Il lavoro precario all’attenzione della Chiesa di Raffaele Pascali
«L’operaio ha diritto alla sua mercede» (Mt. 10, 10)
Non è affatto facile tentare di proporre un principio di riflessione su un tema – quello del «lavoro precario» - che è forse il più centrale oggi per la comunità civile (e non solo per il Sud d’Italia) e che viene all’attenzione della società e, per quel che ci riguarda, dei giuristi come argomento ‘peculiare’ della dottrina sociale della Chiesa, in virtù di una serie di Interventi tra i più elevati, promossi dalla Suprema Gerarchia (ancorché dai media subito relegati – come efemeridi – alla menzione di un giorno, spettante all’esternazioni estemporanee e rituali, presto dimenticate o che si vorrebbe fossero dimenticate, confidando nell’ausilio provvido della sovrapposizione di altri temi, forse di altre urgenze).
Intendevo perciò riflettere ancora a lungo su questo tema non osando ancora intervenire in tempi (relativamente) stretti, consapevole delle mie inadeguatezze e dei tardivi, fondati e inconfessati timori (pure, come insegnava don Milani, alla severa Maestra, ognuno ha le sue timidezze, compresa Essa). Ho deciso poi in senso opposto non osando sottrarmi, per debito d’ufficio, a un compito, in qualche modo avvertito come dovuto, per insegnare i Diritti Ecclesiastici (della Chiesa e dello Stato), in una prestigiosa Università del Sud, l’Accademia senza dubbio fra le più note ed ‘eccellenti’ d’Italia, quanto alla delibazione peculiare dei temi economici e sociali.
Il fatto è che un intervento magistrale dell’Alta Autorità, solo apparentemente ritenuto occasionale, forse espresso per incidens, in linea viceversa rigorosamente coerente e diretta con la dottrina non solo sociale della Chiesa (e sarebbe già tanto), ma di diritto ecclesiastico pubblico, è argomento troppo delicato e complesso, da poter essere trattato a cuor leggero. Non a caso, io, che pure ho scritto molto (e certo troppo, facendo gemere vanamente i torchi) e che qualche volta sono stato criticato, più o meno velatamente, per eccesso di astrazione (persino in sede accademica, quella stessa competente e deputata all’approfondimento teorico) non ho mai osato sceglierlo come tema di indagine. Peraltro, gli Studi – che qui si coltivano, nelle aule di un’Università nuova, per dinamica e fisionomia, agli studi giuridici, la più antica e accreditata, come osservato, per genesi e antica vocazione d’Ateneo, ad approfondire gli aspetti economici del ‘cosmo’ iuridicus, nel senso proprio di disciplinato ‘ordinamento’ –reclamano una profonda riflessione sociale e questa Sede(1) non può fingere di ignorare che, proprio qui, a Napoli, il Pontefice è intervenuto su un tema centrale, per l’economia dello sviluppo, ma anche per i destini dei giovani e delle loro famiglie, come dire della Città futura, qual è quello del lavoro precario; ed è intervenuto, reclamando dalle potestà terrestri, dai piccoli Cesari, e da quelli grandi, iniziative e coerenze non distruttive, per il bene della Comunità intera. Un tema certamente attuale, quello del lavoro precario, la cui gravità non sempre viene adeguatamente evidenziata(2), sul quale Benedetto XVI non ha ritenuto di dover tacere.
Un tema presente, anche se certo non nuovo, quello del precariato nel lavoro, e, almeno secondo l’espressione testuale del lessico, forse (relativamente) infrequente, sino a ieri. Tuttavia, la incipiente gravità del fenomeno non era sfuggita alla Dottrina, che aveva già denunciato «inedite forme di precarietà» e «di sfruttamento» anche «all’interno delle stesse società cosiddette opulente»(3).
La Chiesa è infatti, per antica tradizione, costantemente aderente al tempo, mentre «cammina insieme a tutta l’umanità lungo le strade della storia» (Com. n. 18). Non è forse per questa peculiare sensibilità ai segni dei tempi che la consuetudine sua, adeguatamente cautelata dal tempo e dal comune sentire, prevale anche contralegem ipsam? Non è per un irriducibile radicamento alla realtà terrena, quale che essa sia, che, pur con lo sguardo costantemente fisso all’Al di là, Essa prega, oggi come ieri, sotto ogni latitudine, per ogni Cesare(4), ancorché infinitamente ostile? Un’adesione alla realtà che ha una sua ragione teologica ineludibile: perché Pilato non avrebbe alcun potere se non gli fosse stato dato dall’Alto (Gv. 19, 11). In tal guisa (ed è tema altro, di un medesimo avveduto realismo), adesione alla terra e coerenza ai principi consentono parallelamente oggi di recuperare – quod est in votis – i rapporti con la «dilettissima»Chiesa patriottica cinese, tale qualificata, e come tale veramente ritenuta (è da crederci) – fidando nella virtù degli imperscrutabili disegni – in diretta filiazione da Roma, magari riservando diplomaticamente, serrati nello stretto seno, alla sfera dell’occulto e comunque del disconoscimento pubblico, in uno al nomen del cardinale in pectore, forse lo stesso del precedente Pastore, antichi dissapori e autentiche e recenti persecuzioni, se non ancora persistenti, tamquam non essent, nella più classica e suggestiva dissimulatio – qualora fosse –dalle antiche e ininterrotte tradizioni (istitutomagistralmente indagato in diritto canonico(5) e che ancora consigliava, certo avvedutamente, alla gerarchia della Chiesa, cautela ma non silenzio, sui patrioti tibetani massacrati, il 15 marzo del 2008, dalla nuova Cina, mentre essa si accreditava, sulla scena internazionale, come potente protagonista, nella consacrazione universale delle Olimpiadi di pace(6)). Ricordate la strategia del ‘ping-pong’ del 1971, che schiuse le porte della muraglia cinese, cauto preludio al reciproco riconoscimento Cina-Usa. Nemmeno un battito di ciglia ed ecco – il 7 maggio 2008 – la «China Philarmonic Orchestra» e le voci dello «Shanghai Opera House Chorus» inaugurare, con la Messa di Requiem di Mozart in onore del Pontefice, nell’Aula Paolo VI in Vaticano, un eloquente sentiero musicale per la possibile strategia del disgelo tra la Chiesa di Roma e la Repubblica Popolare cinese. La Chiesa è attenta e talora anticipa l’attesa dei tempi. Ed è oggi tempo di cose nuove,un tempo dominato dall’economia del profitto e del consumo, un tempo unidimensionale e ubiquitario. In questa singolare temperie, così banalmente profana, in cui il lavoro rischia di «divenire preda solo di logiche di mercato»(7), eppure indiscutibilmente trionfante sulle vinte ideologie proletarie, appena ieri tanto osannate, una nota stonata si è udita: una voce non rivoluzionaria, ma viceversa attenta alla tradizione e alla conservazione dei valori, e perciò fuori moda e fuori tempo, che pretende di suggerire, forse ammonire, insegnamenti coerenti, in virtù di, vere o supposte, Potestà vicarie. Pretende ascolto con il timbro dimesso di un dialetto, per la seconda volta diverso, nella recente storia della Chiesa, questa volta germanico, non privo di durezze, che può essere avvertito, per alcuni che vivano fuori le mura della fede (ma non certo per tutti), come estraneo, ‘intromettente’ e arrogante, ma per chi è credente (e, in qualche modo, per tanti uomini di buona volontà, quanto ai complessi contenuti) (8) non solo legittimo, ma familiare e noto, gioioso e cittadino, in considerazione della comune appartenenza di fede (o di semplice umanità) e di una sovranità condivisa, perché non esistono stranieri nella città di Dio e neppure in quella degli uomini civili, rispettosi delle altrui credenze e dei loro ordinamenti (e, nell’ordo canonicus, la Sede Suprema non la decide né la sempre più labile appartenenza nazionale né il più potente organismo, quale che esso sia – politico o multinazionale – terrestre, ancorché eventualmente sovrano). Per la Chiesa, a nulla valgono le inclinazioni e le decisioni avverse dei Consigli di Amministrazione, che non hanno peso e considerazione. Le strutture laiche hanno significato – ferma la loro autonomia teologicamente contemplata – solo in quanto collaborino o, almeno non siano di pregiudizio, nel conseguimento dei fini. Ciò, specie quando sia comunque in gioco il bonum publicum e la salus animarum.
E’ troppo noto per doverlo io ripetere come, di regola, la gerarchia non entri (non ritenga di poter entrare) in certe soluzioni tecniche nell’astratta gestione del rapporto di lavoro (perché la Chiesa, ovviamente, ha un compito «mediato», quello «immediato» spetta «ai fedeli laici». Così, «se da una parte riconosce di non essere un agente politico», dall’altra «non può esimersi dall’interessarsi del bene dell’intera comunità civile»), ma può e deve, rientrando nella sua normale funzione magisteriale, indicare esigenze primarie (‘indipendenti’ da inclinazioni partigiane) ai cattolici (e a quanti, in tutto o in parte, condividano le medesime esigenze) e alle strutture intermedie di rappresentanza dei relativi interessi, ispirate all’osservanza – peraltro autonoma – delle indicazioni (condivise in interiore) della dottrina sociale della Chiesa. Resta fermo che le indicazioni «di principio» della gerarchia, per quanto pressanti o gravi e vincolanti in coscienza (nei fini perseguiti, autonomi i mezzi) non consentono in alcun modo inammissibili strumentalizzazioni o comodi ‘arruolamenti’ di parte.
Si è levata quindi la voce del Pontefice. Una voce forse scomoda, a volte, e fuori tempo, che osa reclamare non rituali assensi, non ‘cori angelici’ (mai paghi e silenti, subito frettolosamente accorsi, in rituale quanto contraddittoria e dubitabilmente pentita condivisione), bensì semplici coerenze e avvedutezze dovute, da parte di coloro cui sia toccato il compito, in vero oggi assai ingrato, di rivestire i panni del potere civile, che, come tale, è tenuto a promuovere concrete, sicuramente contrastate, fattive assunzioni di autonoma responsabilità; una voce che osa, alla fine, persino ammonire, per il bene comune indivisibile, anche (e, per taluni, soprattutto) laicamente inteso. Tradirei però nei fatti il mio pensiero (e forse la mia poca fede) se non dicessi che naturalmente la distinzione non è, a parer mio (e di molti), tra credenti e non credenti(9), ma tra samaritani buoni, che poi significa oggi, per la realtà trattata, politicamente ed economicamente illuminati(10), e coloro che, chiusi nella logica del mero profitto, finiscono col divenire nemici di se stessi e, in definitiva, di quegli stessi valori produttivi in nome dei quali negano credito (almeno primario) alla certezza del posto di lavoro sicuro, stabile e duraturo e, parallelamente, agli istituti di cautela sociale tenuti a dirimere situazioni eccezionali e non a rimediare ai guasti permanenti di una precarietà diffusa divenuta essa stessa «modello» di sviluppo, autentico «istituto».
Occorre infatti coerenza e speculazione, non solo nel senso di individuare preventivamente le attese del mercato imminente, ma nel senso originario di guardare «oltre» nella gestione delle risorse, anche umane.
Certo, nihil sub sole novi. E’ infatti da sempre la Chiesa, contro ogni relativismo, e da chi chiede: «Che cos’è la verità? » (Gv.18,38), pretende quanto meno coerenza. Ma non è oggi il tempo delle coerenze. E’ tutto un rivoltare furioso di casacche, mentre Cronos divora i figli suoi e i giuramenti certi. E’ sempre tardi (troppo tardi; perché non avervi pensato prima? Tra poco forse sarà già fuor di moda) per improvvise dismissioni di antiche fedi, pur adorate più tenacemente di accreditate divinità, mentre il banchiere dei poveri sbarca a New York(11), e l’onda del riflusso, a lungo repressa e alimentata, invade l’unica polis globale (con effetti perversi nel nostro Sud, perché c’è sempre un peggio al male). Il giullare carnascialesco, forse semplificando troppo, ha appena rappresentato, nell’allegoria di cartapesta (e siamo già all’infida cronaca di questo fine inverno), l’italica Repubblica che cela il medesimo viso con due mascherine solo figurativamente contrapposte, l’una con l’effigie del candidato-biscia, serpente innocuo (ma forse non politicamente), presumibilmente trionfante (e, per qualcuno, mai scelta simbolica fu più indovinata), l’altra di alacri veltri, magari troppo inutilmente occhiuti, forse (chi può dirlo?) alla ricerca spasmodica di un cupio dissolvi (per di più diffuso, ‘per sé e per i suoi’, come si scrive qui al Sud nel marmo funereo dell’“economia delle tombe”) – in un crescendo assordante – di un diverso, improbabile, finale di partita. Per la costruzione del cittadino senza qualità. Nell’ottica dell’omologazione senza fine.
Poco conta che nelle fattezze allegoriche del ‘carro’ taluno intraveda, nel simbolo d’Italia, la fisionomia della statua della libertà, statunitense beninteso, destinata a conformare le periferie dell’Impero(12), anzi dell’Empire, qui come a New Orleans, come nelle restrizioni cubane(13), private di sovranità e di un barlume di umana dignità.
Un mondo uniforme, tradizionalmente estraneo, almeno qui, nella patria dei guelfi e dei ghibellini. Tempora mutantur et nos mutamur in illis. Non è infatti oggi tempo di coerenze. E’ tempo nuovo, tempo di selezioni certe e di incerte sicurezze: è tempo precario.
I segni di un mutamento, avvertito come necessario e forse ineluttabile non erano mancati. I tecnici della programmazione l’avevano già capito e si erano conseguentemente adeguati verso forme di flessibilità largamente imperniate su forme varie di precariato nel rapporto di lavoro(14). Ma, gli intellettuali non hanno – di per loro – una autonoma e propria ideologia, come aveva già spiegato Gramsci. Essi tendono piuttosto a propendere verso l’una o verso l’altra delle forze sociali dominanti. I più cinici, ma non sempre affidabili – si spera – direbbero che la loro bilancia, come quella della Giustizia di Lee Master, dea bendata per nascondere la purulenza dell’occhio marcio, pende verso quel piatto dove piovono le monete d’oro, non dove inclinano le sofferenze dei vinti, che, com’è noto, non hanno peso specifico e (neppure figurativamente) significato («Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati, ritta sui gradini di un tempio marmoreo: Una gran folla le passava dinanzi, alzando al suo volto, il volto implorante. Nella sinistra impugnava una spada. Brandiva questa spada, colpendo ora un bimbo, ora un operaio, ora una donna che tentava di ritrarsi, ora un folle. Nella destra teneva una bilancia; nella bilancia venivano gettate monete d’oro da coloro che schivavano i colpi di spada. Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto: “Non guarda in faccia a nessuno”. Poi un giovane col berretto rosso balza al suo fianco e le strappa la benda. Ed ecco, le ciglia eran tutte corrose sulle palpebre marce; le pupille bruciate da un muco latteo, la follia di un’anima morente era scritta sul volto»(15)).
Altri esperti, intanto, pur evidenziando l’esigenza di avvalersi di un modello partecipativo, che resta valido, «anche se comporta una maggiore difficoltà nel rispetto delle regole economiche»(16), ritengono non più rinviabile la necessità di «un aumento dei livelli occupazionali che deve riguardare in prevalenza contratti a tempo indeterminato, non essendo più accettabile la logica estremista della flessibilità che vale precariato»(17), mentre si spegne, con la vita dei padri e dei nonni, l’unico, vero istituto di previdenza sociale in Italia, quello delle pensioni (le non riformate, beninteso), che sinora hanno assicurato ai giovani (senza crisi subprime)il pagamento dei mutui immobiliari per l’acquisto della prima casa.
Il Pontefice per intervenire non ha rivendicato crediti di natura tecnica, pur essenziali a chi sia chiamato a risolvere politicamente i bisogni della società, né motivazioni meramente economicistiche. Si sa che «la Chiesa, con la sua dottrina sociale, non entra in questioni tecniche e non istituisce né propone sistemi o modelli di organizzazione sociale»(18). Egli non ha parlato di stagnazione, né di stagfazione, né di un suo collegamento con i possibili effetti di un precariato diffuso e istituzionalizzato. Gli è bastata la semplicità del padre, forse del tanto denigrato pater familias (parametro tuttora esemplare di equilibrio giuridico),e l’apparente bonomia di un curato; un padre che vede i figli magari lavorare, ma privi di un lavoro sicuro e di un futuro sicuro; privi di una propria famiglia e della facoltà di mettere al mondo dei figli, perché è difficile, forse impossibile, programmare il domani fondandolo sulla sabbia (Mt. 7, 26-27) della precarietà delle fonti di sostentamento(19). Come prelato egli sa che non è compito suo proporre rimedi tecnici, non siamo all’emergenza estrema della supplenza al potere civile (come nella gestione degli emarginati, nell’accoglienza agli immigrati irregolari, compiti di competenza dello Stato, che uno Stato negligente sembra voler riservare alle strutture della Chiesa), ma avverte come suo dovere il compito di segnalare le ragioni della necessità di un superamento, nelle forme liberamente, autonomamente ritenute dal potere civile, del precariato come «istituto», strumento cardine del rapporto di lavoro. Quando ero al liceo mi venne discutibilmente insegnato da un peraltro ottimo professore di filosofia (a lui solo devo l’amore per la ricerca e l’accanimento nel rigore delle analisi, dei quali vado orgoglioso e pei quali non gli sarò mai sufficientemente grato) che nel Vangelo non sembrava esservi traccia di una visione economica della società (‘lasciate che i morti seppelliscano i morti’, Egli soleva ricordare), vanto viceversa del materialismo storico-dialettico marxista. Poi, ho imparato di potestas directa, di potestas indirecta, di potere direttivo e infine di pluralismo (e ognuno di questi riferimenti, compreso il laico(20), merita profonda considerazione).
Infatti, «per la Chiesa insegnare e diffondere la dottrina sociale appartiene alla sua missione evangelizzatrice e fa parte essenziale del messaggio cristiano»(21): «Non siamo in presenza di un interesse o di un’azione marginale, che si aggiunge alla missione della Chiesa, ma al cuore stesso della sua ministerialità»(22).
Tuttavia, anche l’approccio al «naif», al più «primitivo» (e talora solo apparentemente) accostamento del sacro al profano dell’economia, persino al mero denaro in quanto denaro – non così «primitivo» tuttavia da risultare «indigesto», da far «storcere il naso» più di tanto ai tecnici di professione e suscitare il dispregio sdegnoso degli analisti scientifici (tali dichiaratisi, prima per autoreferenza, poi per celebrazione ideologica, non priva, occorre dire, di una radice di fondatezza) specie marxiani, niente affatto incuranti – merita, tale approccio a tale accostamento, a voler appena veramente guardare, una assai attenta, profonda considerazione, perché rivolto a comprendere una realtà densa di tradizione, di esperienza e significato, testimonianza di un’irriducibile ansia di vigilanza, talora di controllo – quale che esso sia, da parte di qualunque fede – delle regole stesse del gioco economico, di qualificazione delle risorse, delle «ricchezze», mai neutre, della casa. A voler guardare alla «farina del diavolo» non è mai mancato l’osservatorio delle fedi. In realtà, l’appartenenza religiosa – non solo cattolica, ovviamente – ha sempre profondamente influito, talora in espressioni veramente assai originali, sul modo di percepire l’ordine economico (sino a voler condizionare, in qualche caso, su tali presupposti, il modo stesso personale di vivere, da soli o in comunità; il proprio, prescelto, ruolo sociale). Ancor prima di pensare alla Dottrina sociale della Chiesa, sia le diverse Tavole delle Fedi che la multiforme espressione in cui il sentimento religioso ha ritenuto liberamente di ‘inverarsi’ nel vissuto, offrono innumerevoli spunti di riflessione. In tal guisa, se è agevole rinvenire la radice teologica della laicità cristiana nel «tributo a Cesare» (Mt. 17, 24 ss.; 22, 17 ss.; Mc. 12, 14 ss.; Lc. 20, 21 ss.; 23,2), nella moneta di Cesare, altri vorrà scorgere l’importanza egalitaria, in senso sostanziale e modernissimo, della progressività dei tributi nell’«obolo della vedova» (Mc.12, 42 ss.; Lc. 21, 2 ss.). Magari, se è un buon costituzionalista, egli rammenterà, probabilmente, non solo quanto disposto sin dal 1948 nell’ordinamento giuridico italiano in materia di spese pubbliche e sistema tributario (art. 53, I e II comma, della Costituzione) (23), ma anche l’armonica prevalenza nella necessaria distorsione della valutazione giuridica, per la reductio ad eguaglianza sostanziale, in considerazione alla disparità delle fonti di sostentamento, che è poi conseguenza, oggi, nel civile, di quell’art. 3 della Costituzione (da cui deriva appunto anche il principio di progressività delle imposte), che, mutuato in parte dalle costituzioni socialiste, nel superamento dell’eguaglianza borghese, solo formale, propria della Rivoluzione francese, è indiscusso e originale vanto della Repubblica italiana, modello per ogni altra e diversa costituzione successiva(24). Altri ancora rinverrà, pure nell’episodio della «tributo a Cesare» (limitatamente a Mt. 17, 24 ss.), in funzione di «tassa per il tempio», l’assonanza per la pretesa esenzione dalle imposte (dai discussi confini) dei beni utili alle finalità del culto. Nessuno viceversa, solitamente, ricorderà il riferimento negletto alla medicina, tutta gratuita, dei medici «anargiri»(25). Per il diritto religioso comparato poi non c’è che l’imbarazzo della scelta. Si può guardare al «cibo»(26), perfino in relazione al «tipo» e ai «prezzi», ma soprattutto al «rito», specie «sacrificale» o, per un confronto millenario, tra le tre religioni monoteiste, al diverso e meticoloso modo di intendere il frutto della moneta e soprattutto l’«usura», con riflessi importanti persino nell’arte (si pensi un attimo a Shakespeare e al suo Mercante di Venezia), ma, ovviamente, ancor più, nell’economia, con l’ansia diffusa delle città portuali (e non solo) di intercettare il «sentore dei petrodollari», della «finanza islamica». La «comunione» dei «focolarini»(27), la loro assoluta tolleranza, il singolare «ritorno al futuro» delle origini del cristianesimo paiono assai più di un semplice dettaglio, tra mille, nei modi di inverarsi dell’economia della «provvidenza». Dal vertice del cattolicesimo al fecondo fervore delle peculiari iniziative delle comunità anche di base, perché «il vento soffia dove» [e come] «vuole»(28), v’è una sinergia coerente verso un modo diverso di concepire il lavoro, l’economia, la finanza(29). Benedetto XVI si muove nel solco della continuità, tracciata dalla Rerum novarum di Leone XIII sino al suo predecessore, Giovanni Paolo II, che ai temi sociali ha dedicato ben tre delle sue quattordici encicliche. Il mondo del lavoro, con la Laborem Exercens, la solidarietà (politica e umana) per gli stradi più deboli della popolazione umana, con la Sollecitudo Rei Socialis, la promozione umana e del lavoro e la sua dignità, con la Centesimus Annus, furono infatti al centro della sua riflessione e del suo insegnamento.
Più in generale, non v’è gruppo religioso o istituzione che non abbia elaborato una propria regola, spesso anche con prescrizioni di tipo ‘economico’, per così dire, in relazione alla libera, peculiare forma di vivere la fede (si pensi – del tutto a caso, per i credenti in Cristo – al voto di povertà e, di riflesso, per le nostre discipline, all’eleganza raffinata della teoria ecclesiasticistica negoziale; ai ‘preti-operai’; all’Opus Dei; alle differenziate regole monastiche e a quanto altro connesso e non enumerabile a riguardo). Già «nella definizione della smania di guadagno quale “turpitudo”, data da San Tommaso, colla quale si giustificava al tempo stesso il guadagno indispensabile e quindi eticamente lecito) c’era un alto grado di spirito conciliante della dottrina cattolica di fronte alle opinioni radicalmente anticrematistiche di circoli ecclesiastici assai estesi, rispetto agli interessi della potenza finanziaria delle città italiane, così strettamente legata colla Chiesa cattolica»(30). Si pensi allora alla necessità dell’esistenza (discreta, ma non per questo meno potente) di un «Istituto [per le] Opere di Religione».
Max Weber ha fondato una disciplina con L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, mostrando quanto l’essenza del capitalismo sia riconducibile all’influenza etica calvinista.
Il danaro sarà pure «farina del diavolo», ma il crivello o il giudizio sono stati sovente, ieri come ancor oggi, venati di (sempre legittime, di regola, anche quando eterodosse) intromissioni sacrali.
Per l’Istituzione, in quanto tale, per l’ordo canonicus,il discorso è qualitativamente diverso e sempre più chiaro, nel riferimento alla Dottrina, dismessa da tempo ogni confusione teorica sui rispettivi «confini», tra Stato e Chiesa. Cristo «s’impolvera per le strade del mondo»(31) e l’«iconografia cristiana rappresenta i santi con gli occhi aperti»(32). Il Pontefice nella sua visita a Napoli dell’ottobre del 2007 ha parlato «con gli occhi aperti» contro il precariato, denunciandolo nei suoi esiti e ribadendo quanto già aveva espresso nel suo messaggio al Presidente della C.E.I. in occasione del centenario della prima Settimana Sociale dei cattolici italiani: «Quando la precarietà del lavoro non permette ai giovani di costruire una loro famiglia, lo sviluppo della società risulta seriamente compromesso». A sua volta il Presidente della C.E.I. aveva parlato della necessità di un «lavoro stabile, sicuro e dignitoso». Nel suo Intervento non v’è nulla di rivoluzionario, essendo immediatamente riferibile ai contenuti stessi del Corpus della Dottrina Sociale della Chiesa(33) e dell’enciclica del suo predecessore, Sollicitudo Rei Socialis. Tuttavia, forse perché espresso nella città di Napoli, in cui il lavoro, senza qualificazioni restrittive, in genere difetta (come già lamentava Troisi, con amara ironia, c’è quello interinale, socialmente utile, flessibile, precario, non il lavoro e basta) il monito pontificio ha avuto maggiore e più incisiva risonanza(34). Tuttavia, il problema della mancanza di lavoro e della sua non certezza, intesa anche come stabilità, è centrale sotto tutte le latitudini. Keynes ha insegnato agli economisti (io parlo da profano, con imperdonabile approssimazione) che basta paradossalmente scavare e riempire reiteratamente una buca per promuovere un ciclo virtuoso. Forse la cosa è un po’ più complessa, forse no; ma, in ogni caso, ognuno capisce che senza una certezza economica non si costruisce il futuro di una società. Contro «il fascino irresistibile dei pasti gratis» (Ben Stein) e di una produzione che si autoalimenta, nutrendosi d’aria, come il famoso quadrupede partenopeo, che si arrese proprio quando s’era abituato a non mangiare, bisogna forse ricordarsi che non solo nella Fattoria dell’Universo, ma anche nelle più vicine contrade di New York, «non esiste trattoria in cui si mangia gratis»(John D. Barrow) (35). Essenziali comunque gli addetti ai lavori e (se necessario, anche contro l’economia creativa, contro la ancor più sofisticata finanza nuova e pur essa creativa e gli evidenti suoi illusionismi, a lungo forse – ci dicono solo oggi tardivamente gli esperti, a cose fatte, a buoi fuggiti (36) – promossi e tollerati con compiacenza dagli organi centrali e transnazionali di controllo) l’osservanza senza eccezioni – pur anche nell’interesse bruto, ma essenziale, della produzione, fosse pure meramente egoistico – di un non trascurabile dettaglio: «L’operaio ha diritto alla sua mercede» (Mt. 10, 10). Si tratta infatti di un principio più che di un dettaglio, comunque pur esso essenziale, per la salvezza del comune alveare; che è (dovrebbe assurgere a) principio e limite supremo per i gestori della cosa pubblica e i diretti promotori della produzione. Ricordate a Wall Street i rialzi di borsa ogni volta che le statistiche annunciavano un aumento del livello di disoccupazione? Poi, a un certo punto, lo sconcerto. Tutti in riga a voler intonare la messa funebre alla finanza creativa (37). In realtà, come nota Galbraith nel quindicesimo capitolo della sua società opulenta, dal titolo, di questi tempi, particolarmente significativo (L’illusione monetaria):«Non esiste nessuna magia nel sistema monetario, per quanto brillantemente o sapientemente amministrato, che possa riconciliare la stabilità dei prezzi con gli imperativi della produzione e dell’occupazione, così come questi sono visti nella società opulenta»(38). Quegli stessi finanzieri, che quei rialzi di borsa avevano promosso, di cui avevano indiscutibilmente beneficiato, hanno cominciato a lamentarsi, nel gergo loro, proprio come il famoso monsignore (cambia solo il nome, più nobile, del quadrupede), che, pur in presenza di acqua, insomma di risorse, il cavallo non beveva (ma guarda!). Il fatto, forse, è che se, nel mondo dell’automazione(39) e della cibernetica, le macchine costruiscono le macchine(40), non è ancora concesso che le lavastoviglie, di per loro, possano acquistare il surplus di frigoriferi, che giacciono invenduti, per carenza di risorse in capo ai potenziali acquirenti. Del resto, gli effetti benefici del precariato, della tanto auspicata e infine conseguita ‘flessibilità’, così mirabilmente descritta dagli economisti, ‘supportati’ da una buona parte degli studiosi convertiti di diritto del lavoro, sono oggi in Italia sotto gli occhi di tutti.
Gli economisti ci spiegheranno meglio, certo con maggior competenza, le ragioni di una crisi del lavoro e della sua sicurezza sociale pressoché planetaria, che corrode e distrugge la ricchezza e la sicurezza stessa delle imprese. Ci indicheranno le possibili cure, se ve ne siano(41). Per ora, immemori di ancor freschi e perentori insegnamenti, essi e i loro corifei si affannano a invocare canoni inversi(42) e la promozione di un deficit spending (forse transitorio, certo strumentale) di difficile coerenza, da compensare «con alienazioni di patrimonio da destinare interamente ad un abbassamento del debito pubblico»(43). D’altra parte, la politica tradizionale della Fed di esportare inflazione, è sotto gli occhi di tutti da decenni(44). Solo che la crisi, di fonte tutta interna (o, all’inizio, prevalentemente interna), innescata dalle insolvenze pei mutui subprime, pur essi peraltro esportati in tutto il mondo, produce ora, con l’euro fortissimo, note, specie in Italia, di grave depressione. Una politica di maggior attenzione contro la spregiudicata politica monetaria statunitense sembra pertanto indifferibile, ma tutta da precisare, per il pericolo di danni all’economia globale, dalle conseguenze non facilmente prevedibili, che una politica similare europea potrebbe innescare (e, per quel che riguarda la provincia italiana non risolubile certo con la sovrastima, tutto sommato, di un semplice dettaglio interno, quello delle dismissioni – sinora spesso perfino non oculate – del patrimonio pubblico).
Non è certo questa la sede per dubbi estemporanei da parte di un non tecnico sull’opportunità di un’ulteriore impoverimento del patrimonio dello Stato, ma forse è il caso di rammentarsi che detto patrimonio è bene di tutti e non di proprietà esclusiva degli ineffabili profeti di un bilancio sanato, a spese altrui e comunque pubbliche, dopo i guasti operati dalle dismissioni delle Partecipazioni statali. Queste ultime, a seguito di operazioni (forse forcaiole e giustizialiste, forse no), dalla matrice comunque tuttora fittamente oscura, ma dalle trasparenti finalità economiche e politiche – eversive o no – chiare a tutti sin dall’origine.
Per cominciare a capire, solo gli ingenui, se ve ne siano veramente o se preferiscano soltanto fingersi tali, potrebbero guardare al semplicismo squallido, alla mera rozzezza, dei protagonisti apparenti. Le braghe esibite di un ministro, le sue improbabili ‘giacchette’ (secondo un eloquio confligente(45) col lessico, che ben corrisponde, quasi in simbolica coerenza, a un modo improprio di intendere il diritto, approssimativo e strumentale), servono talvolta a celebrare (i “tarallucci e i vini”, di fine commedia, di fine tragedia?) un’intollerabile conciliazione fintamente avvenuta (tanto più essendo la corruzione economico-politica in Italia tutt’altro che sopita); più spesso, di esse ci si serve per svalutare e, ancor più, per insabbiare, celare, intollerabilmente nascondere, invece di chiarire. Par certo viceversa che mentre la storia rivaluterà la grandezza politica degli statisti vittime di quella stagione sciagurata (probabilmente segnalando il nanismo degli strumentalizzati esecutori e, ancor più, dei non illuminati strateghi; come par di capire, stando agli esiti attuali e ai nascimenti di una Seconda e forse di una Terza Repubblica(46), fondata su un sistema d’elezione del Parlamento, astrattamente non privo, a voler proprio approfondire, di una qualche perplessità sulla coerenza costituzionale(47) assoluta) gli effetti di quella politica repressiva condussero non alla rinascenza o almeno a un ragionevole sviluppo dell’economia, ma ad un ulteriore impoverimento delle risorse dello Stato (si pensi all’Eni) in favore dei grandi gruppi imprenditoriali oligopolisti.
Occorre guardare, specie al Sud, alle dismissioni, meticolosamente annotate da Ragozzino negli Studi, che qui si onorano, per individuare gli interessi occulti e occhiuti. Il trionfo del diritto talora, come nel caso, coincide col sonno del diritto stesso, con la sua sospensione, e il ‘tintinnio di manette’, col disconoscimento tragico dell’osservanza costituzionale. Naturalmente, occorre comprendere, perché non è possibile che con poche parole estemporanee, in sede impropria, ci si possa illudere di valutare e men che mai giudicare un fenomeno multiforme e complesso come quello correntemente denominato (potere dei media) «Mani pulite». Ciascun aspetto di quella tragica storia, che è alla base degli attuali assetti istituzionali e delle ingiustizie accortamente perseguite, sembra in sé legittimo e coerente, mentre l’insieme si presenta contraddittorio e privo di legittimazione, comunque sterile rispetto alle attese purificatrici della società. Era pur vero che al tempo della Prima Repubblica – che comunque aveva avuto il merito (e non è poco) di riscattare il Paese dalle miserie della guerra, promuovendo oltre ogni speranza lo sviluppo (disomogeneo) dell’industria, la proprietà della casa, la tutela dei lavoratori (dotati di un proprio Statuto), la diffusione delle pensioni, comprese quelle sociali, il contributo rigeneratore della Giustizia costituzionale, la decisa indipendenza (valore insostituibile) della Magistratura e dei suoi organi di autogoverno (C.S.M.) – la corruzione aveva raggiunto livelli inimmaginabili, che la rendevano vulnerabile a ogni esercizio dell’azione penale dello Stato, di per sé cogente(48). Tuttavia, l’uso strumentale e discriminante di alcune figure di reato (si pensi all’abuso d’ufficio(49)); l’arresto preventivo, eretto a strumento di indagine e di delazione, contro il principio costituzionale di eguaglianza e di presunzione di innocenza; la sanzione illegittima delle gogne mediatiche, promosse, neppure occultamente, a irreversibile pena; i suicidi di sicuri e preziosi servitori dello Stato (ed è appena il caso di osservare, contro le ineffabili considerazioni dei carnefici, che non sempre il suicidio – come del resto l’esilio – sono prova o sintomo di colpevolezza. E’ talora – come in Francia – espressione di suprema protesta, ancorché ovviamente non condivisibile, contro un sopruso avvertito come intollerabile e ingiusto); le violazioni delle immunità parlamentari, del Primato del Parlamento, sub specie interpretationis; l’esilio indotto, per ragioni politiche, di protagonisti fondamentali della vita repubblicana, appena trascorsa (esilio vilmente sbeffeggiato, non con onore, dal potente di turno, già convenientemente ossequioso), coincidente certo con una formale latitanza, di contro all’assoluzione pressoché universale degli incriminati, sia pure con l’ausilio – ma non sempre – dell’istituto della prescrizione (non solo mors, ma talora anche il tempus, omnia solvit); gettano lugubri ombre spettrali su una stagione repressiva e brutale, di autentica regressione – a parer nostro – della civiltà del diritto.
Intanto, nella società nuova , nella Repubblica nuova, «i cambi di proprietà e di sigle sono algebra nei consigli di amministrazione, mentre sono il pane quotidiano per gli avvocati d’affari e i consulenti. Sono anche il lavoro, la qualità della vita per lavoratori, migliaia di lavoratori, comprati, venduti e cancellati insieme alle rispettive sigle»(50). Un’«ondata razzista e forcaiola attraversa l’Italia» (Rodotà) e di continuo si alimenta dallo sfondo di un’auspicata semplificazione politica e, ancor più dall’insicurezza economica(51), mentre c’è chi sembra rimpiangere l’inesistenza di una «sinistra religiosa»(52).
La verità è che ancora oggi, come già ieri, nella Francia dei Lumi e di John Law e poi ancora nel ’29, nella società statunitense e poi in quella contrapposta comunista, gli economisti sembrano stentare a comprendere la gravità della crisi, che si avvia alla soluzione (per noi, alla comprensione dei problemi) solo prendendo atto dell’assenza di lavoro, in sé, connesso alla produzione di beni (per i servizi, artificialmente o anche utilmente espandibili, è altro discorso). Nel 1962 l’economista e uomo politico polacco Lange si compiaceva del fatto che «la produttività del lavoro viene determinata dal processo di produzione altamente meccanizzato e automatizzato e cessa progressivamente di dipendere da fattori come la paga individuale dell’operaio»(53), senza avvertire la parallela obsolescenza progressiva della figura dell’operaio, simbolico protagonista proletario del comunismo. Ancor prima, nel 1954, negli Stati Uniti, «si era giustamente fieri dell’aumento della produzione americana e del tenore di vita della popolazione nel suo complesso, sia rispetto al suo reddito sia rispetto all’enorme riduzione del tempo di lavoro. Le notizie […] su una tendenza accelerata alla produzione interamente automatica, non vengono considerate come segnale d’allarme. […] Se le cifre [ivi riportate] fossero state l’indice della capacità di assorbimento del mercato del lavoro di un’economia normale, essenzialmente orientata verso la produzione pacifica, un’interpretazione ottimistica sarebbe stata senz’altro giustificata. Ma l’economia americana dell’anno 1954 aveva, in larga misura, il carattere di un’economia “militare”» (54). Oggi, nonostante i venti di guerra iracheni e l’esplosione della produzione bellica, l’economia statunitense ristagna e regredisce e non è dato sapere fino in fondo se la crisi dei mutui sub primari sia la sola causa della recessione, di cui porta tutta intera (e dubitabilmente, a parer nostro) la colpa.
Tuttavia, se è possibile, da parte di chi non sia dell’ars oeconomica, una previsione, non siamo ancora a un vero ‘finale di partita’ (o, meglio, lo siamo, nel senso qui precisato, alla Jonesco, di un sostanziale persistente ‘stallo’ senza svolta né fine) (55): per i fondali della rappresentazione sociale (quelli veramente grandi) non siamo ancora, a parer nostro, a mutazioni veramente epocali. Ancora una volta è il vento del nord a soffiare, dalla lontana America, sul fuoco della crisi(56). Pure, è una crisi «avvisata» e lungamente preconizzata(57). Tutti gli economisti insistono sulla semplicità del meccanismo di crisi e sulla perdita della memoria e del senso dell’«avvertenza», per così dire (dai disastri passati ai rischi attuali). Mancano vent’anni al centenario della crisi economica del ’29 – così tanto in questi giorni evocata (58)– e i rumors degli economisti ancora una volta non preannunciano nulla di buono, ma non è questa (non sembra essere) la crisi che ci seppellirà. Naturalmente, a chi legittimamente ci chiedesse la legittimazione (il diritto) di formulare ipotesi così fuori dalla circoscrizione, più o meno ufficiale e certo formalmente competente, degli economisti per professione, potremmo timidamente ricordare, distinguendo, che (al di là di previsioni da Cassandre, ma – beninteso – giuste, motivate e ricorrenti, sull’interessata insipienza dei ‘finanzieri’ ad avvertire i segni incipienti delle crisi e, talora, delle lisi – previsioni che si rincorrono puntuali dal crollo del ’29 –, comunque costantemente o permanenti e quindi meno credibili o successive all’esplosione delle stesse) scrutare il futuro è, per presupposizione, incerto per tutti, compresi i ‘tecnici’, anche se le indicazioni degli analisti economici si vorrebbero scolpite nella garanzia della roccia, rispetto ad altre inaffidabilità, magari non disinteressate, come quelle degli analisti di borsa (pari, talora, alle previsioni dei tifosi al bar dello sport o alle convincenti prove di quel ricercatore zoologo di un’importante Accademia partenopea, che dimostrava costantemente la prevedibilità dell’evento sismico, dai segni premonitori perfettamente avvertiti dai suoi animali; segni, tuttavia, descritti sul quotidiano cittadino solo all’indomani del terremoto). Non siamo, a parer nostro, ad una crisi di segno epocale, per due valvole di sfogo (ripugnante parlare di valvole ‘di salvezza’, per la prima delle due) della sovra-produzione: per i venti di guerra (ed è la prima), alimentati (ma guarda!) dal desiderio di «esportare la democrazia» e per l’emergere impetuoso della ricchezza asiatica(59), che è la seconda (per cui ai ribassi di borsa, seguono gli acquisti delle azioni di Wall Street da parte dei mercanti ‘nuovi’). Solo in caso di effettiva saturazione della domanda (e delle risorse non solo energetiche, ma anche naturali, non rinnovabili adeguatamente ai consumi) potrebbe sorgere una crisi dagli esiti non immaginabili. Forse le cose non sono così semplici, ma è detto, solo per intenderci, sulla relatività di una crisi, pur grave e significativa(60). Insomma, la crisi c’è, ma non stiamo ballando sul Titanic (come comunità intera). La Terra, certo sempre più pensosa, procede verso l’abisso senza ritorno (economico ed eco insostenibile) (61) ma non s’è affatto ridotta, almeno per ora, all’Isola di Pasqua (verso cui peraltro i veramente Grandi – sostanzialmente sordi a ogni richiamo - la sospingono per la progressiva depauperazione delle risorse e delle riserve). Non siamo ancora – riteniamo – all’autentica entropia, se è ancora possibile a Giorgio Ruffolo affermare, in un bel saggio, che «il capitalismo» (con i suoi limiti e con le sue sfrontatezze) «ha i secoli contati»(62).
Intanto, nelle nostre contrade periferiche, bisognerebbe soprattutto riflettere sulla peculiare natura della nostra società, in larga parte certamente omogenea a quella del resto del mondo, ma con sue singolarità, specie al Sud, dove sembra talora esservi opulenza senza equipollente lavoro; un sud che sulle inadempienze di servizi istituzionali ha creato una autentica, sofisticatissima, industria permanente del malaffare (con intelligenza dedicata). Tuttavia, sarebbe grave illudersi. Denunciato il male, non significa aver trovato il difficile rimedio(63). Il monito pontificio, responsabilmente fondato sulla distinzione tra magistero ecclesiastico e autonomia del secolare, che fa appello alle istanze pluraliste della società, in primis cattoliche, non è e non può essere – di per sé – una soluzione. La lotta contro il precariato e per un ritorno tecnicamente accorto e responsabile alla stabilità diffusa del posto di lavoro richiede tempi non brevi e ingenti sinergie tra le forze, laiche(64) e cattoliche, politiche, istituzionali, dell’industria come del sindacato e il supporto e l’attenzione critica costante delle classi e delle forze culturali, comprese quelle accademiche, non seconde ad altre, per le loro diversificate e specialistiche eccellenze(65). Pure, anche su quest’ultimo punto, è da intendersi. Siamo infatti all’interno di un discorso che nasce come riflessione ‘tecnica’ su un monito posto da un’Autorità religiosa. Invocare l’aiuto alla risoluzione di un problema sociale, avvertito come così grave da aver richiamato l’attenzione della Chiesa, da parte delle forze culturali in genere e degli specialisti della ricerca universitaria, nel caso, comporta una serie di valutazioni e di scelte (non neutre) su presupposti essenziali. Ne menziono alcuni: A che titolo interviene, per esempio, uno studioso di diritto ecclesiastico su un argomento – spiccatamente tecnico e variamente configurabile – come quello relativo alla gestione del rapporto di lavoro? (nella sola Napoli o in Italia o nel Sud del mondo? O, persino e comunque, nelle contrade emarginate della terra?). Ha senso (ha legittimità) dichiararsi cattolico per un giurista? (66) Si può correttamente pretendere extra moenia coerenza e disciplina dommatica agli specialisti di discipline altre? Con quale autorità, con quale pertinenza? Con quale impertinenza, sicuramente non tecnica o meno tecnica? Si sa, lo abbiamo appena detto che gli intellettuali sono teste d’uovo e che, nel gioco delle parti, i ruoli possono invertirsi. Senza incomodare l’eterno Quis custodet custodes?, già nella Fattoria, i difensori della comunità ne divenivano i primi eversori. La libertà scientifica, essenziale, e una spiccata vocazione tecnica, assolutamente legittima, poi, possono condurre, da un canto, a un ripensamento della propria funzione, della suità della propria scienza, dall’altro a un isolamento splendido nella propria scienza, con ricadute nell’ordinamento di non poco momento. Faccio un esempio. Vi sono delle norme processuali sicuramente a favore dei potenti e, come tali, probabilmente, dovrei dire, spiccatamente, forse elettivamente (insomma, intenzionalmente) incostituzionali. Non per motivazioni religiose, ma certamente di con-scienza, pur quella laica, alcune disposizioni andrebbero censurate come illegittime per l’ordinamento. A parer nostro, non ci si può lasciar sedurre dalla deriva storica della casistica (perché la soluzione – anche sociale – non condivisa merita di essere astrattamente conosciuta, senza legami effettivi con un possibile esempio concreto, che, se fosse dimostrato erroneamente proposto, finirebbe col poter conferire plausibilità alla peggiore delle soluzioni e magari crediti di legittimità apparente alle disposizioni meno condivisibili). Si supponga allora che esista – e pare che esista(67) – una norma sicuramente a favore dell’usuraio (potenziale o occulto, in sede monitoria) o comunque della parte ‘forte’ del vincolo contrattuale, per cui il prestito si eroga in un paesino, ma il decreto ingiuntivo per (supposto o reale) insufficiente pagamento venga ‘incardinato’ presso la sede di una società posta a migliaia di chilometri di distanza, talché la relativa opposizione tecnica (giuridica), magari per piccole somme, divenga praticamente impossibile per il debitore, per la gravità dei costi legali connessi alla mera distanza fisica del foro legale(68). Si supponga che anche il processo del lavoro contempli norme che, per la legittima pluralità dei fori alternativi, favoriscano gravemente – di fatto (contro il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione e quasi a suo dispetto) (69) – la sola parte ‘datoriale’ del rapporto, in possibile danno della parte debole. Il richiamo del Magistero per una giustizia che non ignori la tutela dei più deboli quale eco si supponga possa (astrattamente debba) avere nella coscienza del Legislatore e in quella degli amministratori ed esecutori della cosa pubblica? Che significa essere ‘giuristi-cattolici’ nella valutazione del caso singolo, quando la giustizia pretende di essere amministrata senza intenzionali distorsioni nell’assoluta eguaglianza per tutti e il Magistrato stesso deve ritenere se stesso virtualmente mera vox legis, sacrificando intenzionalmente ogni personale inclinazione o parzialità? Se poi la soluzione a ogni interrogativo di natura sociale non può non essere tecnica, cosa si pensa che ci si possa chiedere ai tecnici? A tutti o solo a quelli magari più sensibili, religiosamente o ideologicamente ‘vocati’? Difficile, naturalmente, forse impossibile rispondere (e non è solo questione di tema e di circoscrizione di contesto). Con riferimento al Popolo di Dio e alla coscienza di ciascun credente la Gerarchia prova a indicare coordinate essenziali (70). Di regola, nel rispetto delle impostazioni di principio, le risposte non possono che essere attinte (in quanto riflesse nella coscienza individuale) dagli schemi sicuri di una tradizione di dottrina che sul punto è chiara (ed ha il conforto di una consolidata esperienza). Non solo la Chiesa, ma anche le sue espressioni più eminenti non possono confrontarsi sul piano della soluzione tecnica (salvo ragioni estreme di supplenza o di legittima richiesta del potere civile, eventualmente condivisa dall’autorità religiosa). Accanto alla denuncia dei problemi, alle dichiarazioni di principio, magari agli appelli (e – in casi rari e sicuri – alle astratte costituzioni in mora), le singole risoluzioni vengono affidate alla pluralità delle istanze sociali e alla coscienza dei singoli (credenti e non credenti). Saranno tutti i destinatari responsabili – sul piano tecnico e del ruolo sociale rivestito – di ogni singola delibazione in ordine alle possibili soluzioni. Salvo cogenti obiezioni di coscienza, il credente non può, nell’operare, alterare il ruolo sociale ricoperto, astrattamente definito come prescindente da ogni opzione di carattere soggettivo. In quel ruolo, non ricusabile né eludibile (da rivestire in buona fede) si può tuttavia pretendere (solo consapevoli che, nella riaffermata autonomia della scienza giuridica, cui non sono estranei “I diritti di vita della «zizzania»(71), “il vivere giuridico supera ogni esclusione e discriminazione, realizzando una rete di relazioni paritarie e pacifiche” (72)), da sé e da tutti, attenzione e coerenze e, magari, avvertire, contro l’apparenza, la violazione sostanziale all’osservanza della funzione rivestita. Nel mondo delle professioni, nelle eccellenze accademiche, si assiste di continuo all’elevazione di steccati, quasi il sapere fosse circoscritto (quasi un ossimoro) nel recinto di mille impenetrabili broletti. Ciascuno si ritaglia un ruolo, ritenuto insindacabile. Si dimentica per esempio che ogni norma, regolatrice di concrete (seppure astratte) fattispecie o di iter processuali, deve essere dogmaticamente, ossia anche costituzionalmente, orientata (altrimenti è certo norma formale, ma anche espressione viziata di un potere censurabile nella sua stessa specifica esistenza giuridica particolare). Oggi, nella revisione dei ruoli, sono i fatti l’unico parametro plausibile di riferimento (e non a caso sono in tanti a reputare legittimamente – basta saperlo – il diritto del lavoro, in senso oggettivo, come diritto del datore di lavoro, sempre in senso oggettivo). Mai come ora vigilanza e diffidenza, sulle qualificazioni ufficiali, appaiono accortezze dovute. Nel mimetismo ricercato, dai frutti sarà riconosciuto l’albero e l’appartenenza degli interessi tutelati.
Nella memoria preziosa della collaudata tradizione, s’ha da avvertire e giudicare, nella distinzione, la vetustas dall’innovatio, per quanto necessaria. Tuttavia, i problemi non sono affatto solo di dettaglio, pure importanti in questa materia (tutti, anche quelli apparentemente marginali). Neppure, il precariato come tale, benché meritevole di rimedi urgenti, appare tema risolutivo. Il vero problema è di ripensare il lavoro: riflettere sul lavoro in sé,come proiezione insopprimibile della persona umana (e quindi come vero diritto e dovere, spettante a ognuno, uomo o donna, giovane o vecchio, abile o disabile, pre-giudicato o incensurato che sia, pensionato [si pensi ai tragici suicidi dei pensionati] o disoccupato [e a quelli dei disoccupati], nei limiti delle sue materiali possibilità e delle proprie peculiari e legittime inclinazioni). E se infinite sono le proiezioni dell’uomo, pressoché infinite sono le opportune, corrispondenti qualificazioni e le peculiarità necessarie per la risoluzione dei problemi di ciascuno status lavorativo(compreso quello ‘volontario’ non meno significante talora di quello ricercato per mero sostentamento, ai fini della valorizzazione della persona umana). Non a caso, la grande Carta, la Costituzione, dopo aver affermato che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro», sul quale essa stessa è fondata (Cost. art. 1), e aggiunto «e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» (Cost. art. 4, comma primo), aggiunge: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (Cost. art. 4, comma secondo). C’è allora veramente molto da studiare! E non è neppure detto che certe tutele (previste, ma tutt’altro che assicurate, in favore dei cittadini) non si debbano estendere a chi cittadino non sia, secondo gli ottimi approfondimenti della dottrina costituzionalistica, alla luce dell’art. 2 della Costituzione.
Pure, non di qualunque lavoro c’è bisogno, ma di un lavoro «degno», dell’uomo, naturalmente. Ora, se c’è una parola, che ricorre con frequenza nella dottrina (non solo) sociale della Chiesa, è la parola «dignità»(73); se si cerca un aggettivo è «dignitoso», entrambi costantemente associati al termine ‘lavoro’(74), nella riflessione della relativa dinamica. Anche nella vita reale, spesso i termini lavoro e dignità sono contestuali e riportati in vicende talora drammatiche («Mi ammazzo perché insieme al lavoro ho perso la dignità»(75).) La medesima ‘precarietà’(76) veniva, a livello di media, ritenuta la causa determinante del parallelo suicidio di un giovane avvocato nel Palazzo di Giustizia, «figlio della precarietà» pur lui(77). Sistematico il pensiero riflesso alla famiglia, come assenza di tutela(78) e come assenza tout-court (come nel caso dell’avvocato suicida, di cui s’è appena detto, che non s’era mai sposato, forse anche perché aveva «problemi economici», com’egli stesso confessa nell’ultimo saluto), famiglia intesa come denegata attuazione della (diffusa e comune) naturale vocazione umana ad averla. Non è superfluo notare come, in verità, il professionista napoletano suicida all’alba o in piena notte, dopo l’ultima luna, nel Palazzo di Giustizia, nella realtà, non fosse affatto giovane, come asserito unanimemente dalla stampa, avendo quarantadue anni, ma la precarietà altera i tempi della vita e fa considerare giovani, magari ‘bamboccioni’ (secondo l’ormai tristemente classica e non commendevole definizione di un Ministro della Repubblica(79), che è simbolicamente misura dell’incapacità dei politici, anche quando investiti di compiti di governo, a comprendere la gravità dei problemi, che essi sarebbero tenuti – per debito d’ufficio – per di più pubblico, anzi costituzionale – quanto meno a tentare di risolvere; ed è appena il caso di ricordare che i Ministri, ciascuno di essi, nell’assumere le proprie funzioni, a quella Costituzione hanno giurato fedeltà), uomini fatti e professionisti dichiarati, in realtà sempre più marginalizzati da una lotta per la sopravvivenza professionale indotta (fuor dalle regole, fuor dalle tutele, fuor dalle garanzie indefettibili pei destinatari del ‘servizio’ professionale) da una visione – come di caimani – della libera concorrenza del mercato (pur quando considerabile – in linea di massima e astrattamente – cosa ottima) e dal sempre più prevalente disinteresse dello Stato per il destino comune dei consociati(80).
In Gran Bretagna, c’era una norma (cessata nel 1961), espressione di grande civiltà, per la quale persino il tentato suicidio era penalmente sanzionato. L’essere umano è una singolarità preziosa, irripetibile: «Un vecchio che muore è come una biblioteca che brucia», si dice in Mali(81). Ma la morte di un giovane non è meno grave, per tutti. La dimensione sociale dell’uomo ((82)il prometeico ‘animale sociale’) non può essere ristretta alla disponibilità del privato (non sei solo tuo, ma fai parte, con noi, di ciascuno di noi) per cui è qualitativamente, simbolicamente, giusta – o comunque spiegata – la sanzione penale – ove prevista – per il tentato suicidio. In ogni caso, il disvalore del suicidio da parte di ciascun ordinamento giuridico è estremamente diffuso(83).
Non è certo possibile trattare, in questo limitato contesto, della dignità del lavoro alla luce della dottrina sociale della Chiesa, lavoro che non è «solo un mezzo di sostentamento, ma il luogo che determina la centralità della persona» (Bagnasco) (84). E’ tuttavia possibile intravedere i temi di un diverso impegno e forse anche contribuire a svelare le false conseguenze di impostazioni logiche viziate che si pretenderebbero coerenti. Alla Gerarchia compete certo una funzione di indirizzo (sui fini da perseguire) e di vigilanza, mentre a ciascuno (credente e non credente) spetta, specie in funzione del ruolo rivestito (senza la creazione di riserve o steccati), trovare e operare per le soluzioni tecniche. Certo, «il livello del benessere continua a crescere, ma aumenta minacciosamente il numero dei nuovi poveri e si allarga, per varie ragioni, il divario fra Paesi meno sviluppati e Paesi ricchi»(85). Nel villaggio globale i problemi dei lavoratori (come disoccupazione, precarietà, perdita del potere di acquisto del salario) delle civiltà industriali avanzate (e forse sarebbe il caso di aggiungere ‘e post-industriali’, in relazione alla rivoluzione cibernetica) e – sotto altri, contrapposti profili – dei datori di lavoro (come concorrenza, costo della produzione, costo della manodopera) nascerebbero anche dall’assenza di barriere protettive (che, a parere di tutti gli economisti, sarebbe un bene, perché la produzione di beni e servizi a minor costo, porterebbe benefici, immediati e mediati, alla collettività). Per il ‘principio dei vasi comunicanti’ produzione e lavoro si sposterebbero dalle zone di maggior costo a quelle dal costo minore, diciamo – grosso modo – dal nord del mondo al sud. Dov’è l’inganno, dove la falsità della rappresentazione? Proprio nel fatto che viene costantemente, diffusamente violato il cosiddetto ‘principio dei vasi comunicanti’ (come il prof. De Vita – se ho ben capito – ci ha appena dimostrato), per il fatto che esso opera quanto ai costi, ma non opera e viene violato, quanto alle tutele e ai benefici dei lavoratori.
Con lucida sintesi ci viene spiegato in qual modo l’occidente «produca» la fame nel mondo. Quando violino il principio supremo del massimo profitto, le regole «sacre» della libertà e della trasparenza del mercato divengono subito regole «morte». La festa della globalizzazione, appena incominciata, è già finita. Il mercato non è più per noi. Varcata l’utile soglia dello sfruttamento dei poveri e il saccheggio delle loro risorse, la «liberalizzazione» è già conchiusa: già il mondo industriale avanzato d’occidente si ritrae (dalla globalizzazione, non dal saccheggio delle ricchezze altrui), «piroettando» elegante «a passo di gambero»(86). Prima con i salvataggi bancari contro l’assalto dei fondi sovrani dell’Est, poi con il blocco dell’export alimentare e le manipolazioni di borsa dei governi, poi con la disciplina universale e il controllo economico sulla stampa, il mondo sembra tornare a un protezionismo fuori luogo e contro il tempo(87). Lavoro minorile, violazione – in aggravio – dell’orario di lavoro, assenza di tutele, di protezione, licenziamenti per la maternità sono la regola in alcune contrade del mondo (e non solo terzo) e alterano gravemente la concorrenza. Si sottoscrivono, talora (sotto la pressione delle potenti associazioni statunitensi dei consumatori e delle organizzazioni umanitarie) «rapporti di solidarietà sociale», che si pubblicano «insieme ai bilanci annuali societari», per subito eluderli, nel nascondimento di contratti terzisti, che pure, in forza di una consapevole ironia, reclamano solennemente il rispetto delle leggi locali, ben coscienti che si tratta di luoghi, dove la tutela del lavoro, il divieto di lavoro minorile, la protezione della maternità sono espressioni sconosciute.Le grandi confederazioni internazionali dei lavoratori da troppo tempo latitano o non hanno forza per imporre le condizioni inderogabili di garanzia e di sicurezza per tutti i lavoratori(88), mentre in centinaia di fabbriche della Cina comunista, del Vietnam, in India, Malesia, Indonesia, si violano le regole elementari e in Pakistan i bambini vengono sistematicamente coinvolti nella produzione, suscitando scandalo ai benpensanti, per salari mensili, concessi ai soli lavoratori adulti, non superiori a quaranta euro, cui l’inflazione erode annualmente un quarto del salario. La crisi statunitense dei mutui sub primari si abbatte più o meno egualmente sulle economie della periferia(89), ponendo in crisi la famiglia, ma anche qui da noi parassitismo delle intermediazioni immobiliari(90) e speculazioni su bisogni primari operano attivamente per alimentare venti di crisi – nell’inerzia dei gestori della cosa pubblica e col beneplacito dei movimenti politici di riferimento (solo apparentemente, magari in vicende di concorrenza elettorale, realmente contrapposti). Nella crisi irreversibile delle ideologie, siamo oggi veramente all’uomo marcusiano a una dimensione. Occorre allora forse maggiore umiltà nell’esaminare le passate stagioni, perché non è vero che il ’68 si identifichi – di per sé – esclusivamente con gli ‘anni di piombo’ (tra l’altro, propri dell’Italia). Non a caso Glucksmann propone di parlare del ’68 come della «promessa» di una«rivoluzione filosofica»(91), nella storia la «prima forza sovversiva provocata dall’abbondanza e non dalla miseria»(92). I sogni di quella temperie e le analisi socio-economiche che vennero formulate, oggi, fuor delle ideologie, assumono talora una dimensione profetica. E’ certo che, già con la ‘rivoluzione’ industriale e irreversibilmente con quella cibernetica, il mito della piena occupazione ha mostrato tutta la sua falsità(93) e al momento forse a poco serve osservare in contrario che: «la disoccupazione giovanile non è frutto di un avverso ciclo economico o della tecnologia ma è solo ed esclusivamente una invenzione dei nostri governanti e della nostra classe dirigente»(94). Certo, l’infinità dei bisogni (di studio, artistici, di ricerca scientifica, di svago, di perfezione artigianale) consente astrattamente il pieno utilizzo delle forze di lavoro presenti, persino forse nell’auspicabile ridimensionamento di bisogni di consumo artificialmente indotti (ed è argomento aggiunto, correlato e diverso), ma questo richiede (mentre non penso affatto a maggiori prelievi fiscali) una politica di forte ridistribuzione delle risorse e del ‘lavoro possibile già esistente’ e, magari, di drenaggio di sprechi parassitari e talora burocratici, in favore di interessi e bisogni socialmente qualificati, nella consapevolezza che si tratterebbe, a parer nostro, attualmente, pur sempre di mera ‘programmazione’ (oggi prospettabile sono in forme embrionali, surrogatorie, complementari, accidentali, ogni volta che sia possibile) indirizzata allo sviluppo (globale e non curtense, circoscritta nel broletto del singolo Stato, pena la crisi delle imprese) di lavoro ‘comunque’, secondo la vocazione personale di ciascuno; programmazione che richiede legami politici di supporto, transnazionali e delle grandi confederazioni internazionali del lavoro, dei quali si avverte allo stato appena più che la pallida ombra(95). Persino la soddisfazione dei «prerequisiti elementari», indicati dal Vitale nella «necessità» di soddisfare quattro bisogni: «di diritto; di cittadinanza; di autorevolezza; di uguaglianza» si rivela testimonianza dell’assenza attuale di soluzioni, lodevolmente e utilmente proposte, ma che ci appaiono realisticamente assolutamente velleitarie. La popolazione ‘attiva’ (pur con le sue innumerevoli varianti parassitarie) è andata sempre più, anno per anno, costantemente diminuendo, mentre la produzione di ricchezza procede in qualche modo indipendentemente dalla ‘costante’ lavoro. Intanto, a Napoli, gli avvocati divengono artificialmente (perché non esiste un contenzioso sufficiente a soddisfare la disponibilità difensiva) una quota rilevante della cittadinanza, mentre tra poco ci saranno più pub di ristoro che bocche da ristorare. La gente si industria come può, in assenza di lavoro sicuro e diffuso. Le consulenze – specie nella pubblica amministrazione – si moltiplicano, creando artificialmente un giro mostruoso di denaro (ma, più corretto sarebbe dire, una ‘partita di giro’). Forse il contenuto dello slogan ‘lavorare meno lavorare tutti’ è assai meno eversivo, più conservatore, accorto ed equilibrato di quanto un tempo fosse dato immaginare(96), forse potrebbe essere condiviso da qualsiasi prudente pater familias, forse da decenni (e non lo vede solo chi non lo vuol vedere) il denaro (inteso come ricchezza) è ‘sganciato’ dal lavoro. Bisogna subito capire, dal punto di vista storico, prima che i personaggi tutti di quella trascorsa stagione spariscano e l’analisi venga deputata al futuro, persino i dettagli(97); comprendere, per esempio, i motivi, per cui chi certamente sapeva dell’irreversibile marginalizzazione della figura dell’operaio nella società postindustriale, lo poneva (e, in parte, fingeva di porlo) al centro dell’azione eversiva(98). Non ci interessano lezioni estemporanee di morale né pentimenti individuali e neppure forse, in questo momento, i perdoni delle civilissime vittime (così essenziali alla purezza delle coscienze). Piperno può pur pensare «che i terroristi siano moralmente delle ottime persone, anche se hanno ucciso» e che la condanna o la beatificazione per il sangue calpestato delle vittime siano determinate solo dall’esito del conflitto, dacché la «morale è multipla»: «Ci sono persone che vanno a bombardare una città e sono considerate degli eroi e delle persone che sparano su un bersaglio determinato che sono considerate dei criminali, solo perché sconfitti», ma le cose non stanno esattamente così, non solo dal momento che ci sono molti altri (che, conveniamo, contano meno, forse poco, perché incapaci di prevalere sulle opinabili scelte ufficiali e competenti del Paese) i quali, in conformità della Costituzione, hanno espressamente ripudiato l’uno e l’altro fuoco, sia la guerra in terre estranee sia il terrorismo in casa propria, ma perché (e siamo al cuore del problema) non è affatto detto che il terrorismo, il brigatismo siano figli legittimi del Sessantotto, potendo viceversa ritenersi una intollerabile perversione rispetto alle promesse del Maggio francese. La «fantasia al potere» non prevedeva il sangue e i «figli dei fiori» – quegli stessi fiori che i potenti avrebbero dovuto mettere «nei [loro] cannoni»(99)– non sognavano agguati né tardive legittimazioni. Il terrorismo ha tradito il Sessantotto (universalmente pacifista) e chi ogni mattina, ritenendosi Domineddio, toglieva la vita ora a un magistrato ora a un giornalista ora a un imprenditore ora a un sindacalista ora a un professore universitario(100), faceva retrocedere gli spazi della democrazia e tradiva (spesso coscientemente, certo oggettivamente) le ragioni della rivolta giovanile in favore della reazione. Molti di noi a quel tempo ne furono consapevoli e lo denunciarono invano in ogni possibile sede. La verità tuttavia è che entrambe le prospettazioni (’68 pacifista/’68 terrorista) costituiscono delle semplificazioni arbitrarie e forse intollerabilmente «ingenue». Gli «anni di piombo» non furono solo una parentesi perversa (e tutta italiana) in un processo di evoluzione democratica, conclusa la quale sarebbe ripreso il cammino della civiltà, ma l’esito di una vena profonda che, all’inizio silente, si nutriva delle turbolenze di quella stagione.
Nessuna generalizzazione è consentita, nessuna affrettata conclusione, mentre l’intelletto scrimina cauto il poco (ma forse significativo) grano dal troppo oglio. In un certo senso, per la medesima nausea profonda della società, si possono compiere scelte estreme ed opposte. Ci si può trasformare in anarchici o anacoreti (sembrano cose diverse e, forse, lo sono) per un medesimo modello di vita ricusato (e la distanza incommensurabile scherma e tradisce l’iniziale coincidentia oppositorum). Sono scelte di vita individuale, talora collettiva. Per inclinazione e per ogni riforma si può essere tendenzialmente conservatori o progressisti o varcare l’abisso senza ritorno e divenire terroristi, ma c’è bisogno che i «pentiti del Terrore» dicano (possibilmente non nelle aule universitarie o nelle celebrazioni mediatiche) sempre che lo sappiano, non tanto la funzione strumentale dell’opzione (ci arriviamo da noi a capirla), ma il diverso tipo di civiltà voluta e perseguita in sostituzione della società a una dimensione, ieri preconizzata e oggi compiuta e sotto gli occhi di tutti.
Si può, forse si deve, procedere verso sentieri inversi. Tuttavia, la crisi del lavoro e l’arroganza del potere e delle ricchezze sono oggi tali che, neppure a livello di buon senso e di restrizioni massime delle pretese del lavoratore, sono pensabili ipotesi di autentica soluzione. Insomma, neppure il «lavoriamo meno, lavoriamo tutti», degradato da criterio rivoluzionario di lotta sanguinaria a saggio criterio di mera sopravvivenza (inteso insomma come programma minimo di buona amministrazione, conservatrice delle risorse, secondo l’auspicato criterio del buon padre di famiglia e preoccupato), sembra funzionare, quando si sacrifichi l’equità, quando difetti la dignità. Ancora una volta ritorna il tema della dignità del lavoro e dello stesso uomo, nella pacata drammaticità della cronaca(101), solo apparentemente «minore»: «Mi chiedo: dove è andata a finire la mia dignità»(102) scrive nel suo «necrologio di un bimbo», quando esso è ancor vivo nel suo grembo, una madre, che si appella pubblicamente al Capo dello Stato e gli confessa di aver programmato un prossimo aborto, sacrificando «un’emozione bruciante, una felicità incontenibile», nonostante sia essa, coltissima, che il marito abbiano un lavoro, ma per un importo complessivo familiare assai modesto(103), lasciando così che uno sconosciuto violi il suo giovane corpo, con il suo consenso, «risucchiando il suo cuore dal suo utero sanguinante, dicendo addio a questo suo figlio che se ne andrà per sempre». Eppure, così è scritto, nella Tavola condivisa: «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia» (Cost. art. 31 comma primo), lo Stato «protegge la maternità, l’infanzia, la gioventù» (Cost. art. 31 comma secondo). La donna non ha per ora seguito il precetto evangelico (Mt, 6, 31-34). La visione dello splendore dei gigli di campo (Mt, 6, 29; L, 12, 27), dalle vesti più belle di quelle indossate da re Salomone,non l’è venuta in mente. Se essa è credente, la Chiesa, salvo suoi rimorsi, salvo ripensamenti, la punirà in occulto(104) con la sentenza lata (can. 1398 c. i. c.), per il delitto e per il peccato, ma chi di noi potrà veramente giudicarla? Nolite iudicare (Mt 7,1-2; Lc. 6, 37; Gv., 7, 24), appunto. Neppure «il lieto fine», da tutti invocati, potrebbe, tuttavia, sembrare risolutivo dei problemi e appagante per le menti e le preoccupate coscienze, perché, nel caso, la giovane lavoratrice precaria è comunque una precaria «diversa», in qualche modo «fortunata», potendo contare, oltre che su due retribuzioni, su due sostegni imprevisti (per la maggior parte dei precari), che alterano l’analisi del bilancio tipico e pesano sulla decisione soggettiva: 1) sulla disponibilità di una casa, offertale gratuitamente da una prozia; 2) sull’ausilio della pensione della madre, volendo ricorrervi (scelta sofferta, ma non disdicevole, per far nascere un figlio) (105). Defoe avrebbe ben annotato, tra le valenze del nascituro Robinson, nella desolazione calcolabile della (nuova) terra, non meno nuova per lui dell’Isola alla foce dell’Orinoco, questi due ultimi ingredienti, ognuno dei quali approssimativamente pari ad almeno una delle due retribuzioni precarie dei genitori. Ciascun sociologo, ogni economista potrebbe esercitarsi in utili e più dettagliate ipotesi comparative di bilancio (come già fecero magistralmente - per Crusoe - Kant, Marx, Rousseau, Weber, Joyce, e Hymer, nello splendido articolo apparso in Monthly Review, nell’ottobre del 1971(106)). Pure, difficilmente sarà così. «Sandra» è oggi una comparsa, pur come simbolo, poco più di un dettaglio, tra le urgenze dell’economia. Fa parte di quei «de minimis» di cui solitamente non si preoccupano i potenti e, ancor più raramente, i loro corifei narranti. Troveranno certo spazio, per il clamore di un momento, le sue attese e i suoi bisogni (di una famiglia, di un figlio, di un lavoro dignitoso), ma probabilmente migreranno presto - sopiti i media - tra i «rinvii», nell’agenda scadenzata, nell’agenda preoccupata, del legislatore. Un’analisi seria peraltro dovrebbe considerare soprattutto le altre Sandre e gli altri Sandri, Caia e Caio. Quelli invisibili (frutto diretto e legittimo, per lunga e calcolata cova, di un contesto sociale senza tutela) che oggi non si sposano e non fanno figli, incuranti di mettere in crisi (di che meravigliarsi?) insieme al sistema pensionistico, l’identità stessa del Bel Paese, che si scopre improvvisamente essere divenuto miope ed egoista; e quelli che vengono arruolati nelle file dello sfruttamento minorile e del lavoro nero o che, privi di vere alternative, cedono alle lusinghe dell’altra sirena, quella della delinquenza organizzata, di «Gomorra», spesso al Sud (ma non solo al Sud), quando non c’è o non basta il sostegno della famiglia, unico istituto sociale alternativo; e quelli che «non ce l’hanno fatta» e che semplicemente svaniscono, sempre più spesso, come barboni, ai margini delle contrade della società opulenta. Le famiglie, la Chiesa, le istituzioni caritatevoli fanno quel che possono, finché possono, non tutto. Il seminario della Repubblica è un vivaio sempre più triste, sempre più sterile. Lo Stato ricco ha gli occhi stretti. In realtà, già da tempo, proprio il «precariato» ha consentito di «moltiplicare», a basso costo, i posti (finti) del lavoro vero. Senza incomodare la crisi dei mutui subprimi, che forse fa storia a sé, ma forse no, l’intero mondo della produzione presenta oggi monotoni scenari di pace sociale apparente, sicura incubatrice ovunque di una sempre meno sommersa regressione. I primi segni incipienti per ora si sono limitati a colpire, con sempre maggiore frequenza, solo gruppi e singole vittime (in una statistica inquietante di non difficile lettura), sull’abbrivio di un non impossibile baratro, nella simulazione ininterrotta di infiniti progressi a «costo zero». Persino nell’università circa due insegnamenti su tre sono svolti a titolo precario (e, pur essendovi esempi di grave degrado e pericoli e tracce di intollerabile degenerazione, è merito, talora «eroico», della buona formazione scientifica nell’Italia dei ricercatori e degli aspiranti tali, almeno complessivamente intendendo, se il livello degli studi non appare irriducibilmente compromesso, mentre resistono diffuse isole di eccellenza). L’eccezione, che ci piace credere tipicamente «italiana» e che ci riempie di legittimo (o, forse, semplicemente sciovinistico) orgoglio, una volta tanto, perché sovverte in meglio le monotone regole del gioco e mostra, in assoluta modestia, come non tutte le «vocazioni» siano «in vendita» sul pubblico mercato unico(107), non può tuttavia costituire esimente per la classe politica, specie quella chiamata a responsabilità di governo. A voler appena guardare, fuor di illusioni, i conti non tornano. Non sarà il mastice degli immancabili Ichino a sanare la giara. I tecnici d’impresa non s’avvedono quanto – sul piano delle retribuzioni – siano fuori del tempo e gli studiosi di diritto sindacale, preoccupati dei confini entro i quali può spingersi la lotta dei lavoratori, non s’accorgono che i giochi sono già fatti, anche senza di loro, che farebbero bene ad annotare la «corsa senza fine dei profitti», mentre «ogni busta paga perde cinquemila euro l’anno»(108). Quell’invocato «meno», pur di lavorare, se non tutti, almeno in maggior numero (e significativo), quel rassegnato «minimo», quanto alle spettanze inderogabili del lavoro, non solo non è più risolutivo, oggi (senza una politica programmata sul lavoro e sulle sue garanzie), ma sovverte in peius, con imperizia tecnica, equilibrati criteri costituzionali, se è vero che, nel rispetto dell’art. 36 della Costituzione, «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Se «l’operaio ha diritto alla sua mercede», se «il lavoratore è degno del suo salario» «della sua retribuzione» (Mt. 10, 10), come abbiamo più volte ricordato (e come pure viene solitamente tradotto il passo evangelico), anche il salario deve essere «degno» dell’uomo, ossia commisurato alla sua umana dignità. Il titolo di proprietà del pretium operis (quel ‘suo’, su cui occorre riflettere) ben esprime la titolarità di ciascuna parte (unicuique suum) sui frutti esclusivi del lavoro nella dialettica del rapporto produttivo (salario/profitto) e la dignità del lavoro stesso. Per fortuna, nella Comunità dei credenti le preoccupazioni non sono orientate dagli esiti delle competizioni elettorali e da «mimetismi» tragicamente interessati. La Chiesa ha una memoria diversa (seria e dura), che non preoccupa, forse, nell’effimero, l’agenda del sovrano, perché costituisce solo una piccola nota, un punto, prudente ed equilibrato, estraneo a ogni clamore occasionale, una memoria ponderata e lungimirante; comunque – nessuno s’illuda – non «corta»: gutta cavat lapidem(109). L’onda lunga della critica alla precarietà viene scandita ed estesa(110). Le famiglie stesse, pur quando unite, vengono definite «precarie», per la labilità, esiguità e incertezza delle fonti di sostentamento, che sembrano soffocare (non meno dei mutui da pagare, degli interessi delle banche e delle rate dei venditori) un settore sempre più esteso di esse. L’usura, magari non tecnica, ossia non penalmente perseguibile, ha mille volti e spesso la fortuna di pochi (ed è un problema nel problema) si fonda sulla disperata precarietà dei più.
Del resto, all’interno della stessa Chiesa i rapporti tra lavoro e salvezza sono, più che ricorrenti, costanti e, talvolta, non privi dell’asprezza di un’impostazione «di principio», dai precetti sulla santificazione comandata delle feste (rammentiamo confusamente) all’ora et labora, dall’esperienza dei trappisti a quella dei preti operai, dall’Opus Dei alle direttive delle grandi Encicliche sociali sul lavoro. Alla flessibilità del lavoro, coincidente di regola con lo sfruttamento dello stesso, deve sostituirsi una grande flessibilità nella comprensione del lavoro (incluso quello più peculiare e atipico) perché se il lavoro è un’espressione dello spirito e una manifestazione irriducibile della persona umana, infinite saranno le variabili da estendere e comprendere e, magari in modo sorprendentemente autonomo, da tutelare, comprese le varianti di solito meno importanti e considerate (ma non in un’ottica di servizio integrale per l’uomo) da quella dell’artista di minor successo, spesso paragonato a ‘meteora’, al lavoro dello sportivo (dal molto onore, talora dalla splendida gloria, ma dalla breve stagione) da riconvertire, in un’ottica di effettiva riconoscenza del debito sociale (per esempio in un insegnamento previsto come favorito, utilissimo per le nuove generazioni, perché originato e fondato da passione autentica), dal secondo lavoro (spesso il primo, nella partecipazione emotiva ed appassionata del creatore), al lavoro del pensionato, che non deve essere né oggetto di più grave sfruttamento, come già descritto da Brecht, a proposito del lavoro dei vecchi, né di divieto, mentre riferimenti di socialità (supplenze necessarie e temporanee, che possano divenire preziose anche per le aziende; momenti di conservazione sociale, pur presenti – si pensi ai tradizionali circoli dei pensionati, improduttivi per le imprese, ma non per la collettività, che deve fornire i necessari supporti logistici – rendono meno doloroso e più graduale e dolce l’allontanamento dal posto di lavoro, per chi al lavoro abbia dedicato l’intera vita) (111). Ripensare dunque il lavoro: a) come sostentamento (assicurato); b) come previdenza; c) come socialità(112) (e così, menzionando a caso: nella libera configurazione sindacale, nella tutela antinfortunistica, che ha da essere severissima e attuata, oltre che meramente proclamata e che sembra richiedere il ricorso a soluzioni di collaudate esperienze positive; come quella francese, volendo esemplificare, nel dettaglio); d) come (in un’unica espressione) dimensione dello spirito (sino forse alla tutela delle fattispecie più criticate, in un’autentica interversione della valutazione), tutelando, per esempio, le esperienze multiple di lavoro, che potrebbero non essere, sempre e necessariamente, ostacolate o sanzionate, né penalizzate e umiliate, ma forse anche assecondate e incoraggiate (non nel senso materiale, per cui a chi ha, sarà dato, stando scarsità di risorse, come potrebbe pensarsi, anche se l’espressione potrebbe suonare blasfema, nei malintenzionati, ma nel senso di estendere una visione positiva del lavoro, comunque, anche negli ambiti meno astrattamente credibili). Un ricercatore può e talora deve (per l’utilità formativa della sinergia) essere un eccellente studioso e un ottimo chirurgo, senza dover essere indotto a scegliere una delle duplici funzioni (salvo, beninteso, eccessi e abusi e con scrupolosa dedizione grave a ciascun ruolo). Ognuno, avendo capacità e vocazione, può voler essere «anche» insegnante o artista o artigiano, ricoprendo più ruoli e arricchendo la sua personalità e quelle altrui (e non è detto che tutto debba essere circoscritto o consentito nell’ambito del volontariato, che è altra cosa, o del mero utilizzo estemporaneo del tempo libero – insomma, esclusivamente come hobby, per intenderci –in guisa che coordinate burocratiche inessenziali siano ogni volta lì, a ridimensionare e marginalizzare artificialmente – e concettualmente – a priori, una possibile espressione della personalità umana, che ha viceversa astratto titolo – ipotizziamo casi estremi – a una qualche attuazione, magari anche parziale e non piena) (113). Talora, l’interazione tra teoria e pratica è feconda e utilissima per l’intera comunità, sino ad apparire necessaria. Naturale che ogni esempio può essere o suonare infelice e fallace, ma è il principio da considerare (non la singola risoluzione o deduzione). Pare evidente che oggi in una società in profonda e non sempre rassicurante mutazione, di fronte «ai tanti disoccupati che attendono lavoro» (Com. n. 5), in uno «scenario della povertà» che sembra «allargarsi indefinitivamente se aggiungiamo alle vecchie le nuove povertà»(114), occorre elaborare, perché l’armonia del «cosmos» si sostituisca all’originario «caos» primordiale, proposte e rimedi e strumenti radicalmente nuovi, denunciando i falsi idoli e rinunciando, una volta per tutte, a comodi, consolidati infingimenti (il pensiero corre ancora una volta al mito della piena occupazione, di per sé [im]possibile, semplicemente affidandosi con cieca fede alla logica del mercato, che persegue, viceversa – come deve, per la sua stessa natura – altri e diversi obbiettivi, sovente coerentemente opposti). Sono problemi sociali e obiettivi economici, che la sola economia non può risolvere e neppure affrontare. Sono problemi di strategia e direzione politica. Temi di «ordinamento», che coinvolgano la conduzione dell’intero «guscio di noce» (Hawking). La società attuale e opulenta è stata meticolosamente preconizzata sin dagli anni ’50 e non solo da Galbraith. Il modello si è esteso e attuato, come previsto, diffondendosi per tutta la terra (nel temuto – ma non sempre – esaurimento progressivo dell’humus). Occorrono, allora – soprattutto oggi – strumenti nuovi per scenari nuovi, per responsabilità gravi, che pure nuove non sono; occorrono avveduti obbiettivi realistici e diversi, nella gestione delle limitate, ma non poche, risorse. Le analisi non mancano e neppure le competenze tecniche. Occorrono, però, «otri nuovi per vino nuovo», perché «nessuno cuce una stoffa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi» (Mc. 2, 21-22): per una visione del lavoro come promozione umana e dello spirito; un lavoro che sia liberamente scelto e socialmente tutelato (e, per quanto possibile, uniformemente distribuito ed equamente diffuso, mediante previsti correttivi, che non alterino, se non settorialmente, per fasi temporanee di crescita o emergenze, la logica dei profitti e del merito; come già accade, del resto, ma non ovunque: per esempio, non nel Terzo e nel Quarto mondo, pur quando in crescita economica; non nelle lande africane); nella promozione privilegiata e potenzialmente illimitata della ricerca, anche se non di rado appaia infida ai molti custodi della verità (non a noi, in linea di principio, che custodi non siamo né possiamo essere; e che di regola, potendo scegliere, preferiremmo, sommessamente, essere indegnamente devoti a quella «scuola laica del diritto canonico», cui appartennero canonisti come Pietro Agostino d’Avack e Pio Fedele, non già per nutrire essi la ‘fallace e nociva illusione di arrogarsi il titolo di propulsori o di guide di una scienza che è sacra’, ma per poter meno faticosamente attingere alle due distinte fonti) (115); ricerca, che ha il pregio di non esaurirsi agevolmente, di non voler alterare l’ambiente circostante, di non essere volta (in linea di massima e di principio) a creare intenzionalmente danno; ricerca che non placa la sete illimitata di perfettibile conoscenza umana; attività di studio che tuttavia neppure ha da essere strumentalmente ridotta a mera ‘valvola’ sociale di fittizia occupazione, per la collocazione di pochi privilegiati in un artificiale pritaneo, talora senza significativo merito, come pure da qualche tempo accade, nella grottesca moltiplicazione di falsi professori, per false Accademie; evitando, se ancora possibile, che disattenti Dottori della legge, sequestrino ancora le chiavi del Tempio della Scienza, ove, in qualche caso, essi stessi sembrano «non essere entrati mentre a quelli che volevano entrare l’hanno impedito» (Lc.11, 52); lavoro, che sia esercitato nell’interesse del singolo, ma che sia volto a quotidianamente perseguire il bene del prossimo e dell’intera comunità (a cominciare dalla famiglia, primo nucleo sociale, che senza lavoro non si crea), nella peculiare consapevolezza che, essendo «l’amore preferenziale per i poveri una scelta fondamentale della Chiesa»(116), anche l’oscuro lavoro quotidiano per gli altri, per ogni altro, ma specie per chi è nel maggior bisogno, può (e forse deve) divenire – per chi sia credente – una forma non secondaria di testimonianza della fede.
Note:
(1) La prima parte e il nucleo successivo di questo saggio sono stati letti nell’Aula Magna dell’Università dello Stato di Napoli ‘Parthenope’, in occasione della Presentazione, avvenuta il 20 febbraio del 2008, su iniziativa del prof. Alberto De Vita e del prof. Raffaele Pascali, del Volume (a cura di Antonio Bevere) di AA.VV., Questione meridionale e questione criminale. Non solo emergenze, Napoli, 2007. (2) (Ansa) - Bruxelles, 12 marzo ’08: «Il precariato è oggi un problema di portata europea: riguarda il 14,5% della forza lavoro dei Paesi Ue cioè 35 milioni di persone, + 10% dal '98. Lo rende noto la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ritenendo che troppo spesso la flessibilità non ha nulla a che vedere con una migliore organizzazione del lavoro ma e' solo finalizzata a ridurre le retribuzioni. La Ces evidenzia inoltre che i salari di circa il 15% dei lavoratori europei, cioè 17 milioni di persone, sono sotto la soglia di povertà». (3) Le parole citate sono tratte dalla Lettera del 29 giugno 2004 (doc. n. 559.332) del Segretario di Stato Vaticano al Cardinal Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, in occasione della pubblicazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa. (4) Da Repubblica del 20 febbraio ’08: «Il Papa mi ha dato una benedizione speciale per i cubani, dal leader maximo a tutta la popolazione». Lo ha detto Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano: «Pregherò per la Chiesa, per il popolo cubano compresi i leader politici. Pregherò per lo sviluppo positivo di quella realtà complessa, ma promettente». (5) Cfr., FEDELE P., Lo spirito del diritto canonico, Padova, 1962 (passim). Il principio supremo della salus animarum domina gli istituti della dissimulatio e del tolerari potest (FEDELE P., cit., p. 21), dei quali si avvale, quando necessario, anche il principio della salus Ecclesiae. (6) Nessun cenno, nonostante la presenza, in Piazza S. Pietro, il 16 marzo 2008, di tibetani, con i loro striscioni, all’Allocuzione della Messa domenicale pontificia. D’altra parte, il Papa avrebbe parlato «su quanto sta[va] succedendo in Tibet», «nei suoi tempi e modi», «non potendo i mass media decidere gli interventi del Pontefice» (così, mons. Betori nella conferenza stampa conclusiva del Consiglio permanente dei Vescovi italiani) (Ansa, 18 marzo 2008). Qualche tempo prima, il Dalai Lama non era stato ricevuto dal Pontefice, non essendo il relativo incontro – questa l’asettica e oggettiva motivazione ufficiale – previsto in agenda. La posizione del Vaticano in realtà venne esaurientemente evidenziata poco dopo in «modi» e «tempi» assai pertinenti sia, in maniera esplicita, in occasione dell’Udienza generale celebrata in piena Settimana Santa con l’invito al dialogo con la comunità tibetana, sia in un contesto di grande significato simbolico e religioso teso, ancora una volta, a ribadire l’estrema importanza che il Papa attribuiva al dialogo con la Cina e con la comunità cattolica (distinta in silente e ‘Patriottica’), ossia in occasione della Via Crucis. In riferimento al primo momento, per proclamare al mondo tutto il suo dolore e la sua tristezza per quanto sta accadendo in quella travagliata regione dell’Asia centrale: «La violenza non risolve i problemi ma li aggrava – ha detto il Pontefice parlando agli oltre diecimila fedeli presenti in Sala Nervi – e ciascuno deve mostrare il coraggio di intraprendere la via del dialogo e della tolleranza». Nessun silenzio da parte della Chiesa, quindi. Tanto più su una vicenda che interessa anche una importante comunità cattolica, quella cinese, comprendente anche la comunità tibetana. Per quel che attiene il secondo momento, senza mai ricordare esplicitamente la Chiesa cinese, divisa dunque tra patriottica e sotterranea, le meditazioni, trattando di Giuda, richiamano al “tradimento” che «sorprende soprattutto se riguarda anche i pastori del gregge». Tutto in ogni caso sembra alludere al dialogo con la Cina. Assai efficaci le sintesi informative: «Cina e persecuzioni, la Via Crucis del Papa. I testi affidati al vescovo di Hong Kong, illustrati da immagini d’arte cinesi. E Gesù ha gli occhi a mandorla. La Cina non è mai stata così presente nei pensieri del Papa. Lo si capisce da segnali precisi che nella celebrazione della Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo appaiono non casuali. I testi delle meditazioni e delle preghiere sono stati curati, per la prima volta, dal cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, vescovo di Hong Kong, un simbolo per la comunità cattolica cinese. Cambia volto anche Gesù, che nelle immagini scelte ha gli occhi a mandorla: le immagini infatti sono prodotto dell’arte cinese e quindi Pilato è un cinese, gli uomini del Sinedrio sono cinesi, i soldati romani che percuotono Gesù sono cinesi. Ed è affidato a una ragazza cinese il compito di portare la croce per due stazioni. Infine c’è anche un cinese tra le sei persone che sabato, durante la veglia pasquale, riceveranno il battesimo dal Papa» (Corriere della sera, 21 marzo 2008). (7) Così, il Cardinal Bagnasco, su Avvenire del 18 marzo 2008. (8)«Ciascun uomo di buona volontà può intravedere i vasti orizzonti della giustizia e dello sviluppo umano» (Com. n. 4). (9) Dalla Lettera, citata, p. 11: «L’amore preferenziale per i poveri [ed il precario è sempre per presupposto e per assenza di certezze e di tutele, un povero] rappresenta una scelta fondamentale della Chiesa, ed essa la propone a tutti gli uomini di buona volontà». Parentesi quadra e corsivo nostri. (10) Dalla Lettera citata: «È interessante poi notare come numerosi elementi qui raccolti appaiano condivisi dalle altre Chiese e Comunità ecclesiali, nonché da altre Religioni. Il testo [il Compendio] è stato elaborato in modo da essere fruibile non soltanto ad intra, ossia tra i cattolici, ma anche ad extra. Infatti, i fratelli accomunati a noi dallo stesso Battesimo, i seguaci di altre Religioni e tutti gli uomini di buona volontà ne possono trarre fecondi spunti di riflessione e un impulso comune per lo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutto l’uomo» (corsivo aggiunto; parentesi quadra, nel testo citato, aggiunta). (11) Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace e creatore della Grameed Bank, apre sorprendentemente, a metà inverno del 2008, uno sportello a New York, nel cuore del quartiere multietnico di Jackson Heights. (12)Avvenire 20 marzo ‘08, p. 30: «Incombe uno scenario da impero romano» (ALVI G., intervistato da Andrea Galli). (13) Il Pontefice ha ribadito la condanna alla tortura per i detenuti, il 12 marzo 2008, «nel corso dell'udienza generale del mercoledì, rivolgendosi agli oltre 8mila fedeli presenti nell'Aula Paolo VI», elogiando Boezio che, sottoposto a tortura, nel carcere si dedicò alla stesura del testo “De consolatione philosophiae”. Impossibile e inutile fare comparazioni nell’efferatezza. La tortura oggi, nella civiltà del terzo millennio (ma non andava meglio in quello appena trascorso), ha raggiunto livelli tali di perfezionata costrizione (con privazione di sonno, posizione costantemente eretta, luci accecanti mai spente) da far dubitare che un detenuto possa dedicarsi agli approfondimenti filosofici o alla semplice riflessione. (14) In un compiaciuto articolo di sostegno alla ‘politica’ di Pietro Ichino, professore di diritto del lavoro, apparso su Repubblica del 21 febbraio ’08, egli si vanta delle proprie ‘eresie’: «riconoscimento legislativo del part-time, abolizione del monopolio statale del collocamento, aperture di agenzie di lavoro temporaneo, abolizione della scala mobile», adombrando l’esigenza di ulteriori ‘riforme’, tra cui quella della disciplina del collocamento (e dell’art. 18 dello Statuto dei lavoro), con «assunzioni che avvengano con un contratto a tempo indeterminato, con grado di stabilità crescente nel tempo»«contro l’abuso del lavoro precario» e «spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso la periferia». Con ogni probabilità, sono da mettere in conto le tentazioni – in favore delle imprese – di ripristino, in forme forse nuove, delle «gabbie salariali» (per le fasce deboli della contrattazione) e l’ineffabile induzione a prudenti licenziamenti programmati di lavoratori da parte delle imprese, prima che la stabilità dei posti di lavoro sia sufficientemente «cresciuta». (15) MASTER E. L., Antologia di Spoon River, Torino, 1941. (16) MAZZIOTTI F., L’estremismo della flessibilità del lavoro, in BEVERE A. (a cura di), Questione meridionale e questione criminale. Non solo emergenze, cit., p. 115. (17) MAZZIOTTI F., op. cit., p.p. 113 s. (18)Compendio della dottrina sociale della Chiesa, II, I, c), 68. Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 41: AAS 80 (1988) 570-572. (19)«Non ci si può infatti ritrovare precari a 30 anni. E’ disumano. Si nega il diritto di metter su casa ai giovani.» (Card. Ersilio TONINI, Dichiarazione,sul Napoli del 17 aprile 08, p. 6). Da notare che, a differenza di altri paesi europei, manca pressoché totalmente in Italia oggi una politica di social housing. Distinta dalla edilizia popolare vera e propria (cui non riesce ad accedere il precario senza figli) fonda su una delicata alleanza tra pubblico (che opera a livello fiscale, mentre i comuni offrono il terreno) e privato (che impegna i capitali) per la costruzione di case date in fitto calmierato per venticinque anni (con un affitto non superiore al 30% del reddito mensile familiare). (20) Per il Card. Bagnasco, a proposito delle morti sul lavoro, cattolici e laici debbono essere «ostinati nella cultura dell’incontro» perché «divisi nessuno vince e tutti perdiamo soprattutto i più deboli», evocando «il senso dell’appartenenza ad un unico popolo che rende possibili sinergie sociali e politiche» (Avvenire, 18 marzo ‘08). (21) Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 5: AAS 83 (1991) 799. (22)Compendio, cit., cap.II, Missione della chiesa e dottrina sociale, I. Evangelizzazione e dottrina sociale, p. 32. (23) Cost. art. 53: [I] «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva»; [II] «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». (24) Lelio Basso, il piccolo Lenin d’Italia, segretario del PSIUP, di due cose soleva vantarsi, del secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, che aveva contribuito a introdurre nella Costituzione, e di aver votato alla Costituente contro la norma, che sarebbe poi divenuta, in sede di stesura definitiva, il futuro art. 7 della Costituzione. (25) Dal greco «», nemici del denaro, ma, ancor più precisamente, «senza l’argento» ossia «senza il denaro». Ricorderanno viceversa tale tipo di assistenza medica coloro vogliano intitolare a Cosma e Damiano, santi appunto anargiri, un Centro medico, aperto a tutti, compresi immigrati privi di permesso di soggiorno, come accade a Roma o, in forme semiufficiali e diffuse, senza dediche a santi, all’Ascalesi di Napoli, mentre già da tempo, sempre a Napoli, si è provveduto al trapianto di cuore in favore di un bambino cosiddetto «clandestino». I medici, nella circostanza, a chi fece rilevare la non cittadinanza dei pazienti, espressero stupore e dissero che, di fronte alla malattia, non s’erano neppure posti il dubbio sulla legittimità dell’intervento. Nessuna autorità amministrativa osò dire nulla a riguardo e l’episodio divenne un significativo «precedente». (26) GALLIONE A., Questo pane è kosher, nella Repubblica delle donne del 19 aprile ‘08. (27) Con queste parole, il Movimento dei Focolari presenta se stesso: «Mentre a livello mondiale si avverte la fragilità e la non sostenibilità dell’attuale sistema economico la società civile esprime una fioritura di nuove forme di economia sociale: commercio equo, finanza etica, consumo critico. In questo contesto si situa uno stile economico innovativo, che coinvolge singoli e gruppi: tempo, talenti, beni materiali sono messi in comune. La comunione dei beni è lo stile di vita dei membri del movimento. E’ una comunione spontanea che si esprime in modi diversi secondo le diverse possibilità e sensibilità. E’ destinata in aiuto alle persone più prossime, come a Paesi in condizioni difficili per sottosviluppo e conflitti, o colpite da calamità naturali, e per sostenere iniziative e opere sociali, nella convinzione che nel Vangelo vissuto è racchiusa in nuce la più potente rivoluzione sociale». (28) Cfr. Gv. 3,8. (29) Cfr. gli Atti, attualmente inediti, della «XIV Sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali», 2-6 maggio ‘08. (30) WEBER M., L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Firenze, 1977, pp. 131 ss. (31) RAVASI G., San Paolo, Cesare e le tasse da pagare, in Repubblica 19 aprile ’08. (32) RAVASI G., San Paolo, cit. (33)Compendio, cit., passim. (34) Nonostante sia scorretto interpretare le parole del Pontefice in senso strumentale (persino i ‘ricercatori precari’ ne hanno fatto preciso riferimento, dimentichi di appena trascorse preclusioni poste anche da taluni di essi, in conseguenza della lettera di alcuni Ordinari al Rettore, sull’inopportunità della Lectio magistralis di Papa Ratzingher alla ‘Sapienza’, in occasione dell’Inaugurazione dell’Anno Accademico) l’eco dell’intervento pontificio è stato grandissimo, a dimostrazione, qualora ancora necessario, della grande influenza del magistero della Chiesa. Fermo questo, a noi pare, però, di per sé, niente affatto disdicevole l’entusiasmo e la partecipazione con i quali interi settori di politici di sinistra – e persino ministri del governo dello Stato italiano – hanno salutato l’intervento pontificio (dovendo ritenersi chiaro che il clero cattolico, di assoluta indipendenza, non può comunque essere ‘arruolato’ a fini di parte, come del resto opportunamente, da più parti, ribadito).
In tal senso, cfr., tra gli altri,Di Giacomo: «Il Papa non ha benedetto alcun partito», mentre, Mons. D’Ercole, responsabile della sezione italiana della segreteria di Stato, ammoniva: «Non leggete il Pontefice come un politico». (35) BARROW J. D. , Le origini dell’universo, Milano, 2001, p.110. (36) A proposito del libro di Giulio Tremonti, La paura e la speranza, Milano, 2008: «La presente crisi è l’esito di una globalizzazione costruita anzitutto sugli interessi degli Stati Uniti. Stampando dollari l’America ha assecondato una internazionalizzazione delle economie squilibrata. La creazione di moneta che ha nutrito la speculazione e che è all’origine dell’attuale crisi è stata insistita da Greenspan al di là di ogni buon senso. La crescita di liquidità ha nutrito gravi squilibri dei prezzi, delle attività e dei cambi» (ALVI G., Avvenire del 20 marzo ‘08, p. 30). (37) PIRANI M., La messa funebre della finanza creativa, in Repubblica, 28 aprile ‘08. Corrette, ma certo non tempestive, le sue riflessioni sui mutui subprime, su cui v. infra (38) GALBRAITH J. K., La società opulenta, Torino, 1972, p. 240. (39) POLLOCK F., Automazione, Einaudi, Torino, 1970 (1956, l’anno della versione originaria): «Metodologicamente, il principio fondamentale dell'automazione è l'integrazione dei singoli processi della produzione finora discontinui in un processo complessivo continuo concatenato, che viene eseguito per mezzo di sistemi combinati di macchine speciali e di macchine utensili di estrema precisione tecnica, e viene diretto e sorvegliato da apparecchi elettronici». V. anche nota successiva. (40) Mentre, “nella produzione non automatica la regolazione è operata dall'uomo, che utilizza i propri organi sensoriali per controllare il lavoro della sua macchina e la qualità dei prodotti per decidere in base a ciò quali correzioni sono necessarie» (POLLOCK F., op. cit.), nella produzione automatica la regolazione avviene attraverso strumenti elettronici che fungono da “organi sensoriali”, comunicando le eventuali correzioni ad altri apparecchi che intervengono a seguito dello stimolo ricevuto. Insomma, come si legge in un opuscolo dell’Associazione americana dei lavoratori dei trasporti, le cui parole vengono riportate nel saggio di Pollock, «mentre nella meccanizzazione, l’uomo pensa per la macchina, nella meccanizzazione la macchina pensa per un’altra macchina» (p. 19, ed. 1970); miglior riferimento alla nota 2, p. 18). Sarebbe questa, in breve, per il lavoratore, la «seconda rivoluzione industriale», tra ‘caporali’ nel testo originale (p. 18 del testo, non nella nota). (41) Per quel che immediatamente riguardava Italia ed Europa, in un interessante nota, di cui colpisce l’inusitata durezza, rivolta contro la Banca europea, di cui si contestava la politica dei tassi di interesse, come «del tutto insensata», veniva osservato: «Mantenere il tasso ufficiale dell’euro al quattro per cento con una forbice in continuo aumento rispetto al tasso della Fed che tra poco sarà la metà di quello europeo significa marciare ad occhi chiusi verso il disastro» (SCALFARI E., Il drammatico errore dell’euro alle stelle, in Repubblica del 16 marzo ‘08, p. 1 e 27). Nonostante l’indipendenza della Bce nella politica dei tassi di interesse, veniva osservato che quest’ultima non si estende al cambio estero, di non sua competenza, concludendo che: «una dialettica tra il Consiglio dei ministri europei e la Banca centrale non è soltanto auspicabile, ma urgente e necessaria» (ivi).
Meritevole di nota la tempestività (quasi una piccola preveggenza) dell’autorevole opinionista di Repubblica. Infatti, il giorno stesso della pubblicazione dell’articolo citato, in piena domenica, a tarda sera, la Fed riduceva a sorpresa ancora di un quarto di punto il tasso di sconto offrendo nuove opportunità alle banche statunitensi per far fronte con denaro liquido alla crisi dei mutui sub primari e nuove risorse monetarie ‘liquide’ all’economia degli USA, con prevedibili ripercussioni in danno degli altri paesi (Europa compresa). (42) Cfr. BECK U., I convertiti allo Stato interventista: «C’è anzitutto Lipsky, manager del Fondo monetario internazionale e noto fondamentalista del mercato che, in un drammatico appello, esorta improvvisamente i governi degli Stati membri a fare l’esatto contrario di ciò che ha predicato sinora, ossia a impedire il crollo dell’economia mondiale con massicci programmi di spese. I neoliberisti hardcore, di fronte al pericolo hanno abbandonato dall’oggi al domani la fede nel mercato per convertirsi alla fede nello Stato. Ora essi pregano, questuano e supplicano per ottenere la grazia di quegli interventi dello Stato e di quelle convenzioni miliardarie con i denari dei contribuenti che prima erano condannati come opera del diavolo. Non i lavoratori, non i socialdemocratici o i comunisti, non i poveri e i beneficiari dell’assistenza sociale, ma i boss delle banche e i top-manager dell’economia mondiale chiedono che lo Stato intervenga per salvare l’economia da se stessa» (su Repubblica, in prima pagina, del 29 marzo ‘08). (43) SCALFARI E., Il dollaro ha perso il dominio del mondo, in Repubblica del 2 marzo ‘08, p. 1 e p. 29. In realtà, si auspicava «una politica anticiclica da adottare subito», perduta l’opportunità di un vigoroso sostegno «al piano Delors di finanziare un grande programma di opere pubbliche europee con l’emissione di eurobond sul mercato finanziario internazionale», mediante una calcolata politica di “deficit spending” senza oltrepassare la soglia europea del 3 per cento e, quasi in compensazione, per un recupero di coerenza forse ‘pasticciato’, certo generico e frettoloso, «coordinando quest’operazione con alienazioni di patrimonio da destinare interamente ad un abbassamento del debito pubblico». (44) La crisi innescata dai mutui subprime («prestiti concessi a clienti senza garanzie, giustificati e permessi dalle autorità monetarie statunitensi per incrementare la domanda interna attraverso il boom edilizio») (PIRANI M., op. loc. cit.) è solo l’esito più clamoroso e virulento di una decennale politica statunitense tesa appunto a esportare inflazione. Tuttavia, fin tanto che la crisi del rischio fosse rimasta circoscritta al perimetro degli U.S.A., non avrebbe assunto dimensioni catastrofiche: «Il guaio lo ha provocato la creatività fantasiosa della nuova finanza, che, si è illusa ed ha illuso gli investitori sul fatto che, spalmando il rischio su un numero indefinito di soggetti e attraverso infiniti strumenti (derivati, commercial papers, hedge funds, ecc.), questo era diluibile all’infinito. La “cartolarizzazione” se ha moltiplicato i guadagni finanziari degli operatori che infilavano i mutui a rischio, mischiandoli a più complesse e magari più credibili emissioni, non ha però suddiviso il rischio, ma lo ha moltiplicato (...). L’America con la sua irresponsabile politica dell’offerta, ha spinto il mercato nel caos attuale e rifiuta di pagarne le conseguenze (…) Se non fossimo stati protetti dall’euro, le turbolenze degli shock attuali si sarebbero rovesciati in modo asimmetrico su trecento milioni di europei» (ivi). (45) Preferibile, a parer nostro, nell’incertezza lessicale (il termine non si rinviene ancora neppure nel Lessico della Treccani), il latinismo ‘confligente’, preferito, per esempio, da Saraceni, al ‘confliggente’, cui indurrebbe l’assonanza con il verbo infliggere. (46) Il Nobel Fo ci ha insegnato sulla singolare capacità (e libertà) del giullare nel rappresentare – talora con una sola parola - verità palesi, ma in genere di più complessa esternazione. Nel caso, Bucchi sulla Repubblica del 16 aprile ’08 ha parlato di «Walterloo» (con riferimento alla disfatta di Napoleone a Waterloo e a quella elettorale del 13-14 aprile ’08 per la sinistra progressista, da lui attribuita alla strategia di Walter Veltroni del Partito Democratico, uno dei protagonisti politici principali). In realtà, è tutt’altro che scontato che la politica di Veltroni sia uscita sconfitta dalle elezioni dell’aprile del 2008. La semplificazione della politica italiana con la sparizione di ‘cespugli’ per confluenza o per crollo elettorale (garofani, soli ridenti, margherite e quanti altri) e partiti minori, di destra e di sinistra, in accordo ultimo (elettorale) col capo dell’opposizione Berlusconi e con l’invito congiunto-disgiunto, ossia parallelo, agli elettori al ‘voto utile’ (ossia per i due partiti maggiori, PD e PDL), era stata accortamente costruita da Veltroni per anni, prendendo a modello-pretesto miti falsi e modelli veri (due soli partiti politici) della politica statunitense e l’immagine del carnevale di Viareggio (descritta nelle prime pagine) con la Repubblica italiana che alterna due mascherine simili (Berlusconi e Veltroni) o almeno con differenze athone, ma sostanzialmente non specifiche, solo apparentemente alternative, per la configurazione del volto, non aveva certo atteso aprile per essere simbolicamente rappresentata. Intanto, il plausibile esito delle elezioni (a parer nostro una disfatta, come una tomba, sia per Veltroni che per i partiti di sinistra – «per sé e per i suoi» –) era stato da noi scritto e letto sin dal 20 febbraio 2008, nell’Intervento, rimasto sul punto inalterato, che è il presupposto del presente studio. Quanto ai modelli cfr. VELTRONI W. Il sogno spezzato. Le idee di Robert Kennedy, 1999, Milano. Tra le non poche critiche, si veda MEOTTI G., Analisi Difesa, anno 8 numero 74 da “Il Velino” del 24 gennaio 2007: «Veltroni si è sempre guardato bene dal ricordare che Bobby Kennedy era stato il braccio destro del senatore Joe McCarthy, il lucifero mediatico della sinistra internazionale, l’uomo che incriminò lo star system americano con l’accusa di comunismo e tradimento. E ancora: E’ stato proprio un quotidiano liberal, il Washington Post, a scrivere che “il paradosso è che Bush si è appropriato di alcuni temi centrali della politica estera di Truman e di Kennedy, soprattutto l’enfasi sulla promozione globale della libertà”»; nonché, per una critica assai puntuale e severa, ROCCA C., Veltroni e i suoi miti americani: i Kennedy, su Il Foglio del 27.6.2007 e su www.ariannaeditrice.it. (47) Non v’è dubbio che «l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (art. 1 cost.). Astrattamente inferendo, il carattere «autenticamente», assolutamente «democratico» della Repubblica implicherebbe che a ciascuna componente della società italiana fosse conferita una proporzionale rappresentanza. Premi di maggioranza che sacrifichino settori significativi dell’elettorato – in favore del principio di una migliore governabilità del Paese – sembrano minare quel principio elementare della democrazia dell’«unicuique suum», nella rappresentanza parlamentare dell’intera società. (48) Art. 112 cost.: «Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale». (49) Cfr., PASCALI M., L’abuso d’ufficio tra uso deviato della norma penale e principio di legalità. Esegesi sociale delle transizioni istituzionali,Napoli, 2008. (50) RAGOZZINO G.¸ Industrializzazione e dismissione, in AA.VV. Questione meridionale, cit. , p. 59 e ss. Il passo citato è a p. 64. (51) Rodotà accenna alle responsabilità della «sinistra, nelle sue varie declinazioni, per non aver colto il bisogno di rassicurazione di persone e ceti, spaventati dalla criminalità ‘predatoria’ e ancor più dall’insicurezza economica, vittime facili dei costruttori della “fabbrica della paura”» per dubitare che la reazione possa consistere nell’arrendersi e consegnarsi «culturalmente e politicamente al modello messo a punto dagli altri, con un esercizio che vuol essere realista e, invece, è suicida» (RODOTA’, Il linguaggio dei vincitori, inRepubblica, 28 aprile ‘08). (52) Pare normale che i cattolici si ribellino all’idea di una destra come di una sinistra «religiosa». Un cattolico, un religioso, può essere definito di «destra» o di «sinistra», ma la religione, specie cattolica, in quanto tale, a qualsiasi livello, non sembra possa essere politicamente qualificata. Con qualificazione, a parer nostro impropria, quella appunto della «sinistra religiosa», Lerner solleva problemi diversi. Egli vede una «destra protesa nel tentativo di appropriarsi in toto dell’argomento religioso», mentre «si consolida il luogo comune che nel mondo contemporaneo il messaggio religioso sia appannaggio della destra. E viceversa che non possa più esistere una sinistra religiosa. Tale rinuncia produce l’effetto di una vera e propria mutilazione» (LERNER G., Ai confini della laicità, da Repubblica del 23 aprile ’08, p. 1 e 36). (53)«Ostprobleme», 29 luglio 1962, pp. 439 sg. Citato da POLLOCK F, cit., p. 414, sub nota 3. (54) POLLOCK F., op.cit., p.192 s. (55) In senso parzialmente contrario Nouriel Roubini, per il quale dovremmo prepararci alla crisi più difficile: «Si è formato una sorta di consensus fra gli economisti che la crisi sarà relativamente leggera e di breve durata, probabilmente di non più di sei mesi, ma io sono di opinione profondamente diversa» (da Repubblica del 27 marzo ‘08). (56) America «lontana»? (57)«Come abbiamo fatto a ritrovarci in questa situazione? (…) E’ che stiamo pagando il prezzo di un’ostinata amnesia», scrive Paul Krugman, sul New York Times (trad. it. su Repubblica del 26 marzo ‘08). Krugman è l’autore de La deriva americana, Bari, 2006. (58) Tuttavia, forse troppo spesso e così troppo a lungo, da sminuire il senso stesso – ultimo e unico – della previsione: insomma, se vedo sempre un lupo, che non viene, non m’avvedo poi di quando poi veramente m’assale. Krugman «nel 2003 ha predetto la recessione, così come nel 2004, nel 2005 e nel 2006» (Il foglio, 26 gennaio ‘08). (59) Cfr., contra, Roubini: «dato che Pechino basa la sua sopravvivenza sul volume di export verso gli Stati Uniti (…) Né è pensabile che la Cina si assuma il ruolo di locomotiva in sostituzione degli Stati Uniti» (loc. cit.). (60) Sul libro di Tremonti (La paura e la speranza, cit.), con le sue denuncie sul «“mercatismo”, figlio degenere dell’Illuminismo», con il suo riferimento all’entità «Chimerica (China+America)», è stato scritto (da BERSELLI E., Repubblica, 28 aprile ’08, p. 27) che è «sostanzialmente più pessimista dei saggi sull’Impero di Toni Negri». Per Tremonti, la crisi sarebbe «strutturale e non congiunturale, non solo economica ma anche politica e sociale, strettamente connessa alla globalizzazione non frenata e mal gestita, la risposta sta nel ritorno alla politica: mercato, quando possibile, Stato (quando necessario)» (PIRANI M., La messa funebre, cit.). Sull’adesione anche dell’economista Tremonti all’intervento dello Stato valgono le medesime nostre osservazioni già in precedenza formulate nella nota di citazione di Beck e dei suoi illustri convertiti (BECK U., I convertiti allo Stato interventista, op. loc. cit.), mentre suscitano perplessità i suoi riferimenti, come rimedio, a un possibile protezionismo europeista (PIRANI M., op. loc. cit.). (61) Cfr. Com. n. 461«L'aspetto di conquista e di sfruttamento delle risorse è diventato predominante e invasivo, ed è giunto oggi a minacciare la stessa capacità ospitale dell'ambiente: l'ambiente come “risorsa” rischia di minacciare l'ambiente come “casa”» (Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti ad un Convegno su ambiente e salute, 24 marzo 1997); Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XX, 1, 1997, 521). (62) RUFFOLO G., Il capitalismo ha i secoli contati, Torino, Einaudi, 2008. (63) Esemplare è il caso di alcuni settori di studio del diritto del lavoro. Essi, col lodevole e spesso incompreso (sino all’ignominia della degradazione delittuosa, come nei casi Biagi, D’Antona o nelle sciagurate intimidazioni a Ichino) compito di ammodernare i rapporti di lavoro, per delle soluzioni condivise tra i contrapposti soggetti interessati, si sono prodigati nel proporre soluzioni condivise e nella denuncia delle disfunzioni del sistema (cfr. ICHINO P., Il sindacato e i nullafacenti, nel Corriere della sera del 29 agosto 2006). Oggi, tuttavia, certe posizioni favorevoli a rapporti di lavoro prevalentemente ‘flessibili’, molto graditi alle imprese, divengono essi stessi strumento di deriva essendo orientati alla creazione di plusvalenze, pur esse ‘precarie’, e a consentire fittizie temperie di (transitoria) pace sociale, contro le esigenze profonde di certezza del rapporto di lavoro, premessa per uno sviluppo solido dell’economia reale (che reclama tempi intermedi, almeno approssimativamente, stabili e potenzialità certe e protratte di consumi diffusi). (64) Nonostante ogni possibile riferimento alla Dottrina sociale della Chiesa (e anzi proprio in virtù di essa) non è possibile generalizzare per categorie. Non sono certo ‘i cattolici’ (ma il discorso è lo stesso per altre categorie religiosamente o ideologicamente orientate) che entrano in gioco come comunità indifferenziata nella risoluzione dei problemi sociali, ma di regola solo una frazione di essi che (di regola insieme e col concorso di altre forze sociali anche diverse e laiche) trova omogeneità nell’individuazione di specifici orientamenti convergenti nella concreta, possibile, comune soluzione dei problemi stessi. (65) Nell’aprile del 2008, traendo spunto da una riflessione del Rettore della «Federico II» (TROMBETTI G., Un Politecnico per la Campania, da Repubblica, 20 aprile ’08) si è sviluppato, su Repubblica (ed. di Napoli), un dibattito sul tema «di coordinare, concentrare, insomma ridurre gli sprechi assurdi della moltiplicazione delle Facoltà universitarie» (GUARINO G., Razionalizzare anche le Facoltà umanistiche, da Repubblica,22 aprile ’08), implicante anche una riflessione generale sulla funzione delle università più «nuove», sulla loro ‘eccellenza’, specie in relazione al loro indistinto moltiplicarsi, a nostro avviso di regola assai fruttuoso, appena superata la fase pioneristica, come mostra proprio l’esperienza dello sviluppo delle università del Meridione, avvenuta certo tra notevoli difficoltà e innanzitutto nella scarsità delle risorse (che importa l’esigenza reale di una loro razionalizzazione, nell’esaltazione delle peculiarità specifiche di ciascuna Sede, ma anche di una loro primaria ed equilibrata risoluzione, con l’afflusso inderogabile di nuovi fondi alla ricerca, da attribuire secondo il principio dell’«unicuiquesuum»). Si pensi – per una valutazione complessiva – al contributo importante, per lo sviluppo del territorio e, tout-court, della scienza intera, di Università come quella di Lecce (compresa la sua Facoltà di Giurisprudenza, di più recente costituzione), che ha rappresentato una sorta di sdoganamento, in qualche modorivoluzionario, di una città del Sud, raffinatissima, dalla periferia culturale, in cui essa veniva intollerabilmente confinata. Specifici, i contributi, sull’esigenza, nata da una provocazione ‘elettorale’ dell’on. Veltroni, della creazione in Meridione, per lo sviluppo dello stesso, di una scuola di alta formazione manageriale, “una Bocconi per il Sud”, secondo l’«infelice espressione» (SICCA L., La formazione dei manager al servizio del sistema-Paese», da Repubblica del 24 aprile ’08) formulata dal premier del P.D., «che fa da pendant con l’altra proposta, solitamente riferita a Tremonti, di “una Banca per il Sud”» (QUINTANO C., Conferenza dei presidi per la rinascita universitaria, da Repubblica del 23 aprile ’08). In tema, cfr. PERSICO P., Come riaggregare ricerca e formazione, da Repubblica del 25 aprile ’08; ALFANO E., Occupare qui i cervelli, da Repubblica del 26 aprile ’08; LETTIERI G., Repubblica del 26 aprile ’08; PARMENTOLA N., La conferenza dei presidi, Repubblica del 25 aprile ’08 (lettera di adesione alla proposta Quintano). (66) In tema, D’AGOSTINO G., Diritto e giustizia, Cinisello Balsamo (Milano), 2000, spec. cap. VI (Essere giuristi cattolici oggi), pp. 111 ss.; nonché DALLA TORRE G., Le”laicità” e la “laicità”, in AA.VV. (D’AGOSTINO F., DALLA TORRE G., CARDIA C., BELARDINELLI S.) Laicità cristiana, Cinisello Balsamo (Milano), 2007, pp. 17 ss. (67) Pascali M., Il problema dell’incostituzionalità di una norma favorevole al reo, in Id., La «decolorazione» del lavoro nero nel processo di decostruzione del diritto penale del lavoro. Normalizzazione, migrazione ed eclissi del diritto, Napoli, 2007, pp. 92 ss. (68) Con sentenza n. 410 del 3 novembre 2005, la Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 637, primo comma del codice di procedura civile, sollevata in relazione all’art. 24 e 111 della Costituzione nella parte in si escluderebbe la rilevabilità d’ufficio, da parte del giudice, dell’incompetenza per territorio oltre i casi dell’art. 28 c.p.c. Ad avviso del giudice a quo «il creditore che nel procedimento monitorio adisca deliberatamente un giudice territorialmente incompetente, radicato in una sede “disagiata” per la controparte, può sempre fare affidamento sul fatto che quest'ultima, piuttosto che sopportare alti costi processuali, preferisca rinunciare all'opposizione, con la conseguenza di stabilizzare il titolo monitorio, a differenza di quanto accade per il caso di contumacia del debitore convenuto nel giudizio ordinario». La Corte costituzionale ha precisato, con la decisione (‘interpretativa’) che non appare normativamente precluso «al giudice rimettente di adottare una interpretazione dell'art. 637 cod. proc. civ. rispettosa dei principî costituzionali e, in particolare, dell'art. 24 Cost.». La decisione non appare condivisibile: a) perché rimette alla mera sensibilità del giudice un’applicazione della norma rispettosa dei principi costituzionali (laddove è la stessa norma processuale a dover garantire se stessa da ogni possibile interpretazione-applicazione incostituzionale, fondata sul dettato legislativo, per ciò stesso, a sommesso parer nostro, viziato, senza attendere soccorso dallo zelo – eventuale – del giudice, che in quanto tale, essendo soggetto alla sola legge – art. 111 cost., comma secondo – e non alle autorevoli interpretazioni della Corte, potrebbe legittimamente interpretare in speculare difformità dalla lettura interpretativa della Corte); b) perché la norma rischia, a seguito dell’interpretazione della Corte, di non essere più rimessa al vaglio della legittimità, pur persistendo un’interpretazione della disposizione divergente da come ‘interpretata’ dalla sentenza costituzionale in discorso. (69) Si pensi all’attuale art. 409 c.p.c., che ripropone questioni già esaminate (negativamente, dalla Corte costituzionale) in relazione al modificato art. 415, comma secondo, del codice di procedura civile, che consentiva «al datore di lavoro che rivesta la posizione processuale di attore di radicare la controversia nel luogo in cui si trova l’azienda anche quando il rapporto di lavoro inerisca ad una dipendenza della stessa». La norma «consente una scelta tra i diversi fori previsti per le controversie di lavoro che non tiene adeguato conto della posizione di favore che la Carta costituzionale riconosce al lavoratore anche sul piano processuale». La relativa questione di costituzionalità, sollevata dal Pretore di Torino, con ordinanza emessa il 31 ottobre 1979 (da cui sono tratte le espressioni citate), per sospetto conflitto con gli artt. 3, comma secondo, 24 e 35 della Costituzione, fu dichiarata inammissibile con sentenza n. 362 del 21 dicembre 1985 della Corte costituzionale (Relatore Virgilio Andrioli) per essere «sin troppo evidente che non rientra nei poteri della Corte di emanare una sentenza norma, tra l’altro contrastante con l’odierno diritto vivente giurisprudenziale e dottrinale».
La Corte, nel caso, nonostante l’autorevolezza del Relatore, già ordinario di diritto processuale civile e che aveva in passato anche insegnato diritto costituzionale, sembra averci privato del piacere di comprendere il motivo della «sin troppa evidenza» e di spiegarci da quando «il diritto vivente giurisprudenziale e dottrinale» sia divenuto parametro di legittimità costituzionale (e, con tanto sostanziale vigore, da dover prevalere sullo stesso dettato della Carta). (70) Cfr. FISICHELLA R., Nel mondo da credenti. Le ragioni dei cattolici nel dibattito politico italiano, Milano, Mondadori, 2007. (71) GONZALES-RUIZ, Che cosa dice la Scrittura sulla libertà religiosa? In AA.VV., Cattolicesimo e libertà, p. 99. (72) DALLA TORRE G., Introduzione al Convegno «La solidarietà tra etica e diritto», i relativi Atti in Iustitia, 1999, p. 368. (73) La dignità dell’uomo è costantemente al centro della riflessione della Chiesa. Basti pensare, ex pluribus, alla Digitatis humanae, in tema di libertà religiosa, all’Encicl. Pacem in terris di Giovanni XXIII, all’Encicl. Divini Redemptoris di Pio XI. (74) Dalla Lettera del 29 giugno 2004 (doc. n. 559.332) del Segretario di Stato Vaticano, cit., p.11: «La dignità del lavoro, in quanto attività dell'uomo destinata alla sua realizzazione, ha la priorità sul capitale e costituisce titolo di partecipazione ai frutti che ne derivano». (75) Così scriveva, prima di porre fine ai giorni suoi, L. R., 39 anni, operaio del gruppo imprenditoriale tedesco, proprietario pure della Thyssen, dal contratto interinale non rinnovato Ancora sulla dignità vilipesa insisteva la moglie del R.: «Mio marito si è ucciso perché si sentiva umiliato. Chissà cosa deve avere provato, dentro, per decidere di farla finita» e, parimenti, la stampa: «perché la precarietà del lavoro è un domino che abbatte quasi tutte le tessere che incontra, o almeno le più fragili, quelle meno in equilibrio ai bordi del tavolo» (CROSETTI M., Repubblica,13 marzo ‘08). (76) Come Malinconico, il protagonista del libro di Diego De Silva Non avevo capito niente (Einaudi, Torino, 2007), il giovane professionista che si toglieva la vita, appena dopo l’ultima luna, all’alba del 14 marzo 2008, è «avvocato, ma potrebbe essere medico, architetto. Oggi le cosiddette libere professioni sono le nuove precarietà» (intervista di P.C. a D. De Silva, su Repubblica del 15 marzo ’08): «A differenza del precario o del disoccupato classico, le nuove povertà sono condannate al silenzio. Un avvocato, se le cose non vanno, non si può rivolgere al sindacato, dovrebbe ammettere un fallimento tre volte più grande. E questo lo mette in condizioni di maggiore disperazione» (ivi). Neppure l’avvocato napoletano suicida «aveva capito niente», come confessa: «Avevo preso la vita come un gioco». (77) Il presidente dell’Associazione avvocati Liberi e solidali, De Falco, con una nota invitava a riflettere sul fatto che «la tragica fine dell’avvocato L. M. è assolutamente speculare al suicidio dell’operaio della Thyssen, dimostrando che il disagio e la precarietà sono circostanze assolutamente comuni anche nel mondo del lavoro autonomo, anch’esso profondamente colpito da crisi economica e sovraffollamento» (da Il Mattino, 15 marzo ‘08). (78)«Se quell’azienda gli avesse rinnovato il contratto, ora non sarei una vedova con due figli piccoli da allevare» dichiarava ancora la vedova di L. R., ma certamente il problema, soggettivamente circoscritto al contratto, socialmente reclama ben più radicali riforme sui rapporti tra (diffuso, stabile e necessario) lavoro e tutele certe (per il bene supremo della comunità). (79) Padoa Schioppa, Ministro della Repubblica all’inizio del 2008. (80) Come avverte la dottrina sociale della Chiesa, non v’è dubbio infatti che «il libero mercato, processo economico con lati positivi, manifesta tuttavia i suoi limiti» Dalla Lettera, cit. p. 11. (81) Agostino nel De Civitate Dei, interpreta e condivide il non occides dell’Antico Testamento: “Non ucciderai né altri, né te stesso: infatti chi uccide se stesso non uccide se non un uomo”. (82) L’imperfezione grafica è dovuta alla traduzione cibernetica. (83) Cfr., in tema, SCLAFANI-GIRAUD-BALBI, Napoli, 1977. (84) Così, il Cardinal Bagnasco, su Avvenire del 18 marzo ‘08, p. 13. (85)Lettera, cit., p. 11. Cfr., sulla crisi alimentare, ZAPPALA’ D., Fame, il mondo sull’orlo del baratro, ne l’Avvenire del 25 aprile ‘05. L’autorevole rivista britannica Lancet avvertiva, la stessa settimana, che era «vicino lo spettro di 100 milioni di nuovi affamati». (86) GALLINO L., Così l’Occidente produce la fame nel mondo, in Repubblica del 10 maggio ’08, p. 33: «Sebbene i mutamenti climatici, la speculazione, cinesi e indiani che mangiano più carne, i milioni di ettari destinati non all’alimentazione bensì agli agro-carburanti, l’abbiano aggravata, la fame nel mondo di oggi non è affatto un ciclo recessivo del circuito produzione alimentare – mercati – consumo. Si può anzi dire che per oltre due decenni sia stata precisamente la fame a venir prodotta con criteri industriali dalle politiche americane ed europee. L’intervento decisivo, energicamente avviato sin dagli anni ‘80, è consistito nel distruggere nei Paesi emergenti i sistemi agricoli regionali. Ricchi di biodiversità, partecipi degli ecosistemi locali, facilmente adattabili alle variazioni del clima, i sistemi agricoli regionali avrebbero potuto nutrire meglio, sul posto, un numero molto più elevato di persone (…) I contadini, espulsi dai campi, vanno a gonfiare gli sterminati slum urbani del pianeta. Oppure si uccidono perché non riescono più a pagare i debiti in cui sono incorsi nel disperato tentativo di competere sul mercato con i prezzi imposti – alle sementi, ai fertilizzanti, alle macchine – dalle corporation dell’agro-business. Nella sola India, tra il 1995 e il 2006, vi sono stati almeno duecentomila suicidi di piccoli coltivatori. Il braccio operativo dello smantellamento dei sistemi agricoli regionali sono stati la Banca Mondiale, con i suoi finanziamenti per qualsiasi opera – diga, autostrada, oleodotto, zona economica speciale, ecc. – servisse a tale scopo; il Fondo monetario internazionale, con l’imposizione degli aggiustamenti strutturali dei bilanci pubblici (leggasi privatizzazione forzata di terra, acqua aziende di servizio) quale condizione di onerosi prestiti; l’Organizzazione mondiale per il commercio. Non ultima, soprattutto per l’Africa, viene la Commissione Europea, la cui Politica agricola comune ha contribuito a spezzare le reni a milioni di contadini africani, facendo in modo, a suon di sussidi, che i prodotti della Baviera o del Poitou costino meno, in molte zone dell’Africa, dei prodotti locali». (87) Cfr. utilmente, RAMPINI F., Globalizzazione addio, in Repubblica del 30 aprile ’08: (88) Cfr. gli Atti del XXIII Congresso Nazionale delle ACLI (1-4 maggio ’08). Con lo sguardo diretto prevalentemente alla situazione italiana, il suo Presidente, alla presentazione ha chiesto subito ai sindacati confederati di «provare a fare l’unità sui nuovi lavori e contro il precariato» (Avvenire del 1° maggio ’08, p. 12). (89)«La bolla immobiliare che è esplosa era un espediente per drogare la crescita americana e gonfiare l’economia mondiale» (ALVI G., op. loc. cit.). (90) Si vedano le conclusioni di PASCALI M., La riforma dei meccanismi d’incontro tra domanda e offerta di lavoro, in Il diritto del mercato del lavoro, Napoli, 2006, pp. 585 s. (91) Promessa – aggiunge Glucksmann – lontana dall’essere stata mantenuta (GLUCKSMANN A., Sessantotto. Dialogo tra un padre e un figlio su una stagione mai finita, Milano, 2008). (92) VALLI B., Maggio, il mese che sconvolse il mondo, su Repubblica del 6 maggio ’08: «Su un vecchio numero della rivista Débat ho letto la migliore sintesi: quella del maggio ’68 fu la prima forza sovversiva provocata dall’abbondanza e non dalla miseria; un movimento che non voleva più sacrificarsi per la rivoluzione, ma vivere pienamente grazie alla rivoluzione; e, ancora, che voleva cambiare la vita e il mondo, ma senza prendere il potere».
Tuttavia – e vale per la variante peculiare italiana del ’68 – se non si voleva il potere, perché la militanza militare, perché gli agguati, perché Moro? Noi, non lo abbiamo mica capito, o preferiamo sperare di non averlo capito, il nesso ineludibile tra ’68 e gli «anni di piombo» (o le fratture da spiegare tutte). Sono passati quarant’anni e, sovrapponendo la rappresentazione artistica con la realtà, stiamo ancora tutti a chiederci, col Capo della Squadra Omicidi della Polizia di Stato (e nonostante lui), contro la saccente ironia di una violenza, che si pretendeva diversa: «le bombe, che […] c’entrano le bombe?» (dal film di Elio Petri, Indagine suun cittadino al di sopra di ogni sospetto, 1970). Certo, simbolicamente, si contrapponeva la violenza proletaria e studentesca alla violenza dello Stato, ma le cose non stavano esattamente allo stesso modo, perché nel ’68 la società italiana era profondamente democratica. La lezione costituzionale non era finita, ma aveva messo salde radici e lasciato segni indelebili in ogni struttura dello Stato. Neppure il cupio dissolvi della nuova violenza sarebbe riuscito a estirparla.
Per una veloce indicazione di alcune voci critiche, cfr., intanto, ZAPPALA’ D., Appassiti i fiori di Maggio, su Avvenire dell’1° aprile ‘08, p. 31. (93) In senso contrario, VITALE M., in Iustitia, 1999, p. 434. (94) VITALE M., in Iustitia, loc. cit. (95) PASCALI M:, Le «clausole sociali», in Id., La «decolorazione» del lavoro nero nel processo di decostruzione del diritto penale del lavoro, cit.,pp. 261 ss. (96) E’ chiaro che, detta così, come programma generico e «buonista» l’espressione evocata (lavoriamo meno, lavoriamo tutti) è di difficile contestazione, specie in tempi di crisi. Tuttavia, è questione di intendersi sull’uso, sulla dimensione, sulle finalità di quello che altrimenti rimarrebbe allo stato di mero slogan, (apparentemente naif se non demagogico e populista) una volta che si pretendesse di spenderlo, come che sia, quale programma politico. I pericoli sono insiti nella non economicità del programma stesso, che per essere credibile deve coinvolgere pienamente l’iniziativa privata, in termini di sostenibilità, previa la gradazione dei possibili interventi (a cominciare ovviamente – ma è aspetto non risolutivo - dai lavori più gravosi e usuranti, meritevoli di una significativa riduzione dell’orario di lavoro o dalla difficile emersione del lavoro nero, peraltro già di per sé, di regola, non competitivo in un’economia di trasparenza). Senza una visione realistica e programmata (in termini probabilmente transnazionali) la riduzione intenzionale dell’orario di lavoro (peraltro, progressivamente ai tempi, fatale, vista la capacità delle macchine nell’abbattimento dei costi e della quantità complessiva del lavoro; a prescindere dall’enorme quantità del lavoro socialmente ‘inutile’ e artificialmente alimentato, come quello burocratico inessenziale, per menzionarne uno solo) rimane tuttora del tutto fallace e velleitaria (utile al più quale mero mezzo approssimativo di prudente giustizia sociale condivisa o almeno condivisibile; in un’ottica quindi tutta strumentale, integrativa, di rimedio complementare, soggetta persino a ogni possibile deformazione). Ciò, senza pensare che l’applicazione di un principio siffatto al comparto del pubblico impiego scadrebbe pressoché fatalmente in una sorta di diffusione, magari massiva, di «lavori socialmente utili», a spese e danno della collettività. Ricordiamo che, nell’esperienza, questi ultimi sono stati di fatto spesso finalizzati alla precostituzione intollerabile di posizioni privilegiate o ‘riservate’ nell’assegnazione di posti di lavoro pubblici, magari di minor pregio, ma tutt’altro che meritevoli di disdegno, specie in tempo di crisi (contro ogni parità sostanziale di trattamento, nell’elusione programmata del criterio costituzionale del merito e quindi fuori da ogni ‘vero’ concorso).
Peraltro, non meno velleitarie e di mera denuncia, peraltro essenziale, sono le valorizzazione dei diritti quando descritte o anche solo evocate, senza il supporto autorevole di una politica di programmazione illuminata e sempre più necessaria (nonostante la gravità degli ostacoli) sia nell’amministrazione a tutti di diritti «elementari» che nella distribuzione sociale del lavoro «necessario». Cfr., a riguardo di diritti, WALZER M., Sfere di giustizia, Bari-Roma, 2008, Prefazione: «Ci sono pratiche distributive culturalmente accettate, che non dovremmo rispettare: ad esempio, la distribuzione di libertà e schiavitù fra razze differenti, o la distribuzione di impiego pubblico e di una effettiva cittadinanza solo agli individui di sesso maschile, o la distribuzione di terra e denaro in maniera iniqua lungo la gerarchia sociale». (97) Se quarant’anni vi sembran pochi per azzardare un giudizio storico, è vero che occorrerebbe capire, oltre i retroscena di delitti feroci e connivenze sconosciute, più che i pentimenti e i perdoni delle vittime (su cui si avventano ritualmente i registi dello spettacolo mediatico), viceversa, gli sbocchi possibili dei burattinai, talora dalle mani non maculate di sangue, i modi di essere della società sognata come possibile (come in qualche modo attentamente prefigurata da chi certamente era avveduto e non ingenuo nella costruzione della lotta politica, degenerata – ovvero intenzionalmente indirizzata – nella forma della «lotta armata»). Sarebbero da comprendere, del passato (per le necessità, forse prevalenti, del sapere e del capire, mai per giustificare) la rappresentazione dell’utopia di Piperno e quelle – se diverse – degli altri dirigenti del movimento, se fossero fornite; i conflitti interni, pei quali allo scioglimento di «Potere operaio» e alla nascita delle «Brigate rosse», rimase, almeno formalmente, per quel che è dato sapere, escluso da queste ultime, proprio il gruppo dirigente di «Potere operaio». Per un’espressione peculiare della posizione delle vittime (pur non ‘perdoniste’) v. CALABRESI M., Spingendo la notte più in là, Milano, 2007. Per una riflessione all’interno degli «anni di piombo» v. i sette numeri della rivista Metropoli, 1979e, attualmente, ANONIMO, Intervista a Paolo Virno, su http:isole.ecn.org/zip/virno.htm. (98) Certamente i promotori di Potere operaio conoscevano bene Pollock e sapevano che con l’automazione si spegneva sia il lavoro operaio che (col beneplacito di Monsieur de La Palice) la figura stessa (protagonista) dell’operaio. Cfr., in tema, GRANDI A., Insurrezione armata, Milano, 2005; GRANDI A., La generazione degli anni perduti: storie di Potere Operaio, Torino, 2003; BERARDI BIFO F., La nefasta utopia di Potere operaio, Roma, 1998; MORUCCI V., Ritratto di un terrorista da giovane, Roma, 1999; Collettivo Potere Operaio, Incendio a porte chiuse, Roma, 1974. (99)«Mettete i fiori nei vostri cannoni» era più di un semplice slogan: era, a un tempo, un manifesto e un programma. (100) Furono colpiti, «con cieco furore ideologico: studiosi, magistrati, avvocati, giornalisti, amministratori locali, dirigenti d’azienda, commercianti, rappresentanti dei lavoratori, militari, uomini delle forze dell’ordine e altri ancora» (NAPOLITANO G., Ascoltare le vittime, non i carnefici, in Repubblica del 10 maggio ’08, p. 1 e 12). (101) V. l’illuminante articolo a cura di LAURENZI L., «Caro Presidente, pochi soldi per un figlio, vado ad abortire», in Repubblica del 30 aprile ‘08. Il Capo dello Stato, autentico interprete del sentire della Nazione, le ha poi risposto, nei modi attesi, in una lettera aperta dell’11 maggio ’08, quando la donna aveva poi già deciso di far nascere il figlio, non solo esprimendole i sentimenti di condivisione della felicità provata per le tante manifestazioni di affetto e di solidarietà, che avevano sostenuto «Sandra» in una scelta da Lui «ritenuta responsabile e lungimirante», ma invocando, al di là del caso personale, l’impegno del nuovo Parlamento per delle politiche di sostegno della famiglia, contro la precarietà e l’inadeguatezza delle retribuzioni e «a favore di una missione essenziale qual è quella sancita dalla Costituzione, di “mantenere, istruire ed educare i figli”» (NAPOLITANO G., Un impegno per il Parlamento, in Repubblica dell’11 maggio 08, p. 1 e 19). Non a caso il Presidente della Repubblica, intervenendo direttamente e insolitamente sulla stampa (inaugurando uno stile nuovo, meritevole di attenzione) per la seconda volta nel giro di due giorni (la prima il 10 maggio 08, come riferito nella nota precedente) ha parlato di «politiche» per la famiglia. Ogni partito e movimento politico aveva infatti precisato, alla vigilia delle elezioni politiche del 2008, i propri specifici impegni in materia. Per una valida sintesi, cfr. Avvenire, 4 aprile ‘08, p. 10: «Quoziente familiare» e «Piano casa» per i più giovani (Popolo della libertà); «Dote di 2500 euro ai figli e aiuti alle donne lavoratrici» per il Partito democratico; «Nuovi fondi ai nuclei disagiati» per la Sinistra Arcobaleno; «Mutuo sociale» per la Destra; «Più detrazioni e più deduzioni» per l’Unione di centro. Attualmente, «mentre in Germania una coppia con due figli e un reddito annuo di 25.000 euro ne versa al fisco 52, in Italia una coppia con due figli e con lo stesso reddito, ne versa al fisco 1.700. In Francia il 40% dei bambini trova posto in un asilo nido, in Italia il 6%. […] L’Italia «è l’unico paese ormai in Europa che manca di un’organica politica a favore delle famiglie» (MAFAI M., La solitudine delle madri, in Repubblica, 13 maggio 08, p. 1 e p. 11). (102)«Sono laureata e faccio la commessa a ottocento euro al mese» (LAURENZI L., loc. cit.). (103) Alla vigilia del 1° maggio «festa del lavoro» la donna confessa di aver programmato l’aborto «per il prossimo 27 maggio», aggiungendo che il bilancio familiare è di soli milletrecento euro circa, pur essendo marito e moglie «occupati» (LAURENZI L., loc. cit.). (104) Presumibilmente, senza processo (can. 1314 c. i. c.). (105) Il ripensamento del giorno dopo nulla tolgono alle ragioni della citazione, alla necessità della riflessione, perché la scelta editoriale di pubblicare il caso «va oltre il fatto di cronaca e le sue implicazioni sociologiche – come sbarcano il lunario le giovani coppi precarie – e psicologiche – con che atteggiamento accolgono l’eventualità di mettere al mondo un figlio» (SOFRI A., La scelta di Sandra, in Repubblica del 3 maggio ‘08, p. 1). (106) HYMER S., Robinson Crusoe e il segreto dell’accumulazione originaria, in Monthly Review, Roma, 10 ottobre 1971, pp. 11-20. (107) Alludiamo (questa volta senza ricordare Padoa Schioppa) al caso di Federico Calzolari, pur esso, «giovane» Carneade precario (nato il 7.12.70 ha, in realtà, 37 anni), dell’Università di Pisa, dal robusto curriculum scientifico, che, avendo scoperto un algoritmo che regola le classifiche del «motore di ricerca» Google, è riuscito – del tutto legittimamente – a beffare il sistema di Bill Gates, risultando «primo nella classifica» della popolarità delle menzioni, soverchiando il secondo: «Babbo Natale». Quel che ci interessa qui è che, pur avendo un semplice «contratto di ricerca precario, a cui si accede per concorso, ma limitato nel tempo», presso la Scuola Normale di Pisa, e invitato reiteratamente a lavorare per Google-Usa, già due anni prima dell’episodio riferito, ha dichiarato sommessamente: «Riguardo alla Scuola Normale di Pisa posso solo dire che mi ha offerto la possibilità di fare il lavoro che amo, in un ambiente altamente stimolante. La mia scelta, potendo scegliere, è di restare» (il corsivo e nostro e – ci pare – sia, di per sé, eloquente). (108) RICCI M., Profitti, corsa senza fine, in Repubblica del 3 maggio ‘08. (109) Cfr. CORRADI M., Poter dedurre il costo di ogni figlio,Editoriale de l’Avvenire del 16 maggio ’08 (in occasione del XV giornata internazionale della famiglia). (110)«Benedetto XVI ha lanciato un grido di allarme sulle “condizioni di preoccupante precarietà” in cui vivono tante famiglie in Italia. “Da loro – ha detto il Papa ricevendo in Vaticano circa 200 rappresentanti del Forum delle Associazioni familiari – si leva, talvolta persino inconsapevolmente, un grido, una richiesta di aiuto che interpella i responsabili delle pubbliche amministrazioni, delle comunità ecclesiali e delle diverse agenzie educative”» (ANSA - ROMA, 15 maggio 2008: Papa, troppe famiglie precarie).
Da notare quanto la Chiesa, come Istituzione e come «Comunità ecclesiali» viventi, si ponga direttamente in gioco nella difesa della famiglia contro la precarietà, ritenuta evidentemente un nemico essenziale della stessa. (111) E’ evidente, oltre l’utilità sociale in sé del lavoro integrativo e suppletorio dei pensionati, con il recupero di esperienze preziose, in una gestione razionale delle risorse, la funzione deterrente rispetto al già menzionato fenomeno dei suicidi all’atto del pensionamento. (112) Dall’Enciclica Pacem in terris: «Ogni essere umano ha il diritto all’esistenza, all’integrità fisica, ai mezzi indispensabili e sufficienti per un dignitoso tenore di vita, specialmente per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario, l’abitazione, il riposo, le cure mediche, i servizi sociali necessari; ed ha quindi il diritto alla sicurezza in caso di malattia, di invalidità, di vedovanza, di vecchiaia, di disoccupazione, e in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà». (113) Piuttosto, fuor di ogni logica miope e repressiva, ci si sarebbe da augurare, a seguito di riconoscimento e di apposite discipline, un accurato prelievo fiscale per i secondi lavori ammessi, oggi diffusissimi e, in genere, sommersi, con legittimo, reciproco beneficio finale sia della persona, dalle molteplici vocazioni (o semplici inclinazioni) e dell’erario. Naturalmente, è da chiedersi come sia possibile riconoscere un secondo lavoro, quando manchi un primo lavoro per tutti. A parer nostro, un possibile tentativo di soluzione è nella soddisfazione, almeno minima, dei bisogni anche inessenziali (di per loro, astrattamente, infiniti) e nella riduzione diffusa e responsabile, radicale (come principio perseguito; cautissima, nella disamina delle conseguenze) e coordinata, sul piano interno e internazionale, degli orari di lavoro. (114)«Le nuove povertà investono spesso anche gli ambienti e le categorie non prive di risorse economiche, ma esposte alla disperazione del non senso, all’insidia della droga, all’abbandono nell’età avanzata o nella malattia, all’emarginazione o alla discriminazione sociale» (Com. n. 5). (115)«la ‘chiara acqua’ e il ‘dolce vino’» (d’AVACK P. A., Uniformità di concetti nell’unità della scienza giuridica, in Dir. Eccl., 1958, II, p.175; cit. pure da FEDELE P., Lo spirito del diritto canonico, Padova, 1962, p. 52). (116) Lettera, cit. p. 11.