XXXIII Convegno Internazionale G.I.R.E.A.
Napoli 30 settembre, Ascea 1-2-3 ottobre 2009

Dipendenza ed emarginazione nel mondo antico e moderno (Dépendance et marginalisation de l’antiquité à l’àge contemporaine) è stato il tema del trentatreesimo Convegno Internazionale G.I.R.E.A. - Groupe International de Recherche sur l'Esclavage dans l'Antiquité , che è stato inaugurato nel pomeriggio di mercoledì 30 settembre, ospitato dall'Aula Pessina della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Napoli “Federico II”, in corso Umberto I, ed è proseguito nei giorni 1, 2 e 3 ottobre ad Ascea, nel Palazzo Alario, sede della Fondazione Alario per Elea-Velia, Auditorium Parmenide.
I temi della schiavitù e della dipendenza, in una con l’affascinante poliedricità degli aspetti ad essi connessi, hanno costituito attrattiva per gli studiosi delle realtà storiche, sociali, giuridiche, economiche, filosofiche di paesi molto diversi per tradizione giuridica, impostazione di studi, ma tutti accomunati dall’interesse di coagulare intorno a queste tematiche di scottante attualità, un lavoro interdisciplinare che avesse l’obiettivo di elaborare una conoscenza sfaccettata dei vari sistemi economico-sociali dell’antichità.
Proprio questo è stato l’intento degli organizzatori del Convegno, dal momento che il tema della dipendenza e dell’emarginazione è certamente un campo di indagine privilegiato per l’evo antico e quello di mezzo, ma attiene anche, seppure in forme diverse, al mondo moderno e contemporaneo. A tal fine è stata privilegiata una dimensione diacronica con la partecipazione di storici del diritto, storici dell’antichità, archeologi, studiosi delle lingue e letterature antiche, storici dell’età medievale, moderna e contemporanea, giuristi positivi. Questa interdisciplinarietà ha consentito di co-gliere appieno la tematica e di approfondire l’aspetto di emarginazione tra dipendenti e subordinati, che è realtà anche quotidiana.
La cura della Segreteria organizzativa è stata affidata alle capacità delle dottoresse Maria Vittoria Bramante, Adelaide Caravaglios, Francesca Del Sorbo e Paola Santini, tutte afferenti al Dipartimento di diritto romano e storia della scienza romanistica “F. De Martino” dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”; l’esercizio della Segrete-ria scientifica è appartenuta alla maestria della professoressa Francesca Reduzzi Merola; il Comitato scientifico ha visto quali autorevoli componenti i professori Antonio Gonzales (Université de Franche-Comté, Besançon), Luigi Labruna (Università degli Studi di Napoli “Federico II”), Domingo Placido (Universidad Complutense de Madrid), Francesca Reduzzi Merola (Università degli Studi di Napoli “Federico II”) e Francesco Salerno (Università di Cassino).

1. Le operazioni precongressuali hanno preso il via, nel primo pomeriggio di mercoledì 30 settembre, con il ri-cevimento e la registrazione dei numerosi partecipanti italiani e stranieri, presso l’edificio centrale della Facoltà di Giu-risprudenza dell'Università degli Studi di Napoli “Federico II”, nella storica sede di Corso Umberto I.
I lavori del Convegno, si sono aperti - nell’Aula Pessina - sotto la presidenza di Carla Masi Doria, Direttore del Dipartimento di diritto romano e storia della scienza romanistica "Francesco De Martino" - della Facoltà di Giuri-sprudenza della “Federico II” - ed hanno continuato raccogliendo le parole di saluto del Professor Guido Trombetti, Rettore dell’Università, il quale si è fatto portatore dello spirito di augurio di buon lavoro della comunità scientifica na-poletana. Non sono mancati i voti augurali di Rosa Russo Jervolino, Sindaco di Napoli. Gli indirizzi di saluto del Pro-fessor Massimo Marrelli, Presidente del Polo delle Scienze Umane e Sociali, del Professor Lucio De Giovanni, Preside della Facoltà di Giurisprudenza e del direttore del G.I.R.E.A. Domingo Placido, hanno dato il via alle relazioni.
Quattro i relatori di questa prima tornata napoletana, gli studiosi: Domingo Placido dell’Universidad Complu-tense de Madrid; Jacques Annequin dell’Université de Franche-Comté, Besançon; Olivier Pétré-Grenouilleau dell’Institut d’études politiques de Paris e Francesca Reduzzi Merola dell’Università di Napoli Federico II.
Con Los límites de la marginación en la formación del cuerpo cívico ateniense, D. Placido ha illustrato i limiti dell’emarginazione nella formazione del corpo civico ateniese. Egli ha preso le mosse da un dato offerto dalla tradizio-ne, secondo la quale, nel 594 a. C., Solone appariva il fondatore della democrazia. Le leggi, allora, offrivano la cornice giuridica ad una nuova società civica (non politicamente democratica nel senso moderno del termine), capace di garanti-re la libertà dei suoi membri, baluardo contro gli extranei, questi ultimi sprovvisti di protezione di fronte allo strapotere economico dei potenti.
Dopo l’interessante relazione di D. Placido, è stata la volta di J. Annequin, che ha parlato De l’esclavage à la marginalité: une forme de déviance sociale? Le discours de la fiction. Il relatore ha sottolineato come ogni società è tale in omaggio alle regole che impone ai propri consociati, l’inosservanza delle norme induce a comportamenti devianti che possono portare alla marginalizzazione. Nella domus si ripropone una struttura gerarchicamente organizzata (simile a quella della società civile), nella quale lo schiavo ha una posizione ambigua, quasi tra l’accettazione (consenso) e ri-fiuto. Gli inosservanti le regole di condotta (i banditi), a loro volta, possono costituire delle loro strutture come micro-società, nelle quali includere ed escludere i componenti, imponendo regole. Tra le domus emergono nuove forme di so-cialità, il fugitivus vive nella marginalità assoluta segnata dalla solitudine e dalla immersione nella natura. Secondo J. Annequin L’asino d’oro di Apuleio fotografa i limiti del consenso (accettazione) degli schiavi, l’ambiguità di alcune società marginali, la loro realtà nella marginalità. Così il comportamento del fugitivus diventa rigorosamente a-sociale.
Il terzo intervento della sessione pomeridiana napoletana dal titolo La place de l’esclavage dans les formes de dependence et d’exploitation: une situation marginale? è stato di O. Pétré-Grenouilleau e si è focalizzato sull’idea che, anche se non universalmente popolare, la schiavitù era - e resta - una delle principali forme di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Essa si è manifestata e si manifesta in molteplici forme, anzi è costantemente rinnovata. Quale sarà, allora, la posizione da assumere verso fenomeni di marginalità o di dipendenza? L’interrogativo sollevato, secondo l’autore, è suscettibile di diverse risposte, legate proprio al flusso interpretativo del fenomeno della “sottoposizione”, anche se si evidenziano posizioni interpretative un po’ obsolete. Il percorso esegetico proposto dal relatore è diverso, in quanto egli ha prospettato una sintesi comparativa (non esaustiva) del fenomeno schiavitù, in relazione ad altre forme di sfruttamento e di dipendenza (la servitù della gleba, il lavoro salariato, ecc.). Attraverso l’analisi delle forme di sottopo-sizione ha cercato di evidenziare le somiglianze e le differenze che possono, in ultima analisi, forse far comprendere meglio la sua personale posizione.
Francesca Reduzzi Merola ha lanciato il discorso “conclusivo” della sessione dei lavori napoletani occupandosi di Dipendenza e schiavitù: integrazione, emarginazione, diritto. La relatrice ha, sapientemente, dosato il suo intervento concentrandosi sulle non numerose fonti dove sono menzionati schiavi sottoposti a schiavi che sono a loro volta dipen-denti da (o comunque nella disponibilità di) altri schiavi (talvolta denominati vicari di vicari). Queste, tuttavia, offrono la possibilità di affrontare il tema della schiavitù, dipendenza ed emarginazione da un punto di vista forse privilegiato. Significativi, a giudizio dell’autrice, appaiono i pareri di Celso ed Ulpiano – espressi in due passi dei Digesta - in mate-ria di legato di peculio a servi manumissi (D. 33.8.25, Celso, e D. 33.8.6.3, Ulpiano), alcune epigrafi (CIL. VI.6399 e 35700; Bull. Comm. 53,1925, p. 218 n.40; CIL. II.6091, da Tarraco) e la Tabula Londiniensis con emptio puellae, l’acquisto della schiavetta Fortunata da parte di un vicario di uno schiavo imperiale.
La discussione seguita a così interessanti relazioni è stata condotta da Carla Masi Doria ed è risultata quanto mai vivace ed animata. Gli interventi, in particolare quello di Tiziana J. Chiusi, hanno reso ancora più interessante il tema del Convegno.
Il Buffet, nella bella sala della Presidenza, ed il trasferimento dei convegnisti ad Ascea ha chiuso la giornata di lavoro.

2. Il 1° ottobre, ad Ascea, nella sala rossa della Fondazione Alario, i lavori sono ripresi, nella sessione antime-ridiana, sotto la presidenza di Domingo Placido .
Denso il programma dei lavori, proseguito con voti a lui dedicati e che ha visto, fino alla pausa prandiale, con una breve pausa caffè, una serrata lista di relatori.
Fino a metà mattinata si sono avvicendati con i loro interventi Marie-Rose Guelfucci (Université de Franche-Comté, Besançon), Arminda Lozano (Universidad Complutense de Madrid), James Roy (University of Nottingham), Miriam Amparo Valdés Guía (Universidad Complutense de Madrid), Adolfo J. Domínguez (Universidad Autónoma de Madrid), Manuel Rodríguez Gervás (Universidad de Salamanca), César Fornis (Universidad de Sevilla).
M. R. Guelfucci ha tenuto una relazione dal titolo Marginaliser l'adversaire: indépendance et stratégies politi-ques en Grèce et à Rome. La relazione ha preso le mosse dalle Storie di Polibio. L’indagine esegetica è partita dal lessi-co utilizzato, al fine di seguire le principali tappe di una strategia di dominio che stravolge le leggi dell'alleanza fino ad instaurare una relazione di dipendenza o di sudditanza. Infatti, l’autrice rileva che il Senato - portatore di interessi parti-colaristici - sembrava aver voluto avviare, per gradi, una nuova strategia, rivolta al perseguimento dei propri fini. Il di-segno venne perseguito mettendo in progressione una serie di attività, già in uso prima, seppure con diverse modalità, emarginando alcuni alleati, ostentatamente per indebolirli e - allo stesso tempo - esaltandone altri in modo da renderli maggiormente dipendenti dalle sue decisioni.
Già dal titolo Ser o sentirse esclavo. La esclavitud espiritual entre los gringo si comprende l’obiettivo dello studio di A. Lozano che si è articolato intorno a termini come δοữλος, ỉερός, ỉερός δοữλος, ed altri simili, presenti in testimonianze, essenzialmente, epigrafiche (ed in un contesto religioso), provenienti dalla Lidia e dalla Frigia. Dalla let-tura delle fonti si poteva evincere che tali lemmi non rappresentavano tanto una categoria giuridica, quanto, invece, una situazione di dipendenza spirituale dalla divinità, una situazione, tra divinità ed individualità, che esprimeva così la tota-le sottomissione dell’individuo ai propositi divini. L’analisi ha continuato con la considerazione di aspetti similari in contesti religiosi ed ideologici dell'epoca ellenistico-romana.
J. Roy con Le bérger, un personnage en marge de la société greque classique ha sottolineato l'importanza eco-nomica del lavoro del pastore - schiavo o uomo libero - nella Grecia antica, anche se il suo ruolo è apparso marginale ai più, dal momento che il pastore appare raramente nelle iscrizioni e nei passi escerti dalle opere di storici greci od orato-ri. Nella poesia omerica si trovano menzioni di pastori, tant’è che hanno dato vita alla poesia pastorale. Fonti fittili, coc-ci e vasi testimoniano il loro ruolo come protagonisti di scene allegoriche e gettano luce sullo status “marginale” del pastore greco.
M. Amparo Valdés Guía, Dependencia y marginación en Homero y en Hesíodo, ha illustrato la dipendenza e l’emarginazione di chi possa essere considerato “libero” nei poemi di Omero ed Esiodo, reputati veicoli privilegiati per la comprensione delle relazioni sociali del VIII e del VII secolo in Grecia. L’analisi si è focalizzata sugli elementi che permettono di parlare di marginalizzazione dei ceti più bassi della società, rispetto a coloro che sono “normalmente in-tegrati e riconosciuti” come membri del demos.
A. J. Domínguez si è occupato di Dependencia y marginación de las poblaciones indígenas de la Sicilia grie-ga. Egli ha analizzato i meccanismi di sottoposizione utilizzati dalle città greche della Sicilia, in particolare Gela e Sira-cusa, al fine di “controllare” una parte delle popolazioni indigene della Sicilia stessa. Attraverso una politica aggressiva, queste città erano giunte ad ottenere il controllo di vasti territori e centri indigeni erano entrati nell’area di influenza del-le città greche. Mentre con le sue campagne Ducezio aveva cercato di alleggerire la pressione, il suo fallimento deter-minò una crescente dipendenza ed emarginazione del mondo non-greco, situazione chiaramente percepibile al momento della spedizione ateniese contro la Sicilia.
Prisión, pobreza y dependencia en el siglo IV: Libanio, con questo titolo M. Rodríguez Gervás si è occupato dei discorsi di Libanio e del loro contenuto sociale. Egli rileva che una serie di passi volti all’imperatore Teodosio rap-presentano una chiara denuncia degli abusi che alcuni funzionari imperiali e alcuni membri dell’esercito perpetravano su decuriones e, più in generale, sugli humiliores. Da alcuni discorsi, ad esempio dal De vinctis, emergeva una società in cui le famiglie povere erano discriminate, o meglio, versavano in condizioni deprecabili a causa della lunga prigionia di bambini, genitori o mariti. Tutto ciò implicava una situazione di costrizione degli altri membri della famiglia in catti-vità tale da stabilire legami di dipendenza per la sopravvivenza.
C. Fornis ha tenuto una relazione dal titolo Espartiatas e hilotas en la Revolución Francesa. Lo studioso ha posto a base della sua discussione l’assunto che la Rivoluzione francese ha introdotto un vero e proprio culto dell’antichità, in particolare Atene, Sparta e Roma sono state erette a modello per la nuova Francia. La sua discussione si è concentrata sulla lettura delle fonti antiche, fatta dagli uomini della Rivoluzione, finalizzata a scopi propagandistici. L’autore rileva che l’uso e l’abuso degli stereotipi del passato hanno reso una immagine distorta del messaggio delle fonti classiche, sia per i giacobini (pervasi da un desiderio di rinascita politica e morale della società francese sul model-lo spartano), sia per i girondini, e più tardi idealisti e liberali, che si opponevano ad essa.
Nella seconda parte della mattinata, presidente Jacques Annequin, fino alla pausa pranzo, hanno sollecitato l’uditorio con le loro relazioni Guy Labarre (Université de Franche-Comté, Besançon), Antonio Gonzales (Université de Franche-Comté, Besançon), Pierre Jaillette (Université de Lille 3-Charles De Gaulle), Amparo Pedregal (Universi-dad de Oviedo), Rudy Chaulet (Université de Franche-Comté, Besançon), Girolamo Imbruglia (Università di Napoli L’Orientale).
Dopo la pausa caffé, G. Labarre, Bandes armées et dépendance au Ier siècle av. J.-C. d’après les Vies de Plu-tarque, si è occupato delle bande armate, utilizzate dai cittadini nelle lotte politiche nel I secolo a.C. Le informazioni – sottoposte all’uditorio - sono state tratte da Le Vite di Plutarco (in particolare quelle di Mario, Cicerone, Pompeo, Cesa-re e Catone Minore) nelle quali gli esempi attinenti a tale fenomeno sono numerosi. Attraverso l’analisi del contesto sto-rico nel quale queste bande appaiono e del lessico impiegato da Plutarco per designarne gli appartenenti, il relatore ha evidenziato le finalità e le modalità di “costruzione” di queste bande. Inoltre, lo studioso non ha dimenticato il ruolo da loro svolto nell’ambito delle lotte politiche a Roma e le loro relazioni con i cittadini. Il problema, in sostanza, che è sta-to posto è del seguente tenore: le bande erano formate da emarginati reclutati dai cittadini romani più potenti che aspi-ravano al potere per screditare e sminuire (emarginare) politicamente i loro avversari? Intorno a questo interrogativo si è snodato tutta la discussione.
L’invention de marginalisation à travers la catégorisation statutaire: le cas du statut d’incertain chez Pline le Jeune è stato il titolo della relazione di A. Gonzales. Scopo di questa comunicazione è stato quello dimostrare come lo storico, utilizzando una metodologia specifica per classificare gli individui, possa creare esclusione ed emarginazione senza legami effettivi con la o le società studiate. Il relatore ha cercato di analizzare questi meccanismi generatori di e-sclusione o di emarginazione a partire dalla corrispondenza di Plinio il Giovane, studiata secondo il metodo dell’Indice tematico, metodo di distribuzione dell’informazione concernente gli individui schiavi, liberti o di statuto incerto o im-preciso. Questa autoanalisi metodologica ci permetterà di riflettere sulle eventuali illusioni retrospettive che possono inficiare il lavoro e le conclusioni dello storico quando si interessa ai meccanismi di esclusione.
P. Jaillette, con Les esclaves ruraux dans la législation de l’époque romaine tardive: quelques observations, ha sollevato il problema della disciplina del colonato nel tardo antico. Prendendo le mosse dal pensiero di Fustel de Cou-langes secondo il quale non è facile sapere come il colonato è nato e come fu regolato, l’autore ha subito sgombrato il campo d’indagine da ogni e qualsiasi retaggio etico e religioso circa la richiesta di schiavi e la relazione tra schiavitù e Cristianesimo, concentrandosi essenzialmente sul fenomeno “schiavo-contadino” nella previsione normativa tardo anti-ca, più precisamente nel Codice di Teodosio e nelle Novelle postteodosiane.
‘Secessae Mundi’. Márgenes, (in)dependencia, espacios para la transgresión en el cristianismo primitivo è stato il titolo dell’intervento di A. Pedregal. Il relatore ha focalizzato la sua attenzione sul fenomeno della marginaliz-zazione, sia ideologica che fisica, delle donne quale presupposto del meccanismo religioso romano, per descrivere la sovversione che incoraggiava le stesse ad avvicinarsi ad alcuni culti misterici. Proprio quando il cristianesimo diventò religione ufficiale, con l’infittirsi delle pratiche ascetiche, si iniziò a considerare la condizione di mundi secessae come mezzo di perfezione femminile. Sia con la detenzione iniziale a casa, come con lo stanziarsi nel deserto (inteso questo come situazione ai margini della zona civile che rappresenta la città), le donne che cercavano la perfezione cristiana tro-vavano il giusto spazio per trasgredire strutture che erano sintomo della società patriarcale dominante. La proverbiale selvaggia natura femminile trovava nel deserto l’ambiente che si presentava come alternativa auspicabile al fine di aggi-rare le norme di sottomissione al maschio (figura dominate nella società civile). Ma in questo ritiro dal mondo, subire il rigore ascetico della schiavitù e cercare la perfezione detenute nelle celle, talvolta sfociava in una situazione chiamata prigione.
R. Chaulet, con una relazione su Marginaliser ou réduire en esclavage: le cas des orisques dans l’Espagne du XVIe siècle”, ha gettato luce sui più antichi abitanti della penisola iberica, i mori, prima cristiani, poi costretti a conver-tirsi all’Islam, in séguito all’arrivo dei mussulmani in quei luoghi, nel 711. Il relatore ha evidenziato come costoro furo-no emarginati fino a quando la monarchia spagnola li costrinse a convertirsi al cristianesimo. Essi versavano spesso in condizioni di schiavitù a causa della loro partecipazione a ribellioni (guerra del Alpujarras, 1567-1571). Da ciò R. Chaulet, proprio per la vasta comunità moresca di Spagna, ha evidenziato come il pericolo della schiavitù rappresentas-se – per gli estraniati - una minaccia continua, anzi avrebbe contribuito a rafforzare l’emarginazione, che a sua volta in-debolisce l’individuo che può essere più facilmente ridotto in schiavitù.
G. Imbruglia, con Una servitù moderna? Il caso delle riduzioni gesuite e il potere spirituale, ha chiuso i lavori dell’intensa mattinata. Datata 1640, l’Imago primi saeculi Societatis Jesu celebrò il primo centenario dell’esistenza del-la Compagnia di Gesù, allora all’apice del suo potere. La strategia di evangelizzazione fondata sulle missioni, inaugura-ta quasi nolente Societate Jesus, aveva dato frutti notevolissimi in Oriente (da Francesco Saverio a Roberto de’ Nobili), in Occidente, tra i Cinesi e tra i selvaggi americani. Infatti, nell’America meridionale, ad Acosta, i gesuiti misero a pun-to una strategia e un’auto-rappresentazione della propria azione evangelizzatrice, che ruotava, sul ripudio della conqui-sta militare, a favore della conquista spirituale. Questa impostazione, inizialmente attinente ad un’area del continente americano, divenne simbolo della condotta di tutta la Compagnia di Gesù: nell’Imago si parlò di un impero di un genere assolutamente nuovo, superiore e diverso da quelli romano e spagnolo, appunto perché la soggezione che esigeva non poggiava sulla coazione, ma sulla convinzione. Il modello di questa relazione di direzione, di dipendenza religiosa e po-litica stava nelle riduzioni gesuitiche del Paraguay. Per indagare questo nuovo e moderno genere di potere politico e re-ligioso il relatore ha, inizialmente, discusso di quale fosse in effetti la vita politica e civile delle riduzioni; poi, di quali fossero state le difese e le critiche che si ebbero, fin dalla metà del XVII secolo, a quella esperienza. Vita religiosa de-gna della chiesa gerosolimitana, ovvero schiavitù completa, perché capace di arrivare fin dove la schiavitù classica non arrivava, ossia nella coscienza degli individui? Il potere spirituale, per adoperare una formula di Comte, era condizione di libertà, o presupposto di una nuova servitù? Lanciando questi interrogativi si è chiuso l’intervento
La discussione animata e piacevolmente condotta dal presidente della seduta mattutina ha visto un animato di-battito. Di séguito una colazione a buffet ha “spezzato” in due i lavori della giornata.
Subito dopo pranzo, i lavori sono ripresi guidati dalla presidenza di Antonio Ganzales e fino a metà pomerig-gio si sono succeduti Maurice Bazemo (Université de Ouagadougou), Julián Gallego (Universidad de Buenos Aires-CONICET), Bernat Montoya (Universidad de Alicante), Bassir Amiri (Université de Franche-Comté, Besançon), Al-berto Prieto (Universidad Autónoma de Barcelona).
La relazione di M. Bazemo dal tiolo La marginalisation de l’esclave dans la société peul du Burkina Faso à l’époque précoloniale ha offerto al pubblico la visione delle modalità di vita di alcuni gruppi etnici abitanti in Burkina Faso, i Fulani, i quali erano convinti di rappresentare il nucleo essenziale della civiltà, mentre gli “altri” versavano in una condizione di selvaggia inciviltà. La loro convinzione affondava le sue radici da un lato nella loro carnagione chiara e dall’altro nella loro superiorità. La cultura islamica e l’esperienza consentiva a questi di mantenere posizioni di supe-riorità. Tant’è che essi non esercitavano determinate attività, anzi gli altri erano da considerarsi “dipendenti” (subordi-nati) e la gerarchia del sistema sociale aveva permesso di utilizzare questi ultimi per le diverse esigenze. Quelli catturati attraverso i raid erano sottoposti a un trattamento rivelatore della loro posizione nella società dei Fulani. L’emarginazio-ne si traduceva nelle attività loro riservate, nell’onomastica, e nel rifiuto, da parte dei Fulani, di sposare le loro donne.
E’ stata, poi, la volta di J. Gallego, che, con La propuesta del ‘Viejo Oligarca’ sobre los poneroi y la crisis de la democracia radical ateniense, ha illustrato la Costituzione degli Ateniesi dello Pseudo-Senofonte. Secondo il relatore essa è un documento significativo per avvicinarsi ai diversi aspetti della democrazia ateniese dell’ultimo terzo del V se-colo a.C. In particolare, nei paragrafi 1.8-9, venivano illustrati gli effetti che si ottenevano nei casi in cui la democrazia fosse abbattuta: la rimozione politica del demos causerebbe la pronta caduta nella douleia. Così, l’emarginazione dei poneroi - e la loro esclusione dalla partecipazione politica - comporterebbe la perdita della libertà democratica, e li sot-tometterebbe a un rapporto di dipendenza che li equiparerebbe agli schiavi e ai meteci. L’acutezza di questa analisi ri-spetto alle conseguenze sociali che derivavano dalla soppressione del potere popolare si poteva comprendere meglio alla luce delle nuove forme di dipendenza che colpirono i cittadini poveri nell’Atene del IV secolo. Allo stesso tempo, l’ipotesi dell’autore mette immediatamente in rilievo i conflitti che si scatenarono apertamente nella guerra civile dal 411 al 403 e nei successivi colpi di stato oligarchici e restaurazioni democratiche, vale a dire quando la politica del de-mos si indebolirà internamente per la sua propria incapacità di conservare la democrazia.
B. Montoya ha intrattenuto l’uditorio su La marginación social como factor de identificación de la esclavitud en la antigüedad. L’identificazione della schiavitù nelle società del mondo antico è un lavoro difficile e una delle prin-cipali ragioni sta nel fatto che non esiste una definizione chiara di che cosa si intendeva per “schiavitù”. Molti degli studi moderni sull’argomento hanno polemizzato a proposito dell’identificazione degli iloti, dei penesti e di altri ceti sociali dell’antichità come “schiavi”, inquadrandoli sotto forme di dipendenza diverse. A questo punto lo studioso ha pensato che “l’emarginazione sociale” dello schiavo, che è una caratteristica che possiamo trovare in ogni tipo di socie-tà, potrebbe risultare adeguato come criterio di distinzione universale.
Negotiator sericarius: sur la route de la promotion sociale è stato il titolo dell’intervento di B. Amiri, che si è occupato del commercio della seta. Dal primo secolo a.C., la seta fu oggetto di desiderio in Occidente e il suo uso si dif-fuse rapidamente nella società romana. Il commercio della seta tra Roma e l’Oriente fu organizzato sotto la egida della negotiatores sericarii. Tra questi, il caso particolare di Aulo Pluzio Epafrodito, citato in due iscrizioni conservate al Louvre. L’autore ha dimostrato come la condizione di inferiorità, dettata dallo status di appartenenza, può essere supe-rato da una ricca attività economica, da investimenti redditizi che erano sinonimo di visibilità e riconoscimento sociale
Da ultimo, A. Prieto ha parlato di Formas de marginación y dependencia en Roma antigua según el cine. Se-condo il relatore si trattava di analizzare vari esempi individuati in film che proponevano la visione di fenomeni di di-pendenza in epoca romana. In essi si colgono diverse forme di emarginazione, che non trovavano pieno riscontro nella tradizione letteraria, dimostrando come il film tende a semplificare le forme di dipendenza, massificandole e prospet-tando per tutte una unica riduzione a ciò che è schiavitù.
La discussione, che ha visto gli interventi di Tiziana J. Chiusi e Carlos García Mac Gaw, ha aperto nuovi oriz-zonti di ricerca ed ha reso ancora più interessanti le suggestioni offerte dai relatori con i loro interventi.
Dopo la pausa caffè, introdotta da Antonio Gonzales la presentazione de I centri europei di ricerca sulla schia-vitù, sono intervenuti di Tiziana J. Chiusi (Universität des Saarlandes - Mainzer Akademie der Wissenschaften und der Literatur. Forschungen zur antiken Sklaverei: Corpus der römischen Rechtsquellen zur antiken Sklaverei, CRRS), di James Roy (University of Nottingham, The Institute for the Study of Slavery, ISOS) e di Domingo Placido (Universidad Complutense de Madrid, Groupe International de Recherche sur l’Esclavage dans l’Antiquité, G.I.R.E.A.) hanno offer-to uno spaccato sullo stato dell’arte.
La discussione - animata dagli interventi di Jacques Annequin e di M Garrido-Hory - ha reso più interessante i temi presentati dai relatori.
E’ succeduta alle relazioni la prima sessione di una “Tavola rotonda”, presieduta e coordinata da Francesca Reduzzi Merola, che ha visto gli interventi di Chiara Corbo (Università di Napoli “Federico II”), In tema di mendicitas: una testimonianza giuridica ; di Adelaide Russo (Seconda Università di Napoli), Qualche osservazione sull’origine del processo di libertà ; di Annamaria Salomone (Università di Napoli “Federico II”) L’evizione del servo vicario in D.21.2.5 (Paul. 33 ad edictum) e di Paola Santini (Università di Napoli “Federico II”), Riflessioni in materia di servi publici .
Al termine, la discussione ha evidenziato i punti chiave degli interventi.

3. La mattinata del 2 ottobre, come di consueto divisa a metà dalla discussione e dalla pausa caffè, ha visto, nella prima parte, presidente Jean-Yves Guillaumin, gli interventi di Valeria Viparelli (Università di Napoli Federico II), Andea Binsfeld (Universität Trier), Susana Reboreda Morillo (Universidad de Vigo), Claude Brunet (Université de Franche-Comté, Besançon) e Saveria Gualerzi, (Università di Bologna), tutti sotto la guida del presidente Professor .
V. Viparelli con Dipendenza ed emarginazione nell’elegia latina ha preso le mosse dalla prima elegia del pri-mo libro delle elegie di Properzio, dove egli si presentava come un uomo libero diventato schiavo d'amore. La condi-zione di servitium amoris nei confronti della domina, la vita di paupertas, di inertia e di nequitia, di disimpegno politi-co e di marginazione conseguente all'accettazione delle pene d'amore sono i motivi centrali intorno a cui ruotavano tutte le manifestazioni dell'amore elegiaco. Lo statuto letterario del servitium amoris apre lo spazio a una riflessione sulle ca-tegorie di dipendenza e di emarginazione nel mondo antico: basti pensare all'influsso che ha avuto il linguaggio giuridi-co su quello erotico nella definizione del ruolo dei protagonisti della poesia elegiaca e nella descrizione dei rapporti tra un uomo libero e la sua domina.
A. Binsfeld si è interessato di Emarginazione e integrazione degli schiavi e liberti nei monumenti archeologici, ponendosi alcuni interrogativi: come venivano rappresentati gli schiavi e i liberti nell’arte greca e romana? O più preci-samente: come i padroni facevano raffigurare i loro schiavi nei monumenti archeologici, soprattutto nei monumenti fu-nerari, e come i liberti si mettevano in mostra? Sull’esempio dell’iconografia degli schiavi e liberti il relatore ha trattato della loro sorte tra sfruttamento e sentimenti d’affetto da parte del padrone, tra emarginazione e integrazione. In questo modo, secondo l’autore, si può scoprire il potenziale - spesso sottovalutato - dell’archeologia come contributo alla com-prensione della schiavitù nell’antichità.
S. Reboreda Morillo ha riflettuto sulla condizione delle madri in Grecia. Con Madres dependientes en la Anti-güedad Griega, ha sottolineato che la condizione della donna nei tempi antichi, in generale, e in Grecia, in particolare, aveva un carattere che potremmo chiamare la dipendenza eterna. Infatti, dai tempi omerici le donne venivano descritte come la figlia di ..., la moglie ..., o la madre ... Proprio quest’ultimo aspetto ha convinto la relatrice a sviluppare un ulte-riore esame delle donne come “produttori” dei cittadini ed a porre l’accento su una situazione di dipendenza che veniva contestualizzata all’interno di una società che ruotava attorno a uomini che avevano lo status di cittadini.
C. Brunet ha riaperto i lavori – dopo la pausa caffè – con Création lexicale de la marginalité dans le Satiricon de Pétrone. L’autore è partito, nella sua analisi, dal Satyricon, dove Petronio ritraeva un mondo cosmopolita che mesco-lava liberi, schiavi e liberti, anche se per molti personaggi, oggi, è difficile stabilire con certezza il loro status. Petronio, secondo la visione prospettata, ha sfruttato la sua creatività linguistica creando le identità degli interpreti in modo da presentarle ai lettori come gli emarginati rispetto alla società tradizionalista del I secolo. Egli ha portato le situazioni al di fuori del lessico comune, al margine delle soluzioni usuali ed ha reso conto di una straordinaria sensibilità per le di-verse stratificazioni sociolinguistiche. Attraverso questo meccanismo di emarginazione dei significati della lingua lati-na, meccanismo sconosciuto ad altri autori, Petronio è riuscito a creare la marginalità dei significati e quindi a descrive-re questa brillante microsocietà con grande precisione.
Da Ovidio, che in molti casi rifiuta i valori rigidamente tradizionali della società romana, ci si poteva attendere un’apertura mentale nei confronti del problema della schiavitù; al contrario, egli rivela in merito un’ottica quanto mai antiquata e classista. Da queste premesse è partita l’analisi di S. Gualerzi con Ovidio: schiavitù senza metamorfosi. La riflessione condotta dalla studiosa si è sviluppata intorno all’assunto che gli schiavi rimangono a margine della sua poe-sia e sono considerati semplici strumenti di cui il cittadino libero può disporre senza remore (anche dal punto di vista sessuale). Le poche figure servili rilevanti appaiono creazioni eminentemente letterarie (Cypassis, Nape e Bagoa negli Amori) o vengono relegate alla sfera del mito (Briseide nelle Eroidi, le prigioniere troiane nelle Metamorfosi).
Ha chiuso questa prima parte della mattina un’interessante discussione che ha visto protagonisti non solo gli studiosi, tra i quali ricordiamo Oriol Olesti, Tiziana J. Chiusi, Domingo Placido e María José Hidalgo, ma anche l’uditorio.
La seconda parte della mattinata, sotto la presidenza Valeria Viparelli, è stata segnata dagli interventi di María José Hidalgo (Universidad de Salamanca), di Colette Jourdain-Annequin (Université Pierre Mendès-France, Grenoble), di Oriol Olesti e Cesar Carreras (Universidad Autónoma de Barcelona), di Jean-Yves Guillaumin (Université de Fran-che-Comté, Besançon), Thomas Guard, (Université de Franche-Comté, Besançon) .
M. J. Hidalgo racconta di Libertad, esclavitud y género: La bella fabella de Cupido y Psique. La relatrice ha, con il suo intervento, inteso analizzare la ricostruzione e la lettura da parte del sesso maschile di quello “femminile” e l’esclusione del femminile attraverso una serie di linee speculari che trasformano il mito apuleiano in un paradigma per altri romanzi. Ciò che – comunque – si è voluto mettere in risalto è che Apuleio presentava due figure, maschio e fem-mina, di diversa natura, dio e mortale, e li utilizzava per esplorare il rapporto tra i sessi e la loro interazione. D’altra par-te, in questa luce ed attraverso le immagini del mito, si possono studiare le relazioni di dipendenza che si erano svilup-pate tra Psiche e Venere.
Il terzo intervento della sessione è stato a voce di C. Jourdain-Annequin con Espaces et formes de la margina-lité au féminin. La condizione femminile in Grecia è stata oggetto di molti studi da parte dei moderni interpreti. La rela-trice si è concentrata sulla circostanza che i greci usavano modi diversi (dalla commedia alla filosofia) per giustificare la scansione sociale che vedeva le donne in una situazione di subordinazione e persino di esclusione. Su questo punto, come prospettava la studiosa, il mito sembrava diverso. Lontano dalle categorie di consueto, il mito si basava su criteri spazio/temporali alternativi, dove le figure di marginalità femminile erano devianti da un ordine sociale concepito come naturale. Per l’autrice, l’esistenza di situazioni nelle quali le donne avevano forza di decidere e di parlare rappresentava una possibilità reale o, al contrario, un altro modo per confermare il vecchio ordine delle cose?
O. Olesti e C. Carreras si sono cimentati nello studio di Esclavos y libertos en la producción vinícola y alfarera en el Ager Barcinonensis. De la marginalidad al éxito económico. Nello scorcio degli ultimi quindici anni dati archeo-logici in uno alle scoperte epigrafiche hanno dato la possibilità agli studiosi di avvicinarsi a nuovi modelli di apparte-nenza della terra ed al sistema di produzione di vino nell'Ager Barcinonensis, nella Hispania Citerior. In un contesto così individuato, il ruolo dei liberti non solo ha assunto una posizione di chiave, ma ha rappresentato una ambita meta sociale. Lo studio delle attività economiche di alcuni di questi liberti Barcinonenses, attraverso bolle epigrafiche, ha mostrato la funzione e l'evoluzione di queste personae, dalla schiavitù alla libertà e, in alcuni casi, l'accesso alla posi-zione di proprietario di terra. La loro promozione fu comunque limitata e collegata agli interessi (o, meglio, all’area di influenza) del primo proprietario e della sua gens.
Il tema esposto da J.-Y. Guillaumin è stato Marges et exclusion dans le corpus gromatique. Il discorso ha posto l’accento sull’opinione, generalmente condivisa in dottrina, secondo la quale la fondazione di colonie da parte dei ro-mani era una necessità governata dalla crescita numerica della popolazione, dalla richiesta sempre crescente di lotti di terreno da parte dei veterani e, da ultimo, dal desiderio (o dalla necessità) di creare nuove immagini di Roma. Ad un più attento esame, così come prospettato nell’intervento, possiamo renderci conto come i coloni venivano immessi in terri-tori ai margini (sia nell’accezione economica che in quella geografica-culturale) tanto che rivestivano il ruolo di marca-tori di confine. Il più delle volte i soldati stessi avvertivano di poter ricevere sotto il nome di terra, campi coltivati o bo-schi, paludi o, addirittura, regioni rocciose e sterili.
Nell’esercizio della tecnica oratoria o, per meglio dire, nei suoi discorsi più “forti” Cicerone usava la metafora della schiavitù contro il suo avversario, lo offendeva e lo umiliava, per metterlo in una condizione di subordinazione (quasi psicologica), cercava di tagliarlo fuori dai benefici della cittadinanza. Seguendo questo schema, T. Guard con La métaphore de l’esclavage dans les discours de Cicéron: un processus de marginalisation politique, ha cercato di evi-denziare il fenomeno dell’emarginazione politica. Egli ha riferito il caso di Clodius, che ne è stato l'esempio più eviden-te ed ha posto l’accento sulla circostanza che questa tecnica non solo ha assicurato successo retorico, ma ha affondato le sue radici nelle opere filosofiche di Cicerone, attraverso le quali si descriveva una umanità schiava di passioni.
Al termine della sessione dei lavori si è svolta un’interessante visita a Velia .
Una colazione di lavoro ha chiuso i lavori dell’intensa mattinata.
Nel pomeriggio - sotto la presidenza di Tiziana J. Chiusi - si sono succeduti e di Maria Miceli (Università di Palermo), Carlos García Mac Gaw (Universidad Nacional de La Plata-Universidad de Buenos Aires), Aurelio Cerni-gliaro (Università di Napoli “Federico II”), Settimio di Salvo (Università di Napoli “Federico II”) ed Alberto Alessandri (Università di Milano Bocconi).
M. Miceli si è cimentata Sulla capacità patrimoniale degli schiavi, e si è mossa da una breve ricognizione della capacità negoziale dello schiavo e di coloro che giacevano in potestà, per mostrare la rilevanza assunta dalla stessa nell’ambito del settore economico e commerciale. La struttura potestativa della familia romana (il rapporto di dipenden-za che legava i soggetti alieni iuris ai propri aventi potestà) costituiva l’elemento fondante di gran parte dell’attività e-conomica e commerciale. Il fatto stesso che gli alieni iuris fossero dotati di fasce di capacità (senza voler utilizzare con-cetti troppo moderni per gli assetti del tempo) garantiva lo svolgimento dell’attività economica nel proprio nome ed in-teresse. Infatti, i negozi giuridici conclusi dagli alieni iuris, vista l’incapacità giuridica di questi ultimi, avrebbero pro-dotto unicamente effetti nella sfera giuridica dell’avente potestà. La relatrice ha evidenziato che col tempo si realizzò un progressivo riconoscimento di capacità giuridica e patrimoniale ai filii familias e di parziale autonomia patrimoniale agli schiavi tramite il regime del peculium. In alcuni casi, inoltre, lo svolgimento dell’attività negoziale ed economica costi-tuì addirittura strumento di affrancazione e acquisto della libertà per alcuni schiavi.
C.G. Mac Gaw ha illustrato la Marginación y proselitismo religioso: los circunceliones. La relazione ha ana-lizzato - a partire dalle descrizioni pervenuteci per mano di Optato di Milevis ed Agustín di Hipona - la problematica da un lato critico, osservando questa categoria di lavoratori (i circunceliones) nella loro doppia accezione di produttori a-gricoli marginali e monaci fanatici itineranti. Infatti, l'azione dei circunceliones africani (gruppi violenti che servirono come forza di scontro ai settori più intolleranti dentro il donatismo) fu uno degli elementi centrali intorno alla quale si elaborarono le moderne posizioni storiografiche (specialmente la prospettiva di Frend, The Donatist Church, Oxford, 1952) circa l’essenza di questa chiesa scismatica. Il fondamento di una tale convinzione è stato ritrovato nella costru-zione di una lettura che fece del donatismo un fenomeno di resistenza sociale africana di fronte alla romanizzazione rap-presentata dalla chiesa cattolica.
A. Cernigliaro ha rivolto la sua attenzione al fenomeno del pauperismo, che potremmo definire qualificato. Con Pauperismo, dipendenza, servi della gleba e complessi patrimoniali ecclesiastici il relatore ha focalizzato una serie di situazioni a metà tra l’antico ed il moderno, qualificando la povertà e la dipendenza anche attraverso la condizione di sottoposizione voluta dalla Chiesa cattolica, con l’insieme del suo organigramma e mediante il consolidamento di strut-ture patrimoniali ecclesiastiche.
Al limite tra profili sociologici e connotazioni giuridiche molto precise, il concetto di infamia raggruppa elen-chi simili, ma lievemente diversi tra di loro. S. di Salvo si è occupato de I colpiti da ‘infamia’. La differenza concerne gli effetti, cioè le distinte incapacità processuali (di postulare pro se, pro aliis, o altre limitazioni) che derivano da situa-zioni sociali, condanne in giudizi criminali, in actiones ex delicto, in azioni correlate ad una fides bona impari ecc. Il relatore ha fatto nascere suggestioni molteplici, quanto alla sua genesi, circa una sorta di elenco unitario di personae i-gnominiosaei, il quale si presentava più ampio di nozioni strettamente giuridiche, ma stigmatizzato, poi, dal pretore e reso giuridico già prima, forse, stando agli elenchi della lex Iulia municipalis, del Fragmentum Atestinum, a quelli cice-roniani ecc. Nella prospettiva dello studioso, in perfetta sintonia con il tema del convegno, rileva soprattutto come l’incapacità di postulatio veniva avvertita come profondamente diminutiva della personalità, anche sociale, del soggetto e dunque illativa del ruolo centrale del processo civile.
A. Alessandri ha prospettato le suggestioni de Le moderne forme di schiavitù fra sanzione penale e prassi so-ciale. Secondo il relatore, si è abituati a considerare la schiavitù come un fenomeno del passato, ma, al contrario, la schiavitù non è affatto scomparsa dal mondo contemporaneo, anche nelle aree più ricche, che reclutano, in modo orga-nizzato, nuovi schiavi nelle aree più povere del pianeta. Ha assunto certamente nuove forme rispetto a quelle tradiziona-li, che il diritto penale moderno cerca di contrastare con la creazione di nuovi reati. E’ quanto avvenuto in Italia con la riforma del 2003, rispetto alla quale si pongono, tuttavia, numerosi problemi di adeguatezza del testo normativo e di ef-ficienza dell’intervento repressivo.
La discussione ben dosata dal presidente ha chiuso i lavori previsti per la giornata.

4. L’ultimo giorno del convegno, il 3 ottobre, si è aperto con la seconda sessione di una Tavola rotonda, tutta al femminile, presieduta e coordinata da Aurelio Cernigliaro (Università di Napoli “Federico II”). Si sono sedute al tavolo dei lavori Maria Vittoria Bramante (Università di Napoli “Federico II”), con Schiavi e mutuo: documenti della prassi , Adelaide Caravaglios (Università di Napoli “Federico II”), con Exceptio doli generalis e agire del servus e Francesca Del Sorbo, (Università di Napoli “Federico II”), con L’autonomia negoziale dei servi nella prassi giuridica campana: un’applicazione del mandatum pecuniae credendae (TPSulp. 48)?
Il saluto finale di Luigi Labruna (Università di Napoli “Federico II”) è stato letto da Francesca Reduzzi, mentre le considerazioni conclusive sono state affidate ad Antonio Gonzales (Université de Franche-Comté, Besançon) e a Domingo Placido.
Insolitamente piacevole, ma in tema rispetto alla “sensibilità” degli organizzatori, la chiusura dei lavori: una gi-ta a Paestum.