosperità pacifica finendo con l’approdare al pianeta di Venere che ormai li contraddistingue insieme con l’avversione al ricorso alla forza militare salvo la legittimazione internazionale del suo uso; i secondi, al contrario, sono collocati sul pianeta Marte dalla loro avversione alla diplomazia e all’ordinamento internazionale e dalla certezza alimentata dal pensiero di Hobbes che la tutela della libertà è garantita dal pronto impiego della forza militare.
“Due metà dello stesso Occidente in un rapporto ineguale nel quale alle ambizioni, agli interessi globali e all’egemonia degli Stati Uniti fanno da contrappunto gli istinti postmoderni degli Europei” conclude l’autore de L’Occidente plurale che aggiunge: “Non siamo in presenza di un Occidente americano, migliore di quello europeo o viceversa, ma di due metà dello stesso Occidente che guadagnerebbero entrambe col riunirsi ma che, verosimilmente, continueranno ad andare in direzioni diverse”.
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